Lezione 4 di 9 del percorso Sociometria a scuola. Chi arriva in fondo può ottenere una nota di lettura da condividere su LinkedIn, Facebook o dove preferisce.
Un docente di una secondaria di primo grado del Varesotto racconta di avere somministrato una rilevazione a novembre. A gennaio un genitore chiede di vedere «il documento con i nomi». Non c’era nessun documento con i nomi, ma il docente si accorge di non avere niente da mostrare per dimostrarlo: nessuna informativa firmata, nessuna delibera, nessuna traccia di che cosa fosse stato chiesto e a che scopo.
La rilevazione era stata fatta bene. Il problema era tutto intorno.
Il punto di partenza: non è una questione di modulistica
Chiedere a dei minori di indicare i compagni significa raccogliere informazioni su persone che non stanno rispondendo — quelle indicate. È questo che rende la faccenda diversa da un normale questionario didattico, e che spiega perché il lavoro preparatorio non si esaurisce in un foglio da far firmare.
Va detto subito e con chiarezza: quanto segue serve a sapere che cosa chiedere e a chi, non a sostituire una valutazione formale. La base giuridica del trattamento, il contenuto dell’informativa e l’eventuale necessità di un consenso specifico dipendono dall’istituto, dal tipo di dati raccolti e dalle scelte già fatte nel documento privacy della scuola. Sono decisioni che spettano al titolare del trattamento — il dirigente — assistito dal responsabile della protezione dei dati. Un docente che le prende da solo si espone, e soprattutto espone la scuola.
I cinque passaggi da chiudere prima
Uno. L’inquadramento didattico. La rilevazione deve stare dentro un’attività deliberata: una progettazione di classe, un progetto di istituto, un percorso di educazione civica. Un’iniziativa personale non inquadrata è la posizione più fragile possibile, anche quando è fatta con le migliori intenzioni.
Due. L’informazione al dirigente. Prima, non dopo. Serve a mettere il titolare del trattamento in condizione di decidere se e come procedere, ed è il passaggio che il docente non può fare al posto di nessuno.
Tre. L’informativa alle famiglie. Deve dire che cosa verrà chiesto, a che cosa servirà il risultato, chi lo vedrà, quanto verrà conservato e come si fa a chiedere che il proprio figlio non partecipi. Un’informativa che non risponde a queste domande non è un’informativa.
Quattro. La verifica con il responsabile della protezione dei dati. È il passaggio che si salta più spesso ed è quello che copre. Le domande da portargli sono precise: su quale base giuridica si fonda il trattamento, se le informazioni raccolte rientrano fra quelle che richiedono tutele rafforzate, per quanto tempo si possono conservare, se serve un consenso e di chi.
Cinque. La spiegazione alla classe. Non è un adempimento, è la condizione tecnica perché lo strumento funzioni. Una classe che non ha capito che cosa succederà alle sue risposte risponde male.
- 1Il docentePropone, progetta l’attività, somministra, legge il risultato e ne risponde sul piano didattico. Non decide sulla legittimità del trattamento.
- 2Il dirigenteÈ il titolare del trattamento. Autorizza, e risponde delle scelte su base giuridica, informativa e conservazione.
- 3Il responsabile della protezione dei datiValuta e indica. È la figura a cui portare le domande tecniche, prima della somministrazione e non dopo.
- 4Le famiglieRicevono l’informativa e possono chiedere che il figlio non partecipi. La non partecipazione non deve avere alcuna conseguenza visibile in classe.
La regola tecnica che riduce il problema alla radice
C’è un accorgimento che semplifica quasi tutto il resto: non fare mai entrare i nomi nel sistema che elabora i dati.
Si assegna a ciascuno una sigla o un codice. Gli studenti rispondono scegliendo fra sigle. L’elenco che associa la sigla alla persona resta in mano a chi somministra, su carta o comunque fuori dallo strumento, e non viene allegato a niente.
Il risultato è che il documento prodotto non contiene dati personali identificabili. Non si può mostrare per sbaglio, non si può inoltrare per errore, non diventa un problema se finisce nella cartella sbagliata. E soprattutto: la corrispondenza fra codice e persona resta una responsabilità precisa di una persona precisa, invece di essere sparsa in un file.
Vale anche per il report finale, dove le sigle andrebbero sostituite da codici neutri. È una ridondanza voluta: due strati di anonimizzazione costano poco e coprono l’errore umano.
Che cosa dire alla classe, esattamente
Quattro cose, dette prima di distribuire qualunque cosa.
Che cosa si sta facendo e perché: si sta guardando come funzionano i rapporti di lavoro dentro la classe, per organizzare meglio le attività di gruppo.
Che nessuno leggerà le risposte individuali: si guarda l’insieme, non chi ha scritto che cosa.
Che i nomi non compariranno in nessun documento e che il risultato non finirà in nessuna valutazione.
Che si può lasciare in bianco, e che non rispondere non ha conseguenze.
E poi una cosa che non si dice ma si fa: mantenere ciascuna di queste quattro promesse. La prima volta che una classe si accorge che una rilevazione ha prodotto conseguenze visibili sui singoli, lo strumento è bruciato per anni.
Che cosa non si fa mai
Non si mostra il sociogramma alla classe. Mai, in nessuna forma, nemmeno anonimizzata: gli studenti si riconoscono comunque.
Non si comunica ai genitori la posizione del figlio nella rete. Se emerge una situazione che richiede un intervento, si convoca e si parla di comportamenti osservati, non di grafi.
Non si conservano i dati oltre il tempo dichiarato nell’informativa, e non si riutilizzano per uno scopo diverso da quello dichiarato.
Non si passa il risultato a colleghi che non sono coinvolti nell’attività. Il consiglio di classe sì, se l’attività è del consiglio; la sala professori no.
Perché sostituire i nomi con sigle prima di raccogliere le risposte cambia la natura del problema?
Perché il documento che si produce smette di contenere dati personali identificabili. Il rischio non viene gestito dopo, con cautele nell’uso del file, ma eliminato prima, all’origine. La corrispondenza fra sigla e persona resta una sola, in mano a una persona sola, fuori dallo strumento: un errore di gestione del file non espone più nessuno.
Un docente può decidere da solo di somministrare una rilevazione sociometrica alla propria classe?
Sul piano didattico progetta e conduce lui l’attività, ma la decisione sulla legittimità del trattamento dei dati non gli appartiene: il titolare è il dirigente, assistito dal responsabile della protezione dei dati. Procedere senza quel passaggio significa assumersi personalmente un rischio che non è proprio, e lasciare l’istituto scoperto. L’ordine corretto è: proposta, inquadramento nell’attività deliberata, verifica, informativa, somministrazione.
Il nodo aperto
C’è una contraddizione che il quadro formale non scioglie. Più l’informativa è dettagliata sul contenuto delle domande, più le famiglie ne parlano a casa, e più le risposte arrivano preparate.
Non si può risolvere rendendo l’informativa vaga, perché un’informativa vaga non è valida. Si può solo accettare che una parte delle risposte sarà influenzata, e tenerne conto nella lettura — sapendo che il costo dell’alternativa, cioè raccogliere dati su minori senza che le famiglie sappiano che cosa si sta chiedendo, non è un costo accettabile.
Domande frequenti
Serve il consenso dei genitori per un test sociometrico a scuola?
Dipende da come l’istituto ha inquadrato il trattamento e dal tipo di informazioni raccolte: è una valutazione che va portata al dirigente e al responsabile della protezione dei dati prima della somministrazione. In ogni caso l’informativa alle famiglie e la possibilità di non partecipare sono passaggi da prevedere sempre.
Si può fare una rilevazione anonima?
Non del tutto: per ricostruire la rete serve sapere chi ha indicato chi. Si può però fare in modo che il sistema non contenga nomi, usando sigle e tenendo l’elenco di corrispondenza fuori dallo strumento.
Il risultato può essere condiviso con il consiglio di classe?
Se l’attività è del consiglio di classe, sì, nella forma anonimizzata e per le finalità dichiarate nell’informativa. Non va diffuso oltre.
Per quanto tempo si conservano i dati?
Per il tempo dichiarato nell’informativa e non oltre. È uno dei punti da definire con il responsabile della protezione dei dati prima di partire, non dopo.
Questa lezione descrive i passaggi organizzativi da presidiare e non costituisce una consulenza legale. Le valutazioni sulla base giuridica, sull’informativa e sui tempi di conservazione vanno effettuate dall’istituto con il proprio responsabile della protezione dei dati.
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Sociometria a scuola · 9 lezioni
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