Il giovane docente del 1990, appena assunto in ruolo, apriva la busta paga e sorrideva: due milioni di lire. Non era ricco in senso assoluto, ma si sentiva parte di un ceto medio che poteva progettare, comprare casa, guardare al futuro con una dose modesta di ottimismo. Oggi quello stesso docente, ormai vicino alla pensione, stringe tra le mani un netto di 1.600 euro e fatica a pagare mutuo, bollette, il dentista al figlio. La sua parabola illustra, in un solo destino, il grande gelo dei salari italiani: da oltre trent’anni gli stipendi reali non si muovono. O, come dicono le statistiche dell’OCSE, registrano una crescita prossima allo zero, con lunghi tratti di arretramento rispetto all’inflazione. Il dato è noto, ripetuto, sbandierato. Meno chiacchierato è il silenzio che lo avvolge. Un silenzio che ha il sapore amaro della complicità, soprattutto da parte dei sindacati. «Perché non scendono in piazza?», si chiedeva l’editore dettando queste righe. La domanda merita uno scavo sociologico.
Procediamo con ordine. I numeri, anzitutto. Secondo l’OCSE, tra il 1991 e il 2023 il salario medio annuo reale in Italia è cresciuto complessivamente di appena il 2,4%, meno di un decimo del tasso di crescita registrato in Francia (27,7%) o in Germania (33,5%). L’indicizzazione su base 1990=100 mostra una linea nominale che sale – sospinta dall’inflazione – e una linea reale che resta schiacciata sul valore di partenza, quando non scende sotto. Ho costruito un grafico (lo vedete poco sotto) con i dati Istat e Ocse corretti per il potere d’acquisto: è un elettrocardiogramma piatto, il referto di un paziente clinicamente immobile.
Non siamo di fronte a una semplice disfunzione economica. È un fenomeno sociale a tutto tondo, che chiama in causa le strutture intermedie della democrazia: partiti, corpi intermedi e, tra questi, il sindacato confederale. Il quale, per ragioni storiche precise, ha smarrito la sua funzione di cinghia di trasmissione del conflitto. Come è potuto accadere?
La gabbia dello scambio politico
In un libro celebre del 1970, Exit, Voice, and Loyalty, Albert O. Hirschman ci offriva tre opzioni per reagire al declino di un’organizzazione: uscita (abbandono), voce (protesta) o lealtà (accettazione silenziosa). La classe lavoratrice italiana sembra aver scelto, malvolentieri, la terza via. L’uscita – il cambio di posto di lavoro – è ostacolata da un mercato del lavoro rigido, da un tasso di mobilità tra i più bassi d’Europa e dalla paura di cadere in una precarietà ancora peggiore. La voce invece richiederebbe un canale: il sindacato, appunto. Ma il sindacato, da soggetto conflittuale, si è progressivamente trasformato in attore istituzionale, partecipe di quella che Alessandro Pizzorno chiamava «scambio politico»: in cambio di riconoscimento e influenza sulle politiche pubbliche, esso ha moderato le rivendicazioni salariali, accettando di fatto un reddito da lavoro fermo in cambio di stabilità occupazionale e di estensione del welfare (specie pensionistico).

Questa strategia, incarnata dal Protocollo del 1993 firmato da governo, Confindustria e sindacati, aveva una sua logica nell’Italia post-Tangentopoli, che doveva entrare nell’euro e contenere l’inflazione. Ma è diventata una prigione. Il patto sociale si è trasformato in una forma di «lealtà» imposta dall’alto, in cui il dissenso viene delegittimato non dalla repressione ma dall’incorporazione. I sindacalisti siedono nei consigli di amministrazione degli enti previdenziali, trattano con i ministri, gestiscono servizi: non possono permettersi il lusso di una piazza arrabbiata. La voce si è afona.
Inerzia collettiva e il paradosso di Olson
C’è poi un secondo meccanismo, più profondo, descritto da Mancur Olson nella Logica dell’azione collettiva (1965). Perché i lavoratori, anche se individualmente scontenti, non si mobilitano? Perché il salario più alto (il bene pubblico) sarebbe goduto da tutti, anche da chi non partecipa alla lotta. E allora conviene «free riding»: aspettare che protestino gli altri. Ma siccome tutti aspettano, nessuno protesta. L’erosione della sindacalizzazione (dal 39% del 1990 al 32% odierno, con punte bassissime tra i giovani) amplifica il fenomeno. I pochi che ancora si iscrivono sono prevalentemente pensionati o lavoratori della pubblica amministrazione: insiders che, come vedremo, hanno interessi diversi dagli outsiders.
La trappola insider-outsider
Prendiamo in prestito la teoria di Assar Lindbeck e Dennis Snower: nel mercato del lavoro italiano coesistono due mondi. Da una parte gli «insiders», i lavoratori stabili, sindacalizzati, protetti da contratti nazionali, la cui priorità è la difesa del posto e dei diritti acquisiti. Dall’altra gli «outsiders»: precari, giovani, donne, migranti, lavoratori delle partite IVA forfettarie. I sindacati hanno finito per rappresentare quasi esclusivamente i primi, perché sono quelli che votano le RSU, che eleggono i delegati, che conservano la tessera. Per loro vale lo scambio politico: salari bassi ma garanzie conservative. Ma per gli outsiders la voce non ha strumenti: sono individualizzati, dispersi, senza luoghi di aggregazione (le fabbriche fordiste sono sparite, le piattaforme digitali non hanno rappresentanza). Ecco perché il silenzio non viene rotto neppure dai soggetti che più avrebbero da guadagnare da un aumento generale dei salari.
La metamorfosi del lavoro e il soggetto smarrito
Il sociologo Aris Accornero, studiando le trasformazioni del lavoro in Italia, parlava già negli anni Novanta del passaggio dall’operaio-massa al «lavoratore flessibile», un soggetto più difficile da organizzare. Oggi, dopo tre decenni di terziarizzazione, partite IVA e lavoro digitale, il «ceto medio impoverito» (per usare la categoria della sociologa francese Dominique Méda) vive la propria condizione con un misto di rassegnazione e vergogna. La protesta richiede identità, e l’identità professionale si è frammentata. Richard Hyman, studioso delle relazioni industriali europee, ha descritto la sindacalizzazione come un «triangolo» tra mercato, classe e società: quando il mercato diventa centrifugo, la classe diventa invisibile, il sindacato resta con la sola funzione sociale-assistenziale, disimpegnandosi dalla contrattazione salariale. È accaduto in Italia come in nessun altro paese d’Europa.
Schema: il circolo vizioso dei salari bassi
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Tabella: crescita reale dei salari in quattro paesi europei (1991–2023)
| Paese | Variazione reale cumulata |
|---|---|
| Italia | +2,4% |
| Germania | +33,5% |
| Francia | +27,7% |
| Spagna | +8,9% |
Fonte: elaborazione su dati OCSE, 2024. Salari reali medi lordi annui, variazione percentuale cumulata.
Obiezioni e limiti
Non sarebbe onesto attribuire ai soli sindacati la responsabilità di una deriva che ha cause molteplici. La globalizzazione ha creato un’offerta di lavoro mondiale che ha compresso i salari dei Paesi avanzati; l’eurozona ha sottratto lo strumento della svalutazione competitiva; la tecnologia ha polarizzato la domanda di competenze. Inoltre, i salari reali di alcune categorie (come i laureati in settori esposti alla concorrenza internazionale) sono cresciuti, mentre si sono erosi quelli dei lavori a bassa qualifica. Eppure, il confronto europeo mostra che altri sindacati – quelli tedeschi, scandinavi – hanno saputo ottenere aumenti reali consistenti, anche se cedendo su flessibilità oraria o organizzativa. In Italia, la scelta consociativa è stata più radicale e, forse, più pigra. Resta il fatto che la responsabilità politica è diffusa: partiti, imprenditori, policy maker hanno tutti favorito un modello di sviluppo trainato dalle esportazioni e dal contenimento dei costi, piuttosto che dalla domanda interna. Tuttavia, il ruolo dei corpi intermedi resta decisivo: senza una loro spinta autonoma, il circuito vizioso si perpetua.
Che fare? Prospettive per rompere il silenzio
Ci sono segnali, per ora deboli, di un risveglio. Le recenti mobilitazioni dei rider, delle tute blu della logistica e dei metalmeccanici hanno rotto il fronte, mostrando che quando la precarietà si fa insostenibile nasce un bisogno di rappresentanza. Ma per invertire davvero la tendenza occorre un ribaltamento prospettico. Anzitutto, i sindacati dovrebbero ripartire dai luoghi di lavoro dimenticati: le piattaforme, le piccole imprese, i servizi, gli studi professionali. Dovrebbero immaginare nuove forme di azione collettiva che vadano oltre lo sciopero tradizionale e utilizzino la leva reputazionale del consumatore, come insegnano le campagne sindacali americane (Justice for Janitors, Fight for $15). In secondo luogo, è indispensabile una politica industriale che premi gli aumenti di produttività e li leghi alla crescita salariale, anche attraverso la detassazione dei contratti aziendali e la contrattazione territoriale. Infine, serve un cambio di mentalità: smettere di trattare il salario come un costo e riscoprirlo come motore di domanda e coesione. Norberto Bobbio amava dire che la democrazia ha bisogno di «corpi intermedi forti». Senza sindacati capaci di confliggere, non ci può essere democrazia viva. La piazza silenziosa degli stipendi dimenticati attende ancora il suo altoparlante.
Domande frequenti
Per un intreccio di cause: bassa produttività, assenza di una contrattazione aziendale diffusa, un mercato del lavoro duale e una concertazione sindacale che ha privilegiato la stabilità occupazionale alla crescita salariale.
Non sono gli unici responsabili, ma la loro progressiva istituzionalizzazione li ha portati ad accettare implicitamente la moderazione salariale in cambio di influenza politica, perdendo il ruolo di rappresentanti del conflitto.
Occorrono politiche industriali per la produttività, un rinnovamento dei corpi intermedi e un nuovo patto sociale che leghi i salari alla crescita, superando la precarietà e ridando voce ai lavoratori.
Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.
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