Terremoto in Molise: liminalità e communitas secondo Victor Turner

Quando la terra trema, le gerarchie si sciolgono e nasce una solidarietà spontanea. Un'analisi dei concetti di liminalità e communitas di Victor Turner a partire dalla scossa in Molise del 25 luglio 2026.

La terra ha tremato sotto i piedi dei molisani alle 22:07 del 25 luglio 2026. Magnitudo 4.1: non uno schianto, ma un’oscillazione lenta, quasi liquida, che ha traversato i muri e le coscienze come un brivido collettivo. In pochi secondi il ronzio notturno di televisori e conversazioni si è spento in un silenzio carico di attesa, poi rotto dal vociare concitato delle scale, dal battere dei passi sull’asfalto. In strada, pigiami e infradito si mescolavano, senza più gerarchie: il professionista accanto al bracciante, l’anziana accanto al ragazzo straniero appena arrivato. Nessun danno grave, ma uno spavento che ha funzionato come un solvente sociale: per ore, quella moltitudine sospesa ha condiviso paure, caffè portati in fretta e informazioni frammentarie. È esattamente qui — nell’interruzione improvvisa della routine, nella cancellazione temporanea dei ruoli, nella solidarietà non calcolata — che si annida il cuore del pensiero di Victor Turner sui riti di passaggio, la liminalità e la communitas.

Oltre il folklore: la cassetta degli attrezzi di Victor Turner

Victor Witter Turner (1920-1983) è stato un antropologo scozzese che, a partire dalle ricerche sul campo tra gli Ndembu dello Zambia, ha rielaborato in modo radicale la teoria dei riti di passaggio formulata da Arnold van Gennep nel 1909. Non gli bastava descrivere le sequenze cerimoniali: voleva capire che cosa accade alla coscienza collettiva quando una comunità attraversa una transizione. La sua risposta ruota attorno a due costrutti divenuti classici: la liminalità (dal latino limen, «soglia») e la communitas.

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Per Turner la liminalità è uno stato di «betwixt and between», un interregno sociale dove le categorie ordinarie — ricco e povero, alto e basso, sacro e profano — vengono temporaneamente messe fuori gioco. I soggetti liminali sono «né qui né là»; non hanno più i segni dello status precedente e non hanno ancora quelli dello status futuro. È una condizione che Turner definisce «strutturalmente invisibile», eppure densa di potenzialità. Nelle società tradizionali la liminalità viene ritualizzata: si pensi alle iniziazioni puberali, dove gli adolescenti vengono isolati, spesso sottoposti a prove fisiche, spogliati degli abiti consueti e rivestiti solo dopo aver «attraversato» la soglia. Ma Turner intuisce che lo stesso meccanismo opera — in forme secolarizzate, spesso irriconoscibili — anche nelle società contemporanee.

Da van Gennep a noi: l’architettura del passaggio

Per comprendere Turner bisogna fare un passo indietro e guardare alla matrice: Arnold van Gennep, che nel 1909 pubblica I riti di passaggio. Qui ogni rito viene scomposto in tre fasi: separazione (pre-liminale), margine (liminale) e aggregazione (post-liminale). La fase di margine è il cuore: un corridoio spazio-temporale in cui l’iniziando è «morto» al vecchio mondo ma non è ancora «nato» al nuovo. Van Gennep documenta questa struttura in innumerevoli culture — nascita, pubertà, matrimonio, morte — mostrando come la società si preoccupi di controllare il passaggio attraverso soglie cariche di pericolo. Turner innesta su questo schema la sua sensibilità per il conflitto e il simbolo: la liminalità non è solo un meccanismo funzionale, ma un laboratorio di significati, dove le gerarchie si dissolvono e possono emergere nuovi modelli di relazione.

Grafico a barre che mostra un picco di esperienza di communitas nella fase liminale (60%), rispetto alle fasi pre-liminale (20%) e post-liminale (20%), basato su dati ipotetici.

Si prenda l’esempio del terremoto molisano. In termini rigorosi, non si tratta di un rito programmato: eppure gli elementi ci sono tutti. La scossa separa bruscamente la gente dalla routine domestica (fase pre-liminale); la notte in strada diventa un margine imprevisto, senza certezze, dove scompaiono le differenze di censo (fase liminale); quando all’alba si rientra a casa, si torna sì alla normalità, ma con una consapevolezza accresciuta della fragilità e, spesso, con legami di vicinato rinsaldati (fase post-liminale). La metafora della soglia è fisica quanto simbolica: la porta di casa smette di essere confine ovvio e diventa membrana porosa tra sicurezza e ignoto.

Communitas: la colla effimera del noi

Il contributo più originale di Turner è forse il concetto di communitas, che va distinto dalla semplice «comunità». La comunitas è un’esperienza di fusione emotiva e di uguaglianza radicale che si accende proprio nei momenti liminali. Mentre la struttura sociale è gerarchica, differenziata e normata, la communitas è spontanea, immediata, spesso accompagnata da un senso di pienezza quasi estatica. Turner la descrive come «una relazione tra individui concretamente, storicamente determinati che non sono segmentati in ruoli e status, ma si incontrano nella loro umanità comune».

Tre sono le forme che può assumere: esistenziale (l’esperienza diretta di fusione), normativa (quando quella fusione si istituzionalizza, ad esempio in un ordine religioso) e ideologica (l’utopia di una società senza classi). Ciò che ci interessa qui è la communitas esistenziale: quella notte in Molise, le persone che si scambiavano coperte e messaggi rassicuranti non stavano interpretando un copione, ma vivevano una parentesi di uguaglianza imposta dall’evento e resa possibile dall’azzeramento dei riferimenti consueti.

Terremoto in Molise: liminalità e communitas secondo Victor Turner
Fase pre-liminale (separazione)

Fase liminale (margine)

Fase post-liminale (aggregazione)

Struttura del rito di passaggio secondo van Gennep, ripresa e approfondita da Turner.

Durkheim, Douglas e le risonanze teoriche

Turner non scriveva ovviamente nel vuoto, e il dialogo con i classici illumina le sue intuizioni. Il concetto di communitas richiama l’effervescenza collettiva di Émile Durkheim: quei momenti di intensità emotiva condivisa — durante i rituali totemici aborigeni, per Durkheim — in cui la società si ricrea simbolicamente, sperimentando la propria unità. Ma dove Durkheim enfatizzava la funzione coesiva, Turner sottolinea la carica potenzialmente anti-strutturale: la communitas può diventare un seme di cambiamento sociale, perché mostra che un altro tipo di legame è possibile.

Un secondo interlocutore è Mary Douglas, allieva di Evans-Pritchard, che in Purezza e pericolo (1966) analizza come le culture trattano le cose «fuori posto» — lo sporco, l’ambiguo — con paura e rituali di contenimento. Per Douglas ciò che è liminale è pericoloso proprio perché sfugge alle classificazioni ordinarie. Il feto, il cadavere, i capelli recisi: corpi «non più» o «non ancora» che minacciano la stabilità delle categorie. Turner condivide questa sensibilità per l’ambiguità liminale, ma ne coglie anche la forza rigeneratrice: il liminale non è solo pericoloso, è anche sacro, creativo.

Fase Caratteristiche Esempi
Pre-liminale Separazione dalla routine; identità sociale definita Lasciare la casa per l’università; l’ultimo giorno di lavoro prima del pensionamento
Liminale Ambiguïtà, sospensione di status, potenziale trasformazione, spesso accompagnata da prove Notte prima degli esami; viaggio iniziatico; una terapia di gruppo; l’attesa all’aeroporto durante uno sciopero
Post-liminale Reintegrazione con un nuovo status; la struttura viene ristabilita ma può essere mutata Laurearsi e diventare professionista; diventare genitore; rientrare a casa dopo un disastro

Più vicino a noi, il sociologo Erving Goffman offre una lente complementare con la sua drammaturgia sociale. I riti di passaggio possono essere letti come «rappresentazioni» in cui gli attori cambiano maschera, ma nel retroscena liminale le maschere cadono: la regione «backstage» di Goffman diventa uno spazio in cui i ruoli ufficiali sono sospesi, simile alla liminalità turneriana. In quella notte in Molise, nessuno recitava il copione del buon cittadino: si era semplicemente umani, senza copione.

Obiezioni e limiti

La teoria turneriana non è esente da critiche, e riconoscerlo rafforza l’analisi. In primo luogo, si è osservato che Turner generalizza a partire da casi etnografici di piccole società «fredde» (per usare la terminologia di Lévi-Strauss), mentre le società complesse contemporanee sono attraversate da molteplici sfere di appartenenza e da transizioni tutt’altro che univoche. Chi vive in strada dopo un terremoto può sperimentare communitas, ma può anche incontrare sciacallaggio o conflitti etnici latenti: la liminalità non produce automaticamente solidarietà. In secondo luogo, l’idea di communitas come esperienza pura e anti-strutturale è stata accusata di romanticismo: le gerarchie di genere, classe o etnia non scompaiono magicamente, possono solo essere momentaneamente oscurate. Infine, dal punto di vista delle neuroscienze sociali, si potrebbe obiettare che il senso di fusione è mediato dall’ossitocina e dai meccanismi di attaccamento, e che la liminalità attiva il sistema di allerta tanto quanto quello di coesione. Turner, che scriveva prima di queste scoperte, coglieva il fenomeno a livello simbolico senza poterne spiegare le basi biologiche.

Lezioni da portare a casa (e nelle istituzioni)

Resta il fatto che la serrata teorica di Turner offre una bussola per leggere molti fenomeni contemporanei, dal terremoto molisano alle crisi aziendali, dalle migrazioni ai percorsi di conversione religiosa. Ogni volta che un collettivo viene gettato «fuori dalla struttura» — per scelta o per evento — si apre uno spazio di riorganizzazione del senso. La domanda pratica è: che fare di quella finestra? Le scienze umane applicate suggeriscono almeno tre piste.

Primo: i soggetti istituzionali che gestiscono emergenze (Protezione Civile, enti locali, organizzazioni di volontariato) potrebbero trarre vantaggio da una consapevolezza antropologica. Sapere che la fase post-sisma è un passaggio liminale significa progettare non solo la ricostruzione materiale, ma anche rituali di reintegrazione simbolica: assemblee pubbliche, cerimonie laiche di ricomposizione, spazi di narrazione collettiva. Non si tratta di psicologismo a buon mercato, ma di riconoscere che la tenuta sociale dopo una calamità si gioca anche sul piano del significato condiviso.

Secondo: il sistema educativo potrebbe far tesoro del modello liminale. L’esame di maturità, il tirocinio professionale, il servizio civile volontario sono tutte soglie strutturate che, se vissute con consapevolezza, possono diventare esperienze di crescita personale e cittadinanza. Troppo spesso, invece, la scuola italiana tratta le transizioni come semplici passaggi burocratici, sprecando l’occasione di una pedagogia della soglia. Un’ora di educazione civica sulla liminalità aiuterebbe gli studenti a dare un nome a ciò che già vivono: l’ansia dell’incertezza, la paura di non appartenere più, l’eccitazione del possibile.

Terzo: chi studia i fenomeni migratori sa bene che il migrante è un soggetto liminale per eccellenza. Turner invita a considerare non solo le sofferenze ma anche le risorse: la condizione di «essere tra due mondi» può generare creatività culturale, ibridazioni feconde, nuove communitas. Politiche inclusive che offrano luoghi di aggregazione — centri culturali, squadre sportive, associazioni di mutuo aiuto — trasformano il limbo in un laboratorio, anziché in una trappola.

La notte molisana del 25 luglio, così simile a cento altre sere sismiche della storia italiana, ci ricorda che le comunità si rafforzano spesso negli interstizi, nei momenti in cui le strutture vacillano. Non è un invito a desiderare le catastrofi, ma a riconoscere che la liminalità è una dimensione antropologica permanente, tanto temibile quanto generativa. Victor Turner ci ha lasciato non una dottrina, ma un mazzo di chiavi. Sta a noi decidere se aprirci le porte o lasciarle arrugginire.

Domande frequenti

Chi era Victor Turner e perché è importante?

Antropologo scozzese (1920-1983), studiò i rituali nelle società africane e introdusse i concetti di liminalità e communitas, mostrando come le transizioni sociali creino spazi di potenziale trasformazione e solidarietà.

Cosa si intende per liminalità?

È lo stato di 'sospensione' durante un rito di passaggio in cui le norme sociali ordinarie sono temporaneamente abolite. Si è 'né qui né là', come la notte prima di un esame o l'attesa in un aeroporto.

Come si applica la communitas alla vita quotidiana?

Eventi improvvisi come un terremoto, un blackout o un viaggio di gruppo possono generare un senso di uguaglianza e vicinanza che dissolve le gerarchie: è la communitas nella sua forma più pura.

Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.

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