Gli uomini sono cambiati, le case no: il lavoro familiare italiano in vent’anni di dati Istat

Nel 2023 le donne italiane dedicano al lavoro familiare 4 ore e 44 minuti al giorno, gli uomini 2 ore e 6. In vent'anni il divario si è ridotto di un'ora, ma due terzi di quel recupero vengono da donne che hanno smesso di fare, non da uomini che hanno cominciato. Un capitolo su ciò che si vede e ciò che non si vede della cura, con Hochschild, Connell e Goffman.

Da qualche mese circola un’espressione che descrive un uomo capace di ascoltare, di occuparsi dei figli, di non alzare la voce: mascolinità gentile. È una formula che si è diffusa a partire da video e commenti online, e come tutte le formule fortunate ha il pregio di nominare qualcosa che molti stavano già percependo. I padri che si vedono ai giardinetti il sabato mattina non sono quelli di trent’anni fa. Portano la fascia, cambiano il pannolino in piedi appoggiandosi al cofano dell’auto, conoscono il nome della maestra. Nelle pubblicità, nei film, nei racconti che ci facciamo, il padre italiano è cambiato.

La domanda che questo capitolo prova a porre è semplice e un po’ scortese: cambiato quanto?

La risposta più precisa che abbiamo la fornisce l’indagine dell’Istat sull’uso del tempo, che chiede a un campione di persone di annotare in un diario che cosa fanno, ora per ora, in una giornata qualsiasi. È uno strumento vecchio e poco spettacolare, ma ha una qualità che nessun sondaggio possiede: non registra quello che le persone pensano di sé, registra quello che fanno. Nel 2023, in Italia, le donne dai venticinque anni in su hanno dedicato al lavoro familiare — faccende domestiche, cura delle persone, acquisto di beni e servizi — una media di quattro ore e quarantaquattro minuti al giorno. Gli uomini della stessa età: due ore e sei minuti.

Due ore e trentotto minuti di differenza. Ogni giorno, festivi compresi, per tutta la vita adulta.

Il dato viene dal Rapporto annuale dell’Istat pubblicato nella primavera del 2026, che dedica una parte del suo terzo capitolo proprio ai carichi familiari. E il punto interessante non è il divario in sé, che è noto e che nessuno si aspettava azzerato. Il punto è come si è ridotto negli ultimi vent’anni. Perché si è ridotto davvero. Solo che non è successo per la ragione che raccontiamo.

Vent’anni di lavoro familiare, e chi li ha pagati

Nel 2003 la distanza fra i due sessi superava le tre ore e mezza. Nel 2023 è scesa a due ore e trentotto. Un’ora in meno: sembrerebbe una buona notizia, e in parte lo è. Ma quell’ora è stata guadagnata in due modi molto diversi fra loro, e la proporzione conta più del totale.

Tempo dedicato al lavoro familiare in un giorno medio, popolazione di 25 anni e più (fonte: Istat)
Donne, 2003
5h 24m
Donne, 2023
4h 44m
Uomini, 2003
1h 47m
Uomini, 2023
2h 06m
Elaborazione su dati Istat, indagine sull’uso del tempo, Rapporto annuale 2026 — i valori 2003 sono ricostruiti dalle variazioni pubblicate

Le donne hanno ridotto il proprio lavoro familiare di quaranta minuti. Gli uomini lo hanno aumentato di diciannove. Su cinquantanove minuti di divario recuperato, quaranta arrivano da donne che hanno smesso di fare qualcosa e diciannove da uomini che hanno cominciato a farla: due terzi contro un terzo. La casa italiana non è stata riequilibrata, è stata in buona parte svuotata. Meno stiro, meno pasti cucinati da zero, più cibo pronto, più elettrodomestici, più — dove il reddito lo consente — lavoro domestico comprato da qualcun altro, che quasi sempre è un’altra donna e spesso una donna straniera.

Si potrebbe obiettare che il confronto sull’intera popolazione adulta è impreciso, perché mette insieme pensionati e trentenni, coppie con figli piccoli e persone che vivono sole. È un’obiezione giusta, e l’Istat la anticipa restringendo lo sguardo alle coppie fra i venticinque e i sessantaquattro anni in cui entrambi i partner lavorano: il caso in cui, se la simmetria dovesse esistere da qualche parte, dovremmo trovarla. Nel 2023 gli uomini di queste coppie hanno dedicato al lavoro familiare un’ora e quarantotto minuti al giorno. Le loro compagne, quattro ore e dieci.

Due ore e ventidue minuti di differenza fra due persone che escono di casa la mattina e rientrano la sera nello stesso modo.

Per misurare questo squilibrio l’Istat usa un indicatore che si chiama indice di asimmetria del lavoro familiare: la quota di lavoro familiare svolto dalla donna sul totale della coppia. Cinquanta significa parità perfetta; cento significa che l’uomo non fa nulla. Nelle coppie di occupati fra venticinque e sessantaquattro anni l’indice valeva 75,4 nel 2003. Nel 2023 vale 68,9.

Indice di asimmetria del lavoro familiare, coppie di occupati 25-64 anni (fonte: Istat)
2003
75,4
2023
68,9
2023, donna con licenza media
oltre 71
2023, donna laureata
66
Parità (riferimento)
50,0
Elaborazione su dati Istat, Rapporto annuale 2026 — estrazione del 3 settembre 2026

Sei virgola cinque punti in vent’anni. Poco più di un terzo di punto all’anno. Se la velocità restasse questa — ipotesi ingenua, ma utile per dare la misura di quello che stiamo guardando — la parità nella divisione del lavoro familiare fra due persone che lavorano entrambe arriverebbe in Italia intorno al 2081. Non è una previsione: è un modo per rendere visibile la lentezza. Chi ha oggi vent’anni farebbe in tempo a vederla da anziano, e i suoi figli crescerebbero comunque in una casa asimmetrica.

Dove gli uomini sono entrati, e dove no

Il dato aggregato nasconde una divisione interna che è forse la cosa più istruttiva di tutto il capitolo. L’asimmetria, scrive l’Istat, è sistematicamente più alta nel lavoro domestico, l’ambito più resistente alla redistribuzione; mentre nella cura dei figli si osservano livelli di condivisione relativamente più elevati.

Detto in modo più diretto: gli uomini italiani sono entrati nella parte della cura che si vede, e molto meno in quella che non si vede. Portare il bambino al parco, giocare, accompagnare a nuoto, andare al colloquio con l’insegnante sono attività che hanno un pubblico, una gratificazione immediata e un contenuto affettivo riconoscibile. Pulire il bagno no. Ricordarsi che sono finiti i tovaglioli nemmeno. La curva della partecipazione maschile ha seguito con precisione la linea che separa il lavoro di cura gratificante dal lavoro domestico ripetitivo, e si è fermata lì.

Questa selettività spiega perché la percezione e la misura divergano tanto. Le attività in cui gli uomini si sono davvero inseriti sono anche quelle che si fotografano, che si raccontano, che diventano immagine pubblica della paternità contemporanea. Il carico che non è cambiato è per definizione quello che nessuno guarda.

Ci sono poi tre linee di frattura che attraversano il dato nazionale.

La prima è l’istruzione. Nelle coppie in cui la donna è laureata l’indice scende a 66; dove non ha superato la licenza media supera 71. Cinque punti di distanza, che l’Istat legge come segno di una maggiore disponibilità a rivedere i ruoli tradizionali dove il capitale culturale femminile è più alto. Vale la pena notare che l’indicatore usato è il titolo di studio di lei: la redistribuzione sembra dipendere meno da quanto l’uomo ha studiato che da quanto potere contrattuale la donna porta nella coppia.

La seconda è geografica. L’asimmetria è più contenuta al Nord e al Centro, più ampia nel Mezzogiorno, dove per di più la riduzione rispetto al 2003 è stata meno marcata. Le due distanze si sommano: il Sud non solo parte più squilibrato, ma si muove più lentamente. È lo stesso tipo di divario cumulativo che si osserva su quasi tutti gli indicatori di partecipazione femminile, e che rende insufficiente qualsiasi politica pensata su una media nazionale.

La terza è culturale, ed è quella che l’Istat ha misurato in modo più interessante. Nelle coppie di occupati in cui si ritiene che sia soprattutto l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia, l’indice di asimmetria è più alto di 3,4 punti quando è l’uomo a pensarlo, e di 5,3 punti quando lo pensa la donna. Se invece si ritiene che gli uomini siano meno adatti delle donne alle attività domestiche, l’asimmetria sale di 6,2 punti quando è l’uomo a condividere quell’idea e di 5,3 quando la condivide lei.

Sono numeri piccoli in apparenza, ma vanno letti nella scala giusta. Sei virgola due punti è quasi esattamente quanto l’Italia intera ha guadagnato in vent’anni. Una convinzione — una frase che un uomo pensa su se stesso, e che probabilmente non ha mai formulato ad alta voce — pesa quanto due decenni di trasformazione sociale.

Dove sono finiti i quaranta minuti

Resta una domanda che il grafico non risolve. Le donne italiane hanno smesso di dedicare quaranta minuti al giorno al lavoro familiare: quel lavoro è scomparso, oppure lo sta facendo qualcun altro?

Una parte è davvero scomparsa, assorbita dagli elettrodomestici e dal mercato: la lavastoviglie, il cibo pronto, la lavanderia, la spesa consegnata a casa. Un’altra parte, però, è stata semplicemente comprata. Nel 2025 l’osservatorio dell’Inps contava 804.464 lavoratori domestici regolarmente dichiarati in Italia, in calo del 2,3 per cento rispetto all’anno precedente. L’88,7 per cento sono donne. Quasi sette su dieci hanno cittadinanza straniera: un terzo circa proviene dall’Europa dell’Est, il nove per cento dal Sud America, il sette e mezzo dalle Filippine. Dal 2024 le badanti hanno superato per la prima volta le colf, segno che la voce in crescita non è la pulizia della casa ma l’assistenza agli anziani.

Questo cambia il senso di una parte del riequilibrio. Dove il lavoro familiare è uscito dalla coppia, non sempre è stato ridistribuito fra i due partner: in molti casi è passato da una donna a un’altra donna, con un pagamento in mezzo. Il divario fra i sessi si riduce, ma per una quota che non conosciamo con precisione la riduzione corre lungo una linea di reddito e di cittadinanza, non lungo una linea di genere.

È un’ipotesi, non una misura, e va tenuta come tale. Ma getta una luce diversa anche sul dato dell’istruzione visto poco fa. Le coppie in cui la donna è laureata mostrano un’asimmetria di cinque punti più bassa, e l’Istat lo legge come una maggiore disponibilità a rivedere i ruoli. È una lettura plausibile. Va però ricordato che quelle stesse coppie hanno in media redditi più alti, e che una parte della loro simmetria apparente potrebbe essere stata acquistata sul mercato anziché negoziata in cucina. I due meccanismi non si escludono, e i dati disponibili non permettono di separarli.

Tre chiavi per capire perché la casa resiste

Se il divario fosse un residuo del passato destinato a sciogliersi da solo, dovremmo vederlo scendere in modo regolare, e più in fretta nelle generazioni giovani e istruite. Scende, ma con una lentezza che un semplice ritardo culturale non basta a spiegare. Servono strumenti più precisi.

Hochschild: il secondo turno e l’economia della gratitudine

Alla fine degli anni Ottanta la sociologa americana Arlie Russell Hochschild studiò le coppie in cui entrambi lavoravano e coniò l’espressione che da allora accompagna questo tema: il secondo turno. Le donne che erano entrate nel mercato del lavoro non avevano scambiato il lavoro domestico con quello retribuito; avevano aggiunto il secondo al primo. Rientravano a casa e cominciavano un altro turno, non pagato, non riconosciuto, e computato da tutti come naturale.

Hochschild osservò anche qualcosa di più sottile, che i dati italiani del 2023 illustrano perfettamente. Quando gli uomini partecipavano, tendevano a scegliere: prendevano su di sé i compiti con confini definiti, con un inizio e una fine, e possibilmente con una componente piacevole. Alle donne restava il lavoro senza bordi, quello che non finisce mai perché ricomincia — e soprattutto restava la responsabilità di sapere che cosa andava fatto. È la distinzione fra eseguire un compito e tenere in testa l’elenco dei compiti, quello che oggi si chiama carico mentale. Nei diari dell’uso del tempo il carico mentale non compare, perché non è un’attività: è uno sfondo.

C’è poi il concetto che Hochschild chiamava economia della gratitudine. In una coppia, ciò che viene percepito come un dono e ciò che viene percepito come un dovere non è stabilito dai fatti ma dalle aspettative. Un uomo che prepara la cena due sere a settimana riceve gratitudine; una donna che la prepara sette non ne riceve nessuna, perché nessuno dei due la classifica come un dono. Finché il metro è questo, un uomo può sentirsi sinceramente paritario a un’ora e quarantotto minuti contro quattro e dieci. Non mente: misura con un righello diverso.

Connell: l’egemonia si aggiorna

La sociologa australiana Raewyn Connell ha introdotto l’idea di mascolinità egemonica: non un tipo di uomo, ma il modello culturalmente dominante di che cosa significhi essere un uomo in una data società, il metro rispetto al quale tutte le altre mascolinità si collocano. Il punto decisivo della sua analisi, e quello più spesso dimenticato, è che l’egemonia non è rigida. Sopravvive proprio perché si aggiorna. Quando un modello di mascolinità entra in crisi, non viene sostituito: viene riformulato in una versione che assorbe le critiche e conserva la posizione.

Vista così, la mascolinità gentile non è necessariamente il superamento del modello precedente. Può esserne la revisione riuscita. Il padre che porta la fascia e parla dei propri sentimenti ha incorporato una parte consistente della critica femminista degli ultimi cinquant’anni, e questo è un cambiamento vero, non una finzione. Ma se la divisione materiale del lavoro resta a 68,9, la revisione ha riguardato il registro espressivo più della struttura. Si è modificato il modo in cui un uomo si presenta; molto meno il modo in cui le ore di una giornata vengono distribuite.

Connell aggiungerebbe che questa è la forma di dominio più difficile da contestare, perché è simpatica. Contro il patriarca autoritario si può polemizzare. Contro un uomo affettuoso che gioca coi figli e non sa dove si tengono i sacchetti dell’aspirapolvere, la contestazione sembra ingenerosa — e infatti raramente viene fatta.

Goffman: il pannolino come rituale

Erving Goffman, che ha passato la vita a osservare le microscene della vita quotidiana, sosteneva che il genere non è tanto una proprietà delle persone quanto una rappresentazione che gli individui mettono in scena continuamente l’uno per l’altro. Nei suoi lavori sulla pubblicità e sull’arrangiamento fra i sessi mostrò come pochi gesti stilizzati bastino a comunicare un’appartenenza, e come questi gesti tendano a concentrarsi in momenti visibili e brevi.

Il padre che cambia il pannolino al parco sta compiendo un gesto reale e utile, ma sta anche compiendo un rituale: dichiara pubblicamente un’appartenenza a un certo modo di essere uomo. Ha la caratteristica formale del rituale, cioè un’alta densità simbolica in un tempo molto breve. Le sei ore settimanali di lavoro domestico che non compaiono nel suo diario non hanno nessuna densità simbolica e nessun pubblico. La rappresentazione, direbbe Goffman, si concentra dove qualcuno guarda; ed è per questo che una società può convincersi di essere cambiata osservando onestamente ciò che vede, e sbagliando comunque.

Hochschild
Il secondo turno
Chi partecipa sceglie i compiti con bordi netti e una ricompensa. Il lavoro senza fine e la responsabilità di ricordare restano a lei.
Connell
L’egemonia si aggiorna
Il modello dominante assorbe la critica e cambia registro espressivo, conservando la distribuzione delle ore.
Goffman
La cura come rappresentazione
Il cambiamento si concentra dove c’è un pubblico. Ciò che nessuno guarda non entra nella scena e non entra nel racconto.
Un cambiamento reale nel registro, molto più lento nella struttura

Che cosa questi numeri non dicono

I diari dell’uso del tempo registrano attività dichiarate, e le persone dichiarano ciò che riconoscono come attività. Il carico mentale — programmare, ricordare, coordinare, prevedere — non ha una casella e quindi non compare: se comparisse, quasi tutti gli studi disponibili suggeriscono che il divario si allargherebbe, non si stringerebbe. Il diario coglie male anche la simultaneità, cioè il fatto che sorvegliare un bambino mentre si cucina sono due cose insieme e non una.

L’indice di asimmetria, poi, è la media dei rapporti calcolati dentro ciascuna coppia, non il rapporto fra le medie: i due numeri si somigliano ma non coincidono, e non vanno ricavati l’uno dall’altro. I dati sulle coppie riguardano quelle formate da un uomo e una donna, perché è su queste che l’indicatore è costruito; sulle coppie dello stesso sesso la rilevazione non offre stime comparabili. Le cifre del 2003 usate nel grafico sono ricostruite a partire dalle variazioni pubblicate dall’Istat e vanno prese come ordine di grandezza. Infine, il calcolo sul 2081 non è una proiezione: nessuna serie sociale si muove in modo lineare per sessant’anni, e serve soltanto a dare una misura intuitiva della lentezza osservata. La lettura proposta qui è un’ipotesi interpretativa coerente con i dati, non una loro dimostrazione.

Che cosa se ne fa chi legge

La prima conseguenza riguarda le politiche, e in particolare i congedi. L’Italia riconosce ai padri dieci giorni lavorativi di congedo obbligatorio, retribuiti al cento per cento: esattamente il minimo fissato dalla direttiva europea del 2019 sull’equilibrio fra vita professionale e vita privata. Non un giorno di più. In Francia il congedo di paternità è di ventotto giorni; in Spagna sono sedici settimane per ciascun genitore, retribuite integralmente.

Paese Congedo riservato ai padri Settimane ben retribuite disponibili ai padri
Italia 10 giorni lavorativi 2
Spagna 16 settimane per genitore 16
Norvegia quota riservata su 12 mesi complessivi 20
Settimane retribuite oltre il 65 per cento della retribuzione, congedo di paternità e parentale sommati. Fonte: direttiva UE 2019/1158 e ricognizioni comparative sui congedi in Europa.

La differenza non è soltanto di durata. Le settimane che un padre passa da solo con un neonato, senza la madre accanto, sono le uniche in cui è costretto a imparare l’intera sequenza: non il gesto, la sequenza. Dove queste settimane esistono e sono ben retribuite, la partecipazione maschile al lavoro domestico resta più alta anche molti anni dopo. Dieci giorni bastano per esserci alla nascita. Non bastano per acquisire una competenza.

La seconda conseguenza riguarda la scuola, ed è il punto in cui un dato apparentemente astratto diventa operativo. Il coefficiente culturale misurato dall’Istat — sei virgola due punti di asimmetria in più associati a una singola convinzione sull’inadeguatezza domestica maschile — dice che le idee su chi è tagliato per cosa hanno un peso materiale misurabile sulle ore di una giornata. Quelle idee si formano presto, e la scuola è uno dei pochi luoghi in cui possono essere esaminate invece che assorbite. Non serve un’ora dedicata: serve che, quando in una classe di scienze umane si parla di famiglia, si guardi anche l’organizzazione concreta del tempo, e non solo le sue rappresentazioni normative.

La terza conseguenza riguarda le organizzazioni. Un’azienda che concede flessibilità solo a chi la chiede si accorgerà che a chiederla sono quasi soltanto le donne, e produrrà così, senza volerlo, esattamente il divario di carriera che dichiara di voler ridurre. La flessibilità non usata dagli uomini non è neutra: è un costo che si scarica sulle donne che la usano.

Ma la conseguenza più immediata è un cambio di sguardo, ed è quella che questo capitolo vorrebbe lasciare a chi legge. Per capire come funziona davvero una casa non conviene guardare chi gioca con i bambini. Conviene guardare chi sa la taglia delle scarpe, chi si accorge che stanno finendo i quaderni, chi tiene in testa la data della visita pediatrica. Quella non è una mansione, è una posizione. È il punto in cui l’organizzazione della famiglia italiana ha smesso di cambiare, ed è anche il punto in cui il cambiamento, quando arriverà, si vedrà per primo.

Fonti

Elaborazione su dati Istat, Rapporto annuale 2026 — La situazione del Paese, capitolo terzo, pubblicato il 21 maggio 2026, e indagine Istat sull’uso del tempo; estrazione del 3 settembre 2026. Dati sul lavoro domestico retribuito: Inps, Osservatorio sui lavoratori domestici, anno 2025. Dati sui congedi: direttiva UE 2019/1158 sull’equilibrio fra attività professionale e vita familiare, normativa italiana sul congedo di paternità obbligatorio e ricognizioni comparative sui sistemi di congedo europei. I dati Istat sono rilasciati con licenza Creative Commons Attribution e sono qui rielaborati con indicazione della fonte; tabelle e grafici sono ricostruzioni originali.

Riferimenti teorici: A. R. Hochschild, The Second Shift, 1989, e The Commercialization of Intimate Life, 2003; R. Connell, Masculinities, 1995; E. Goffman, Gender Advertisements, 1979, e il saggio The Arrangement between the Sexes, 1977.

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