Karl Marx per la sociologia: alienazione, classi e ideologia — guida allo studio

Marx letto come strumento di analisi e non come bandiera: materialismo storico, le quattro forme di alienazione, classe in sé e per sé, ideologia, plusvalore. Con le previsioni che non si sono avverate e le correzioni di Weber, Gramsci e Althusser.

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Nelle aule Marx arriva quasi sempre con l’etichetta già attaccata: è il filosofo della rivoluzione, quello dei regimi del Novecento, quello di cui si discute prendendo posizione prima ancora di averlo letto. È un peccato, perché per la sociologia Marx conta per una ragione diversa e più sobria: è stato il primo a costruire un modo sistematico di spiegare la società a partire da come gli uomini producono ciò di cui hanno bisogno.

Si può non condividere una sola delle sue conclusioni politiche e continuare a usare i suoi strumenti tutti i giorni. Molti sociologi contemporanei fanno esattamente questo.

Il capovolgimento di partenza

La filosofia che Marx eredita, quella di Hegel, spiega la storia come il percorso di un’idea che si realizza nel tempo. Marx la rovescia. Non sono le idee a muovere le condizioni materiali: sono le condizioni materiali a produrre le idee.

Nel 1859, nella prefazione a un’opera economica, formula la tesi che sarebbe diventata la più citata e la più fraintesa di tutta la sua produzione: non è la coscienza degli uomini a determinare il loro essere sociale, ma al contrario il loro essere sociale a determinare la coscienza.

L’immagine che usa è quella di un edificio. Alla base c’è la struttura economica: le forze produttive, cioè gli strumenti, le tecniche e il lavoro disponibili, e i rapporti di produzione, cioè chi possiede cosa e chi lavora per chi. Sopra si erge la sovrastruttura: il diritto, la politica, la religione, la morale, l’arte.

Qui va fatta subito una precisazione, perché è il punto in cui gli studenti sbagliano più spesso e dove Marx viene liquidato con troppa facilità. La metafora dell’edificio suggerisce che l’economia determini meccanicamente tutto il resto, e letta così è indifendibile: nessuno spiegherebbe la Divina Commedia con i rapporti di produzione del Trecento fiorentino. Marx stesso, nelle analisi storiche concrete, è molto più cauto di quanto la formula lasci pensare, e la tradizione successiva ha passato un secolo a correggere il tiro.

L’alienazione: quattro modi di essere estraneo

I manoscritti che Marx scrive nel 1844, e che restano inediti fino al 1932, contengono l’analisi che ancora oggi funziona meglio in classe, perché parla di un’esperienza che gli studenti riconoscono.

Il lavoratore è alienato in quattro sensi. È estraneo al prodotto del proprio lavoro, che gli si presenta come una cosa altrui, di cui non decide né la destinazione né il prezzo. È estraneo all’attività stessa, perché il lavoro non è più espressione di sé ma un mezzo per procurarsi altro: non lavora per vivere, vive per lavorare. È estraneo alla propria natura di specie, alla capacità tipicamente umana di progettare consapevolmente ciò che si fa, ridotta a esecuzione di gesti decisi da altri. Ed è estraneo agli altri uomini, perché il rapporto con chi lavora accanto a lui diventa concorrenza.

Il concetto ha avuto una fortuna che va molto oltre il contesto industriale in cui è nato. Chiunque abbia provato a spiegarlo partendo da un lavoro stagionale in un magazzino, o dalle recensioni a stelle che valutano un fattorino, sa che non serve tradurlo: gli studenti lo traducono da soli.

Le classi, e la differenza fra esserci e saperlo

Per Marx la classe non si definisce con il reddito ma con la posizione rispetto ai mezzi di produzione: possederli o non possederli. È una definizione più stretta di quella che usiamo nel linguaggio comune, e proprio per questo taglia diversamente la realtà.

La distinzione decisiva è però un’altra. Una classe può esistere oggettivamente — persone nella stessa condizione, con gli stessi interessi — senza che i suoi membri se ne rendano conto. Marx la chiama classe in sé. Diventa classe per sé solo quando quelle persone riconoscono la propria condizione come comune e agiscono di conseguenza.

È uno dei passaggi più fecondi di tutta la sociologia, perché apre una domanda che nessuna statistica risolve: perché persone che condividono la stessa condizione materiale spesso non si percepiscono affatto come un gruppo, e talvolta si percepiscono come avversarie?

Ideologia: non le bugie, ma il paesaggio

La risposta di Marx sta nel concetto di ideologia, e va maneggiata con precisione perché nell’uso corrente si è consumata fino a significare semplicemente opinione politica.

Nell’accezione marxiana l’ideologia non è una menzogna consapevole. È l’insieme delle rappresentazioni che una società si dà di se stessa, e che tendono a far apparire come naturale, eterno e giusto un assetto che è invece storico e prodotto da rapporti di forza. Le idee dominanti di un’epoca, scrive, sono le idee della classe dominante — non perché qualcuno le imponga con la forza, ma perché chi controlla i mezzi materiali controlla anche, per gran parte, i mezzi con cui si producono le idee.

La forza dell’ideologia non sta nel convincere: sta nel rendere impensabile l’alternativa.

Il plusvalore, spiegato senza economia

Nel Capitale, del 1867, l’analisi diventa tecnica. La sostanza si può però dire in poche righe.

L’operaio vende la sua forza-lavoro e riceve un salario che copre ciò che gli serve per vivere e presentarsi al lavoro il giorno dopo. Nella giornata, però, produce un valore superiore a quello del proprio salario. La differenza è il plusvalore, e resta a chi possiede i mezzi di produzione.

Il punto che vale la pena sottolineare in classe è che per Marx questo non è un imbroglio né un abuso: avviene alla luce del sole, dentro un contratto liberamente firmato e formalmente equo. È una critica al funzionamento normale del sistema, non alla disonestà di qualcuno. Chi lo ha capito ha capito il cuore del ragionamento.

Che cosa ha tenuto e che cosa no

L’onestà intellettuale impone di dire dove le previsioni non si sono verificate, e sono parecchie.

La società non si è polarizzata in due sole classi: fra capitale e lavoro si è sviluppato un ceto medio ampio, fatto di tecnici, impiegati e professionisti, che Marx non aveva previsto in quelle proporzioni. La rivoluzione non è arrivata nei paesi industrialmente più avanzati, come la teoria lasciava attendere, ma in paesi agricoli e arretrati. E la condizione operaia nei paesi occidentali è migliorata invece di degradarsi, grazie al conflitto sindacale e al welfare — cioè dentro il sistema, non contro di esso.

Max Weber, pochi decenni dopo, obietta sul piano del metodo: la disuguaglianza non si esaurisce nella proprietà, ma passa anche attraverso il prestigio sociale e il potere politico, che non coincidono con la ricchezza. E dimostra, studiando il rapporto fra etica protestante e capitalismo, che le idee religiose possono precedere e favorire un assetto economico, non solo rifletterlo.

Nel Novecento la tradizione marxista risponde a queste difficoltà proprio smontando il determinismo economico. Gramsci introduce l’egemonia, cioè il consenso che le classi dominanti ottengono sul terreno della cultura invece che su quello della forza. Althusser parla di apparati ideologici di Stato, e mette la scuola al primo posto fra questi. In entrambi i casi la sovrastruttura smette di essere un riflesso e diventa il campo dove la partita si gioca davvero.

Dove lo ritrovi oggi

Chi studia teoria sociologica contemporanea incontra Marx quasi ovunque, spesso senza che il nome compaia.

La teoria del conflitto, con Dahrendorf, Coser e Collins, tiene l’idea che il conflitto sia un elemento strutturale e non patologico della vita sociale, ma la stacca dalla sola dimensione economica: si confligge per l’autorità, per lo status, per il riconoscimento. Bourdieu conserva l’impianto — posizioni, risorse, riproduzione delle disuguaglianze — ma moltiplica le forme del capitale, aggiungendo a quello economico il culturale e il sociale, e mostra come la scuola trasmetta privilegio presentandolo come merito. La teoria critica di Francoforte prende invece la strada dell’analisi culturale, e arriva fino a Habermas.

Come si porta in classe senza trasformarla in un comizio

Il rischio, con Marx, è duplice e simmetrico: farne un santino o farne un bersaglio. Entrambe le strade producono studenti che non hanno capito nulla ma hanno un’opinione.

La via che funziona è trattarlo come si tratta uno strumento: si presenta, si mostra cosa permette di vedere, si mostra cosa non permette di vedere, e si lascia che ciascuno decida quanto usarlo. Un esercizio efficace è chiedere agli studenti di applicare l’idea di alienazione a un lavoro che conoscono davvero — quello di un genitore, un lavoro estivo, un mestiere visto da vicino — e poi di dire dove il concetto calza e dove invece forza la realtà. La seconda metà dell’esercizio vale più della prima.

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Per andare avanti

Per una collocazione di Marx dentro la mappa complessiva delle teorie sociologiche resta utile il manuale di Ruth A. Wallace e Alison Wolf, La teoria sociologica contemporanea, che ricostruisce le grandi correnti confrontandole fra loro invece di presentarle in successione. È il tipo di lettura che conviene affrontare dopo aver visto gli autori uno per uno, quando serve capire come si parlano.

Delle opere di Marx, per cominciare, i Manoscritti economico-filosofici del 1844 sono i più accessibili e i più utili a scuola. Il Capitale è un’altra impresa, e non è necessario averlo letto per capire di cosa si sta parlando.

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