Perché i ragazzi scendono in piazza

In classe alcuni studenti mi hanno chiesto cosa penso delle proteste di questi giorni, in Italia e non solo. Ho provato a cercare una risposta seria, lontano dalle semplificazioni.

Il punto di partenza è uno scarto che si ripete: la causa scatenante è spesso minima rispetto a ciò che provoca. Una circolare, un regolamento, un provvedimento di poco conto bastano a far esplodere cortei e scontri. Quella è solo la miccia.

Il materiale infiammabile è altrove. Molti ragazzi vivono insoddisfazione e mancanza di prospettive: lavoro precario, futuro incerto, la sensazione che chi decide non pensi a loro. Il sociologo Robert Merton direbbe che si apre una frattura tra le mete che la società propone e i mezzi per raggiungerle: da lì nascono frustrazione e anomia. I social la amplificano, esponendoci ogni giorno a vite e successi altrui e alimentando confronto e senso di inadeguatezza.

Qui aiuta Elias Canetti, che in “Massa e potere” spiega come si forma una massa: non nasce dal contenuto della protesta, ma da tensioni accumulate altrove, che cercano un pretesto per scaricarsi insieme agli altri. Nella massa l’individuo smette di sentirsi piccolo e irrilevante. Ed è una massa aperta: chi si aggiunge dall’esterno, senza legami con la causa, è spesso il più pronto alla violenza, perché non ha nulla da perdere su quella rivendicazione. Gli interessa solo lo scontro.

Il confronto con il Sessantotto è inevitabile. Allora c’era una rivendicazione politica, un’ideologia, un progetto di cambiamento. Oggi quel collante sembra mancare: le piazze nascono in fretta, si organizzano online, ma faticano a darsi un discorso. Al suo posto, forse, c’è la paura: del futuro, di non contare, di restare soli.

Ho capito una cosa parlando con i ragazzi: non cercano una pacca sulla spalla, e non cercano un amico negli adulti. Cercano una guida, qualcuno che dia una direzione e rassicuri senza assecondare. Ma la loro casa più grande, l’Europa, fatica a guidare perfino se stessa. Ha guerre alle porte, alleati storici che le rimproverano di non investire abbastanza nella propria difesa, decisioni bloccate da regole che impediscono di agire. Per chi ha vent’anni è un clima che non rassicura.

Ernesto Galli della Loggia, in un recente editoriale sul Corriere della Sera, dice che il tempo sta scadendo: l’Europa deve svegliarsi e diventare un vero soggetto politico, altrimenti sarà spettatrice delle decisioni altrui. Il vecchio progetto europeista, osserva, si fondava su un progressismo troppo irenico, fiducioso che le nazioni sarebbero tramontate da sole. Non è andata così. Serve invece un’identità forte, capace di tenere insieme l’unità del continente e la pluralità dei suoi popoli, senza considerare la nazione un nemico. Un’Europa così potrebbe tornare a essere ciò che oggi non è: una guida, anche per i giovani.

Giambattista Vico parlava di corsi e ricorsi storici: la storia non si ripete identica, ma ripropone schemi che tornano quando le condizioni maturano. Oggi ritornano il disagio giovanile e la sfiducia nelle istituzioni.

Molti ragazzi non scendono in piazza, ma non per questo stanno bene: spesso hanno qualcuno che li ascolta e li orienta. Il problema vero riguarda chi non ha nessuno, e dovrebbe riguardare noi adulti, scuola compresa. Distinguere la protesta legittima dalla violenza di pochi è necessario. Ma non basta: serve chiedersi cosa stiamo offrendo a chi, oggi, non vede un domani.

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