L’angolo tra via Italo Svevo e il viale alberato ha ancora l’intonaco scrostato di sempre, ma il nome sulla targa di marmo sembra tremare. Non per il vento di scirocco, ma per l’ultima, incredibile proposta emersa dopo un fatto di cronaca che ha scosso una città del Nord Italia.
Un giovane di origine marocchina, con precedenti per spaccio di sostanze stupefacenti, è deceduto durante un’operazione di polizia. La dinamica è ancora al vaglio della magistratura, e come sempre in questi casi il clamore mediatico si è acceso, tra rabbia e dolore. Ma poi è accaduto qualcosa di più sottile e pericoloso: qualcuno ha chiesto di ribattezzare proprio quella via, intitolata allo scrittore triestino, con il nome del ragazzo. Una proposta che, a prima vista, sembra solo una provocazione da social network, ma che merita di essere sezionata con gli strumenti della sociologia. Perché quando una comunità arriva a svendere i propri simboli più alti per abbracciare l’effimero o, peggio, per glorificare la devianza, è il concetto stesso di cultura a vacillare.
Italo Svevo, un gigante dimenticato?
Italo Svevo, pseudonimo di Aron Hector Schmitz, non è solo un nome su una targa. È l’autore de La coscienza di Zeno, romanzo che ha rivoluzionato la narrativa europea introducendo l’inettitudine come chiave di lettura della modernità. Amico di James Joyce, tradotto e ammirato da Montale, Svevo ha saputo raccontare le contraddizioni dell’uomo borghese con un’ironia e una profondità psicologica che restano insuperate. La sua Trieste, crocevia di popoli e lingue, è diventata un laboratorio letterario in cui l’identità si sfilaccia nelle maglie della burocrazia, del lavoro, della malattia. Intitolargli una via è stato un atto dovuto di giustizia culturale, il riconoscimento di un percorso che ha portato lustro all’Italia nel mondo.
Proporre di sostituire quel nome con quello di un giovane spacciatore, per quanto la sua morte possa suscitare compassione, significa operare una cesura nella gerarchia dei valori che una società dovrebbe custodire. Non è un gesto neutro: è un’affermazione simbolica che dice quale modello umano vogliamo celebrare. E la sociologia, da Durkheim in poi, ci ha insegnato che i simboli non sono mai innocui.
La coscienza collettiva e il sacrilegio simbolico
Émile Durkheim, ne Le forme elementari della vita religiosa, distingueva tra sacro e profano come categoria fondante di ogni società. Il sacro non è solo ciò che attiene al divino, ma tutto quel patrimonio di idee, persone, luoghi che una comunità ritiene intoccabili e superiori. Le vie intitolate a scrittori, scienziati, eroi civili fanno parte di questa sfera: sono mnemotopi, luoghi della memoria che rafforzano la coscienza collettiva. Quando si propone di profanare quel sacro sostituendolo con un simbolo del disordine morale, si produce ciò che il sociologo francese chiamerebbe un “sacrilegio”. E il sacrilegio, se tollerato, può innescare una reazione a catena: altri nomi presto saranno in discussione, altre strade cambieranno volto, fino a smarrire ogni coordinata culturale.
Ma da dove nasce questa spinta iconoclasta? Per rispondere, dobbiamo guardare ai meccanismi della devianza e della sua costruzione sociale.
Merton e la tensione che genera devianza
Robert K. Merton, nella sua ben nota teoria dell’anomia, ci offre una chiave. La società propone a tutti delle mete culturali (il successo economico, la visibilità), ma non a tutti fornisce i mezzi legittimi per raggiungerle. Chi si trova in una situazione di svantaggio strutturale può adattarsi in vari modi: il conformista accetta mete e mezzi; il ritualista si accontenta di rispettare le regole senza ambire al successo; il ribelle vuole cambiare sia mete che mezzi; e l’innovatore, infine, accetta le mete ma rifiuta i mezzi legittimi, ricorrendo a vie illegali. Lo spacciatore è l’esempio perfetto dell’innovatore deviante: cerca denaro e status attraverso un’attività criminale.
Ora, che una società provi comprensione per le condizioni che spingono un individuo sulla via dell’illegalità è segno di civiltà. Ma che elevi quell’innovatore a modello da esibire sui muri delle proprie strade è una torsione paradossale dell’anomia stessa. Significa premiare simbolicamente la devianza, allargando la forbice tra mete e mezzi per tutti gli altri. Perché dovrei faticare sui libri o al lavoro se poi la comunità celebra chi ha violato la legge? Merton ci metterebbe in guardia: una simile scelta destabilizza l’intero edificio normativo, incoraggiando altri comportamenti devianti.

Etichettamento e contro-reazione: la lezione di Becker
Howard Becker, con la sua teoria dell’etichettamento, ci ricorda che la devianza non è una qualità intrinseca di un atto, ma il prodotto di un processo sociale. Un comportamento viene definito deviante da gruppi dotati di potere che applicano etichette. Nel caso in esame, l’arresto e la morte del giovane hanno innescato un duplice processo di etichettamento. Da un lato, l’istituzione lo ha etichettato come criminale (con i suoi precedenti), dall’altro, una parte dell’opinione pubblica lo ha rapidamente ri-etichettato come vittima di un sistema repressivo. La richiesta di intitolazione della via è l’estrema conseguenza di questo rovesciamento di etichetta: non più “deviante”, ma “martire”.
Qui si annida il cortocircuito. Perché se è doveroso indagare su eventuali abusi delle forze dell’ordine, è intellettualmente disonesto trasformare automaticamente un soggetto con una carriera criminale in un eroe popolare. Becker ci insegna che le etichette sono appiccicose e producono carriere devianti, ma anche che possono essere strumentalizzate per fini politici. La strada diventa un palcoscenico su cui si recita una moralità alternativa, che rifiuta le norme condivise in nome di un’astratta solidarietà di classe o etnica. Peccato che, nel farlo, si finisca per delegittimare proprio quelle norme che proteggono i più deboli, a cominciare dal divieto di spaccio di sostanze stupefacenti.
Bauman e la liquidità dei valori
Zygmunt Bauman ci ha descritto un mondo in cui tutto diventa liquido, anche i valori. Nella modernità liquida, le istituzioni tradizionali si sfaldano, le appartenenze diventano fluide e il consumo sostituisce l’etica. In questo contesto, la proposta di cambiare il nome di una via non è che un episodio di quella che Bauman chiama “morale à la carte”: ognuno si costruisce il proprio menù di valori, scegliendo quelli che più gli fanno comodo in quel momento. Oggi la compassione per il giovane morto può spingere a dimenticare i suoi reati, domani un’altra emozione detterà altre scelte. Ma una comunità che non ha punti fissi è una comunità che non sa più chi è.
La toponomastica, in fondo, è l’archivio di pietra dell’identità collettiva. Se iniziamo a cancellarla o a riscriverla sulla base dell’emotività del giorno, smarriamo il senso della durata. La via intitolata a Svevo è lì da decenni; ha visto generazioni di studenti leggere Zeno, ha accolto turisti in cerca di cultura, ha abitato l’immaginario di un quartiere. Sostituirla con il nome di chi ha vissuto di espedienti e illegalità non è solo un insulto alla memoria dello scrittore, ma un danno per la comunità stessa, che perde un pezzo della propria narrazione.
Dostoevskij e il fascino ambiguo del crimine
Fëdor Dostoevskij, forse più di ogni altro scrittore, ha esplorato l’abisso morale del crimine. In Delitto e castigo, Raskol’nikov uccide una vecchia usuraia credendo di essere al di là del bene e del male, ma poi precipita in un tormento interiore che lo porta al riscatto attraverso la confessione e l’espiazione. La lezione dostoevskijana è chiara: il crimine non può mai essere glorificato, perché produce sofferenza e separazione da sé. Anche il più spregevole degli uomini, come il Marmeladov di Delitto e castigo, conserva un barlume di dignità proprio nella coscienza della propria colpa. Chiedere che una strada porti il nome di uno spacciatore significa, al contrario, rimuovere quella coscienza, cancellare il castigo e proporre il delitto come via maestra. Dostoevskij si rivolterebbe nella tomba.
Eppure, la cultura contemporanea sembra sempre più attratta da un’estetica del delinquente, in una pericolosa inversione di ruoli. Film, serie TV, musica spesso glamourizzano il crimine, rendendo affascinante la figura del trafficante o del gangster. La proposta di intitolazione si inserisce in questa deriva, che la sociologia della cultura dovrebbe analizzare con attenzione.
Due modelli a confronto
Per chiarire la posta in gioco, proviamo a mettere in parallelo le due figure su alcune dimensioni fondamentali. Non si tratta di mancare di pietà per la sorte del giovane, ma di comprendere che il compito della società è selezionare i propri modelli in base al bene comune.
| Dimensione | Italo Svevo | Giovane spacciatore |
|---|---|---|
| Contributo culturale | Romanzi che hanno rivoluzionato la narrativa europea; capolavoro come La coscienza di Zeno | Nessun contributo culturale; attività criminale documentata da precedenti penali |
| Valori trasmessi | Introspezione, complessità dell’animo umano, lavoro intellettuale, ironia | Illegalità, guadagno facile, rischio, potenziale danno alla salute pubblica |
| Impatto sulla comunità | Arricchimento identitario, turismo culturale, prestigio internazionale | Danno sociale: diffusione di dipendenze, incremento della criminalità, insicurezza |
| Esemplarità | Modello di dedizione alla scrittura e di resilienza (a lungo incompreso, poi riscoperto) | Esempio di carriera deviante; rappresenta ciò che la società dovrebbe scoraggiare |
Obiezioni e limiti
Una critica frequente a questa posizione è che la proposta di intitolazione non andrebbe presa alla lettera: sarebbe solo un’iperbole per denunciare la violenza della polizia o la marginalizzazione degli immigrati. Non si tratterebbe di celebrare il crimine, ma di protestare contro un sistema iniquo. Inoltre, si potrebbe obiettare che il ragazzo, nonostante gli errori, era pur sempre una persona con una sua dignità, e che la compassione per la sua morte non implica l’approvazione dei suoi reati.
Queste obiezioni hanno un fondo di verità. È giusto interrogarsi sulle circostanze della morte e sulle condizioni sociali che favoriscono la devianza. Ed è umano provare pietà per una vita spezzata. Tuttavia, la richiesta di cambiare il nome di una via non è un gesto privato, ma un atto pubblico che impegna la comunità e i suoi simboli. Se l’intenzione era solo quella di dare voce a un disagio, si potevano trovare altre forme: un presidio, un dibattito, un’inchiesta indipendente. Chiedere di cancellare Svevo per mettere al suo posto un nome associato a reati contro la salute pubblica significa, nei fatti, affermare che quel nome vale più dell’altro. E questo è inaccettabile.
Un limite della mia analisi è che non conosco ogni dettaglio della vicenda giudiziaria e umana del giovane. Forse la sua storia nasconde elementi di degrado e abbandono che meriterebbero approfondimento. Ma anche se così fosse, il principio rimane: le strade devono onorare chi ha elevato lo spirito umano, non chi lo ha degradato. Altrimenti, come scriveva Dostoevskij, “se Dio non esiste, tutto è permesso”. E se tutto è permesso, anche le vie possono cambiare nome ogni mattina.
Che fare? Per una difesa della cultura e della legalità
La strada da percorrere, letteralmente, è quella di una riaffermazione dei valori fondanti della convivenza civile. Innanzitutto, serve una robusta educazione civica e letteraria, che spieghi perché Italo Svevo è un pilastro della nostra identità e perché la sua eredità non può essere barattata con nulla. Le scuole, le biblioteche, i media devono tornare a raccontare la bellezza e la fatica della cultura, offrendo modelli positivi a chi rischia di perdersi.
In secondo luogo, le istituzioni locali dovrebbero resistere alla tentazione di assecondare ogni ventata emotiva. Le commissioni toponomastiche esistono proprio per garantire che i nomi delle strade riflettano un processo ponderato, nel rispetto della storia e del merito. Vanno difese da pressioni demagogiche.
Infine, è indispensabile un’azione sociale concreta per integrare chi arriva nel nostro paese e per offrire alternative legali a chi è cresciuto in contesti svantaggiati. Servono lavoro, formazione, comunità. La devianza si previene non con la santificazione tardiva dei devianti, ma con politiche di coesione che riducano l’anomia mertoniana.
La via Italo Svevo resti dov’è, a ricordarci che una civiltà si misura anche dalla capacità di scegliere i propri numi tutelari. E quella scelta, oggi più che mai, deve essere chiara: non santi per caso, ma costruttori di senso.
Domande frequenti
Perché i nomi delle strade sono simboli della memoria collettiva e del sistema di valori condiviso. Cambiarli significa riscrivere la gerarchia culturale di una comunità, un atto che la sociologia analizza come espressione di conflitto simbolico e di ridefinizione dell'identità sociale.
Per Robert Merton, la devianza è il risultato di una tensione tra mete culturali (ad esempio, il successo economico) e mezzi legittimi per raggiungerle. Un individuo che accetta le mete ma non i mezzi può diventare un 'innovatore' deviante, come chi spaccia per ottenere ricchezza. La devianza non è solo un problema individuale, ma un sintomo della struttura sociale.
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