Nelle società tradizionali, diventare adulti era un fatto pubblico. C’era un “prima” e un “dopo”, separati da una linea netta tracciata dalla comunità attraverso il rito. Oggi, quella linea è svanita. Viviamo in un’epoca di confini liquidi in cui, come evidenziato dai recenti materiali didattici del Prof. Bresciani, il rito di passaggio collettivo è stato sostituito da un progetto di realizzazione personale.
Questo articolo analizza la trasformazione strutturale del “diventare grandi” nella società contemporanea, esplorando come l’assenza di riti istituzionalizzati abbia costretto le nuove generazioni a inventarsi, nel bene e nel male, le proprie prove iniziatiche.
1. Dal Rito Collettivo al “Progetto Biografico”
La sociologia classica (Arnold van Gennep) ci insegna che ogni rito di passaggio prevede tre fasi: separazione, margine (liminalità) e aggregazione. Nella società odierna, la fase di aggregazione — il momento in cui la comunità dice “ora sei uno di noi” — è scomparsa.
Come sottolineato nel documento analizzato, oggi “mancano riti forti e unici”. Il vuoto lasciato dalle istituzioni (leva militare, ingresso nel lavoro stabile, matrimonio precoce) è stato riempito dall’individualizzazione.
Il “Nuovo Rito” non è più un evento subito o attraversato insieme ai pari, ma diventa un progetto identitario:
- L’Autodeterminazione come dogma: Il giovane deve “costruirsi” adulto. L’età adulta non è uno status che si raggiunge per età, ma una “conquista psicologica” legata alla realizzazione di un sogno o di un obiettivo.
- Flessibilità dei Modelli: La società è “meno direttiva”. Non esiste più un unico modo di essere adulti. Questa libertà, seppur inebriante, carica l’individuo di una responsabilità enorme: il fallimento nel diventare adulti è percepito oggi come un fallimento personale, non sistemico.
2. La Fame di “Liminalità”: Riti Positivi e Vitalità
Nonostante la liquidità sociale, il bisogno antropologico e neurobiologico di “mettersi alla prova” rimane una costante immutabile dell’adolescenza. Il cervello adolescente, affamato di dopamina e alla ricerca di definizione del sé, cerca attivamente il confine.
Quando questo bisogno viene incanalato in quelli che definiamo “Riti Positivi”, osserviamo una sperimentazione vitale e costruttiva.
In questa categoria rientrano:
- Il Viaggio (Erasmus, Gap Year): Il moderno pellegrinaggio. L’allontanamento fisico dalla famiglia costringe all’autonomia gestionale ed emotiva.
- Il Volontariato e l’Impegno Civile: Esperienze che offrono un senso di appartenenza e utilità, sostituendo la tribù arcaica con la comunità di scopo.
- Sport Estremi e Concerti: Eventi che permettono di vivere la “communitas” (l’unione emotiva con gli altri) e di sfidare i propri limiti fisici in un contesto controllato.
Questi sono riti di “potenziamento”: aggiungono valore al sé e costruiscono resilienza.
3. Il Lato Oscuro: I Riti a Rischio come “Scorciatoie” per l’Esistenza
L’aspetto più critico emerge quando la società non offre canali sani per questa pulsione iniziatica. Se la cultura non fornisce un rito, l’adolescente se lo costruisce da solo, spesso utilizzando materiali pericolosi. È qui che nascono i “Riti a Rischio”.
Il documento cita esplicitamente fenomeni come il Binge Drinking (bere per ubriacarsi, non per convivialità), la guida pericolosa e gli atti vandalici. Un’analisi sociologica profonda non deve etichettare questi comportamenti solo come devianza, ma come tentativi disperati di sentire.
- Sfidare la Morte per sentirsi Vivi: In una società iper-sicura e ovattata, il rischio fisico estremo diventa l’unico modo per percepire il confine del proprio corpo e della propria esistenza.
- La sfida all’Autorità: Senza un “padre” simbolico che pone limiti, il vandalismo o l’eccesso diventano una domanda di contenimento rivolta al mondo adulto: “Ci sei? Mi vedi? Fin dove posso spingermi?”.
- L’Anestesia o l’Estasi: Il binge drinking simula, in modo tossico, l’alterazione di coscienza tipica dei riti sciamanici o religiosi antichi. È una ricerca di trascendenza a basso costo, un modo per spegnere l’ansia da prestazione di un mondo che chiede di essere sempre performanti.
Conclusioni: La Necessità di Progettare Nuove Soglie
Il focus argomento dell’analisi è chiaro: “Il bisogno di mettersi alla prova rimane forte”. La natura non tollera il vuoto. Se eliminiamo i riti di passaggio formali, otterremo riti di passaggio informali e spesso autodistruttivi.
Per i sociologi, gli educatori e i formatori, la sfida non è reprimere la pulsione al rischio, ma ritualizzarla. Dobbiamo offrire ai giovani “montagne da scalare” (metaforiche e reali, come nell’illustrazione del documento) che siano difficili, che richiedano sforzo e coraggio, ma che portino a una vetta di consapevolezza, non al pronto soccorso.
Dobbiamo passare dall’essere spettatori preoccupati dei loro “riti fai-da-te” all’essere architetti di nuove esperienze di soglia che permettano loro di dire, finalmente: “Ce l’ho fatta, sono cresciuto”.
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
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