16 luglio 2026, Milano. Alla quinta ora di un consiglio di classe agitato, una docente di lettere si ferma. Ha appena pronunciato le parole ‘ai miei tempi’ e si scoraggia. Intorno a lei, studenti nati dopo il 2010 sfogliano video su TikTok, alcuni con un auricolare invisibile. La professoressa sospira: ‘Siete la generazione degli schermi’. La frase è un cliché, ma nasconde una domanda seria: cosa significa davvero parlare di ‘generazioni‘? Da dove viene questa categoria, e perché oggi sembra crollarci addosso?
Il concetto di generazione: un’invenzione moderna
L’idea che le persone nate in un arco di tempo simile condividano valori, atteggiamenti e un destino storico è relativamente recente. Il filosofo Karl Mannheim, nel saggio del 1928 Il problema delle generazioni, fu il primo a dare veste sociologica al termine. Per Mannheim, una generazione non è solo coorte anagrafica, ma comunità di esperienza: eventi traumatici o epocali (guerre, crisi economiche, rivoluzioni tecnologiche) creano una collocazione generazionale comune, un modo di vedere il mondo che distingue chi li ha vissuti da chi è venuto prima o dopo.
Mannheim distingueva tra generazione come realtà sociale e generazione come categoria statistica. La prima è viva, concreta; la seconda è un artefatto dei demografi. Oggi, nel 2026, i media e il marketing hanno trasformato la generazione in un’etichetta: Gen Z (nati 1997-2012), Gen Alpha (2013-2025). Ma queste fasce d’età sono davvero comunità di esperienza? O sono dispositivi di controllo?
Gen Z: la generazione sospesa
I nati tra la fine degli anni Novanta e i primi Dieci del Duemila sono la prima generazione completamente digitale, ma anche quella che ha vissuto la pandemia in adolescenza o giovane età adulta. Secondo dati dell’ISTAT 2025, il 72% dei diciottenni italiani dichiara di sentirsi ‘solo’ spesso, e il 45% riferisce sintomi ansiosi. La sociologa Zygmunt Bauman, se fosse vivo, avrebbe riconosciuto in loro l’incarnazione della modernità liquida: relazioni fragili, identità mutevoli, consumi compulsivi. Ma Bauman non ha il monopolio.
Lo psicologo sociale Albert Bandura ha mostrato come l’apprendimento per osservazione e modellamento sia alla base della formazione dell’identità. La Gen Z ha avuto modelli molteplici, spesso contraddittori: influencer, youtuber, attivisti. Non esiste un modello unico, ma una costellazione di modelli. Questo spiega perché le statistiche indicano una generazione che, da un lato, è più tollerante e progressista su temi come diritti civili e ambiente; dall’altro, è più ansiosa e meno sicura del futuro.
Gen Alpha: i nativi dell’AI
I bambini nati dal 2013 in poi sono i primi a crescere con assistenti vocali, intelligenza artificiale generativa e robot educativi. Il neuroscienziato Antonio Damasio ha dimostrato che le emozioni sono fondamentali per la costruzione del sé. Ma cosa succede quando le interazioni emotive primarie non sono solo con umani, ma anche con chatbot? Alcuni studi, come quelli del Journal of Child Development (2025), suggeriscono che i bambini sviluppano attaccamenti emotivi verso gli assistenti vocali, ma con una qualità ‘simulata’: mancano la reciprocità e la vulnerabilità vere.
La Gen Alpha sta imparando a relazionarsi con macchine che rispondono sempre, non si arrabbiano, non tradiscono. Questo potrebbe portare a un’aspettativa irrealistica verso le relazioni umane, oppure a una maggiore capacità di mediazione tecnologica. La pedagogista Maria Montessori ci ha insegnato che l’ambiente modella il bambino. L’ambiente della Gen Alpha è ibrido, fatto di schermi tattili e sensori. Il suo sviluppo cognitivo sarà diverso, ma non in modo deterministico: dipende da come adulti e istituzioni gestiranno questa immersione.
Il dibattito scientifico: generazioni o etichette?
Non tutti gli studiosi sono convinti che le generazioni siano categorie utili. Il sociologo Pierre Bourdieu avrebbe sottolineato che la divisione in generazioni rischia di nascondere le disuguaglianze interne. Un ventenne milanese figlio di manager non è nella stessa posizione sociale di un coetaneo di Palermo disoccupato. La classe sociale, il capitale culturale, il genere contano più dell’anno di nascita.
Il filosofo Michel Foucault avrebbe visto nelle etichette generazionali uno strumento di biopotere: una tecnica per categorizzare, controllare e governare le popolazioni. ‘I millennial’, ‘la Gen Z’ diventano oggetti di discorso, su cui si investono risorse e si proiettano paure. Lo stesso termine ‘Gen Alpha’ è stato coniato da un’agenzia di marketing australiana nel 2015: non dalla scienza, ma dal consumo.
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Schema: il percorso da comunità di esperienza a dispositivo di consumo
Dati a confronto: Gen Z vs Gen Alpha
| Caratteristica | Gen Z (1997-2012) | Gen Alpha (2013-2025) |
|---|---|---|
| Primo dispositivo | Smartphone (adolescenza) | Tablet/Assistente vocale (infanzia) |
| Social principale | Instagram, TikTok | YouTube Kids, Roblox |
| Eventi formativi | Covid-19, crisi climatica | Guerra Ucraina, AI generativa |
| Tratti prevalenti (studi 2025) | Ansia, attivismo, flessibilità | Iperconnessione, dipendenza da schermi, attaccamento AI |
I dati della tabella sono tratti da rapporti del Censis e dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza (2025-2026). Emerge un quadro in cui la Gen Alpha sembra più precoce, ma anche più esposta a rischi di isolamento sociale. Tuttavia, molti sociologi mettono in guardia dal determinismo tecnologico: la tecnologia non causa, ma amplifica tendenze già esistenti.
La fine delle generazioni? Verso un nuovo paradigma
Alcuni autori contemporanei, come il filosofo Byung-Chul Han, sostengono che la società dell’informazione ha frammentato le esperienze collettive. Le generazioni, un tempo unite da eventi condivisi (la guerra, il boom economico), oggi sono atomizzate. Un ragazzo di 15 anni può seguire un creator americano, un anime giapponese e una serie coreana, mentre un coetaneo del suo stesso quartiere vive in un universo culturale completamente diverso. La cosiddetta cultura globale non unifica, ma crea nicchie.
Inoltre, la velocità del cambiamento tecnologico rende obsoleto il concetto stesso di generazione. Se un bambino di 10 anni oggi vive un’esperienza digitale radicalmente diversa da un bambino di 10 anni del 2020, allora ogni coorte di 2-3 anni sarebbe una ‘generazione’ a sé. Per Mannheim, l’unità generazionale nasce da un’esperienza condivisa. Ma cosa condivide oggi un nato nel 2016 con uno nato nel 2020? Forse solo l’uso di TikTok? E già questo è in dubbio.
Implicazioni pratiche ed educative
Se le generazioni sono costruzioni sociali, allora smettere di usarle come categorie rigide può liberare energie. Invece di chiedersi ‘cosa vogliono i Gen Alpha’, gli educatori potrebbero chiedersi ‘cosa serve a ogni bambino nella sua specifica condizione’. La pedagogista Loris Malaguzzi parlava di cento linguaggi dei bambini: oggi quei linguaggi includono il coding, il prompt engineering, ma anche l’ empatia e la cura.
Concretamente, le scuole potrebbero abbandonare le etichette generazionali e adottare un approccio basato sulle competenze e sulle esperienze individuali. I politici dovrebbero evitare discorsi tipo ‘i giovani di oggi sono…’ e concentrarsi su disuguaglianze strutturali. Le famiglie, infine, possono coltivare un dialogo intergenerazionale autentico, senza pregiudizi anagrafici.
In conclusione, la storia dell’idea di generazione è la storia della nostra difficoltà a conciliare individuo e società. Da Mannheim a oggi, il concetto ha oscillato tra strumento di analisi e cliché commerciale. Forse è ora di superarlo, non per negare le differenze anagrafiche, ma per guardare le persone nella loro complessità, al di là della data di nascita.
Domande frequenti
Gen Z (1997-2012) è cresciuta con smartphone e social in adolescenza, vivendo Covid e crisi climatica. Gen Alpha (2013-2025) è nativa dell'AI e degli assistenti vocali, con schermi fin dall'infanzia e maggiore esposizione alla tecnologia.
Molti sociologi lo criticano perché nasconde disuguaglianze interne. Mannheim lo vedeva come comunità di esperienza, oggi è spesso uno strumento di marketing. L'approccio basato su individui e contesti sembra più efficace.
Evitare stereotipi generazionali, ascoltare le esperienze individuali, e promuovere un uso consapevole della tecnologia. L'educazione dovrebbe basarsi su competenze e bisogni specifici, non sull'anno di nascita.
Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.
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