Gen Z e Alpha: i dati Istat che smontano il mito dei nativi digitali

L’ultimo rapporto ISTAT svela che la Gen Z ha accesso totale agli smartphone ma scarse competenze critiche, mentre la Gen Alpha cresce iperconnessa con rischi per lo sviluppo. Un’analisi dati e teorie sociologiche per capire chi sono davvero i nativi digitali.

È una mattina di fine luglio, in una piazza di una città media del Nord Italia. Una quarantina di ragazzi tra i 15 e i 20 anni, tutti nati dopo il 2000, smontano gli stand di una raccolta alimentare per famiglie in difficoltà. Si scambiano meme, ma anche consigli su come iscriversi all’università. Sono Generazione Z. A pochi metri, un gruppo di bambini di 8-9 anni, con tablet in mano, riprende la scena per un progetto scolastico: sono i primi rappresentanti della Generazione Alpha. Due modi diversi di abitare lo stesso tempo, divisi da appena un decennio di nascita ma da un abisso di esperienze e aspettative. Partiamo da qui, da questa immagine quotidiana, per chiederci: chi sono davvero questi giovani?

Secondo l’ultimo rapporto ISTATGiovani e transizione digitale” (2025), il 98% dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni possiede uno smartphone, ma solo il 42% dichiara di saper distinguere una notizia vera da una falsa online. Per i bambini tra i 6 e i 10 anni, la percentuale di possesso di un dispositivo personale è salita dal 23% del 2020 al 41% del 2025. Ma le competenze digitali effettive, misurate con test standardizzati, rimangono basse e fortemente dipendenti dal background socioeconomico.

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Il sociologo Karl Mannheim, nel suo classico saggio del 1928, “Il problema delle generazioni”, spiegava che una generazione non è solo un fatto biologico: è un’esperienza comune di eventi storici che plasma valori, atteggiamenti e possibilità di vita. Per la Gen Z (nati tra il 1997 e il 2012), l’evento fondativo è la Grande Recessione del 2008 e la conseguente crisi economica, unita alla diffusione capillare di internet mobile. Per la Gen Alpha (dal 2013 in poi), il mondo è sempre stato touchscreen: sono i figli della pandemia, dei social media onnipresenti, dell’intelligenza artificiale nelle case.

Gen Z e Alpha: i dati Istat che smontano il mito dei nativi digitali

Sherry Turkle, nel suo “Alone Together” (2011), ha mostrato come la connessione continua generi paradossalmente solitudine e difficoltà relazionali. Jean Twenge, in “iGen” (2017), ha documentato il legame tra l’uso massiccio dello smartphone e l’aumento dei tassi di depressione e ansia tra gli adolescenti. Sonia Livingstone, da decenni, studia i bambini e internet: nel suo “Children and the Internet” (2009) sottolinea che il rischio e l’opportunità sono due facce della stessa medaglia, e che il ruolo degli adulti è cruciale. Il pedagogista David Buckingham, nel suo “Beyond Technology” (2007), ha smontato il mito dei “nativi digitali”, mostrando come l’uso sicuro e critico della tecnologia sia un apprendimento che richiede tempo e guida.

I numeri ISTAT confermano questa lettura. Se da un lato la Gen Z è la prima a non aver conosciuto un mondo senza internet, dall’altro l’accesso non si traduce automaticamente in padronanza. Il capitale culturale, direbbe Pierre Bourdieu, è la variabile che spiega chi riesce a trasformare il device in strumento di apprendimento e chi invece ne subisce passivamente i contenuti. In Italia, il 34% dei giovani tra i 18 e i 24 anni provenienti da famiglie con basso titolo di studio non possiede competenze digitali di base, contro il 12% di quelli con genitori laureati.

La Generazione Alpha cresce in un ambiente ancora più pervasivo: altoparlanti intelligenti, algoritmi di raccomandazione, giochi educativi su app. Ma gli studi longitudinali iniziano a mostrare correlazioni tra l’uso precoce e intenso degli schermi e ritardi nello sviluppo del linguaggio, problemi di attenzione e minore capacità di autoregolazione. Un recente studio dell’Università di Milano-Bicocca (2024) su 2.000 famiglie ha rilevato che i bambini di 4-6 anni che trascorrono più di due ore al giorno davanti a uno schermo mostrano un vocabolario recettivo inferiore del 15% rispetto ai coetanei con un’esposizione inferiore a un’ora.

Zygmunt Bauman parlerebbe di “modernità liquida”: identità fragili, relazioni tascabili, consumi effimeri. La Gen Z è liquida per eccellenza: cambia lavoro, relazioni, gusti con la velocità di uno swipe. La Gen Alpha potrebbe essere ancora più fluida, ma con minori difese.

Il circolo vizioso dell’uso non mediato degli schermi

Esposizione precoce e intensiva
Bambini Alpha usano dispositivi già a 2 anni, con media di 3 ore/giorno.
Mediazione parentale debole
Spesso i genitori usano lo schermo come “baby-sitter digitale”, senza accompagnamento.
Cognitive divide e rischi psicosociali
Ritardi linguistici, ansia, minore autocontrollo; opportunità di apprendimento solo per chi ha guida.

Il circolo vizioso dell’uso non mediato degli schermi nella prima infanzia (rielaborazione da Livingstone e dati ISTAT).

Confronto tra generazioni

Caratteristica Generazione Z (1997-2012) Generazione Alpha (2013-2025)
Eventi storici fondativi Crisi 2008, social media, terrorismo globale Pandemia COVID-19, IA generativa, guerra in Ucraina
Tecnologia prevalente nell’infanzia Smartphone, tablet, app Assistenti vocali, realtà aumentata, AI personale
Atteggiamento verso il lavoro Flessibilità, senso di precarietà, imprenditorialità Ancora in formazione; attese di lavori ancora inesistenti
Indicatori di benessere mentale Aumento di ansia e depressione (Twenge), ma maggiore consapevolezza Primi studi indicano fragilità emotiva, iperstimolazione
Rapporto con l’informazione Consumo veloce, difficoltà di verifica, polarizzazione Socializzazione ai contenuti algoritmici fin dai primi click

Grafico

Obiezioni e limiti

Non bisogna cedere al determinismo tecnologico. Come ricorda Buckingham, la tecnologia non è una forza autonoma: è progettata, commercializzata, regolata. Inoltre, gli studi longitudinali su Gen Alpha sono ancora pochi. Le differenze individuali contano più delle medie generazionali. E c’è il rischio di una “moral panic” che colpevolizza i genitori senza offrire risorse.

Che fare?

Servono politiche educative integrate: media education fin dalla scuola dell’infanzia, sostegno alla genitorialità digitale, regolamentazione delle piattaforme che protegga i minori senza limitare l’innovazione. La Gen Z può insegnarci la resilienza; la Gen Alpha ci impone una riflessione urgente sul tipo di umanità che vogliamo costruire. La strada non è vietare, ma accompagnare: fornire ai ragazzi gli strumenti critici per navigare il flusso, e ai bambini le esperienze analogiche che nutrono l’immaginario. Perché, come intuiva già Mannheim, ogni generazione è una promessa, ma anche una responsabilità.

Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.

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