La notizia: un’intesa che c’è o non c’è?
Il 2 agosto 2026, il presidente statunitense Donald Trump dichiara che con l’Iran c’è un’intesa sullo stretto di Hormuz e che presto ci sarà anche sul nucleare. Poche ore dopo, Teheran smentisce categoricamente. Chi ha ragione? La domanda non è oziosa: investe la natura stessa della realtà politica. Ciò che esiste, esiste solo se percepito. Lo insegnava tre secoli fa George Berkeley, vescovo irlandese e filosofo idealista. Oggi la sua massima – esse est percipi – illumina le dinamiche di un’epoca in cui i fatti sembrano piegarsi alle narrazioni.
L’idealismo berkeleyano: una mappa per il disorientamento
Berkeley negava l’esistenza della materia. Il mondo fisico è un insieme di idee nella mente di chi percepisce. Un albero esiste perché qualcuno lo vede o perché Dio lo pensa. Fuori dalla percezione, nulla. Una provocazione che la teoria delle relazioni internazionali prende sul serio da anni: gli Stati non rispondono a una realtà oggettiva, ma alla loro percezione di essa. L’accordo sul nucleare iraniano, in questo senso, inizia a esistere solo quando le parti lo percepiscono come tale. Finché una delle due lo nega, non c’è accordo, se non come fantasma mediatico.
Due studiosi del Novecento aiutano a tradurre Berkeley in politica. Walter Lippmann, nel suo Public Opinion (1922), mostrò che le persone agiscono in base a uno “pseudo-ambiente”, un’immagine mentale del mondo costruita dai media. Non reagiscono ai fatti, ma alle rappresentazioni. Erving Goffman, con la frame analysis, spiegò che ogni situazione sociale è incorniciata da definizioni condivise. L’intesa di Trump è un frame che cerca di imporsi; la smentita iraniana è un contro-frame. Il risultato non è una verità univoca, ma una negoziazione percettiva.

Schema concettuale: dalla dichiarazione alla realtà negoziata
Stimolo comunicativo lanciato nello spazio pubblico.
I media amplificano o ridimensionano, incorniciando la notizia.
Pubblici diversi percepiscono livelli diversi di “accordo”.
Sintesi: La percezione di un’intesa dipende da come lo stimolo iniziale viene incorniciato e diffuso, non da un fatto oggettivo.
Il discorso come realtà: dal costruttivismo a Luhmann
L’assunto berkeleyano trova eco nel costruttivismo sociale applicato alle relazioni internazionali. Alexander Wendt, non citato direttamente ma utile, sostiene che le strutture internazionali sono “ciò che gli Stati fanno di esse”. Non esiste un accordo in sé: esiste un insieme di pratiche discorsive che lo rendono tale. La smentita iraniana non è un atto di verità, ma un atto linguistico che modifica la realtà sociale. Niklas Luhmann, dal canto suo, parlerebbe di “accoppiamento strutturale”: i sistemi (politico, mediatico) osservano l’ambiente e costruiscono versioni irriducibili. Così, per il sistema statunitense l’intesa può essere operativa; per quello iraniano è inesistente.
Tabella comparativa: tre prospettive sulla realtà percepita
| Prospettiva | Autore | Meccanismo chiave | Applicazione al caso |
|---|---|---|---|
| Idealismo ontologico | George Berkeley (1710) | Esistere = essere percepito | L’accordo esiste solo se percepito da entrambi |
| Opinione pubblica | Walter Lippmann (1922) | Lo pseudo-ambiente guida l’azione | Media creano l’immagine di un’intesa |
| Costruttivismo sistemico | Niklas Luhmann (1984) | Ogni sistema produce la propria realtà | USA e Iran operano in mondi percettivi distinti |
Obiezioni e limiti
L’analogia non è perfetta. Berkeley era un metafisico, non un politologo. Egli postulava la mente di Dio come garante della continuità delle percezioni: l’albero esiste anche quando nessun uomo lo guarda, perché Dio lo percepisce sempre. In politica, non c’è un osservatore onnisciente; ci sono solo interessi e poteri che lottano per imporre la propria versione. Inoltre, l’idealismo berkeleyano rischia di sfociare in un relativismo radicale, dove ogni affermazione è parimenti valida. Non è così: esistono vincoli materiali (l’arricchimento dell’uranio è misurabile) che resistono a ogni narrazione. La sfida è distinguere la realtà negoziata da quella fisica.
Implicazioni per la cittadinanza e la diplomazia
Se esse est percipi ha qualche presa sul mondo contemporaneo, allora l’educazione alla lettura critica dei media diventa una priorità civica. Comprendere i frame, riconoscere gli pseudo-ambienti, smontare le narrazioni: sono competenze che vanno oltre il tecnicismo e toccano la filosofia prima. Sul piano diplomatico, la vicenda iraniana suggerisce che un accordo non si misura solo sui testi, ma sulla costruzione di una percezione condivisa, un lavoro paziente di allineamento dei mondi mentali. Altrimenti, ogni intesa resta una bolla destinata a scoppiare al primo soffio di smentita. Berkeley, da vescovo, avrebbe forse detto che senza una divina garanzia, il mondo è solo un sogno. La politica internazionale, senza una base di percezioni comuni, rischia di essere un dialogo tra sordi.
Domande frequenti
Sostiene che la realtà consiste solo di menti e idee; la materia non esiste. L'essere delle cose è il loro essere percepite (esse est percipi) da una mente, umana o divina.
Il principio "essere = essere percepito" aiuta a capire perché fatti e accordi esistono solo quando riconosciuti dalle parti. Nella diplomazia, la percezione può creare o distruggere realtà.
Berkeley presupponeva Dio come osservatore stabile; in politica manca un garante. Inoltre, ci sono dati materiali (es. uranio arricchito) che offrono un ancoraggio oggettivo, parzialmente indipendente dalla percezione.
Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.
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