Berkeley e i 40 gradi: quando l’essere è percepire (e la realtà diventa un’idea)

Partendo da un'allerta caldo nel Vicentino, l'articolo esplora il principio 'esse est percipi' di George Berkeley e mostra come i dati sulla percezione del clima interroghino la natura della realtà sociale. Attraverso un dialogo tra Hume, Kant, Baudrillard e le neuroscienze, si scopre che chi controlla le percezioni controlla l'essere – con implicazioni cruciali per l'educazione e la democrazia.

Ieri, 27 luglio 2026, un quotidiano del Vicentino titolava: «Attesi 40 gradi, peggio del 2003». L’afa non è una notizia, ma un’esperienza che bussa alla pelle. Eppure, il vecchio vescovo irlandese George Berkeley, che nel 1710 scriveva il Trattato sui principi della conoscenza umana, ci sussurrerebbe che quei quaranta gradi non esistono là fuori, ma soltanto nella nostra mente. Esse est percipi: essere è percepire. Un caldo che non fosse sentito da nessuno non sarebbe affatto caldo.

L’occasione è ghiotta per un esercizio controintuitivo: prendiamo un dato statistico sulla percezione del clima e caliamolo nel cuore dell’idealismo berkeleyano. Secondo l’ultima indagine Eurobarometro sul cambiamento climatico (2025), l’82% degli italiani ritiene che il riscaldamento globale sia causato dalle attività umane, e il 67% afferma di averne già sperimentato gli effetti sulla propria pelle. Numeri che parlano di una percezione diffusa, ma cosa c’entrano con un filosofo del Settecento? C’entrano, eccome. Perché se la realtà è costituita dalle percezioni, allora quei numeri non descrivono soltanto un’opinione, ma il tessuto stesso della realtà sociale. La paura del clima, l’ansia per il futuro, la rabbia verso i governi: tutto questo è reale proprio perché è percepito. E qui Berkeley ci tende una trappola affascinante: se non ci fossero menti a percepire il caldo, il termometro di Vicenza segnerebbe forse quaranta gradi? No, perché il termometro stesso sarebbe un’idea. Non esisterebbe.

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L’idealismo soggettivo di Berkeley rifiuta l’esistenza della materia. Gli oggetti non sono altro che collezioni di sensazioni. Una mela è rossa, dolce, tonda: ma togli il rosso, il dolce, il tondo, e cosa resta? Nulla. Così per la canicola: l’afa è l’insieme delle nostre sensazioni di calore, sudore, spossatezza. Fuori dalla percezione, non c’è un «caldo in sé». Il filosofo irlandese lo affermava con una serenità che oggi suona quasi impertinente, ma che nascondeva una profonda istanza teologica: è la mente di Dio a garantire la continuità delle percezioni, a far sì che il mondo non scompaia quando chiudiamo gli occhi. Una soluzione ingegnosa, che però solleva più problemi di quanti ne risolva. E tuttavia, se lasciamo da parte la metafisica e guardiamo alla sociologia della conoscenza, scopriamo che l’intuizione di Berkeley è più attuale che mai.

Il dato Eurobarometro ci dice che oltre due terzi degli italiani sentono il cambiamento climatico sulla propria pelle. Ma cosa significa «sentire»? Già David Hume, coetaneo e critico di Berkeley, aveva distinto tra impressioni e idee: le impressioni sono vivide, immediate; le idee ne sono copie sbiadite. L’esperienza diretta di un’estate torrida è un’impressione; il ricordo dell’estate del 2003 è un’idea. Eppure, quando il giornale scrive «peggio del 2003», sta mobilitando un’idea collettiva, un metro di paragone storico. La percezione dell’oggi viene continuamente mediata da categorie ereditate. Qui entra in gioco Immanuel Kant, che un trentennio dopo avrebbe rovesciato il problema: non è la mente a conformarsi agli oggetti, ma gli oggetti a conformarsi alle nostre strutture conoscitive. La canicola che sperimentiamo non è mai un dato bruto: è già plasmata dalle nostre aspettative, dai ricordi, dalle narrazioni che circolano. Quando l’allerta meteo dice «40 gradi», noi non percepiamo un numero: percepiamo un pericolo, un disagio, forse un’ingiustizia.

La sociologia contemporanea ha fatto tesoro di questa lezione. Peter Berger e Thomas Luckmann, nel classico La realtà come costruzione sociale (1966), hanno mostrato come le istituzioni, i ruoli, persino le identità emergano da processi di tipizzazione reciproca. La realtà sociale non è data in natura: è percepita, interpretata, negoziata. E se è percepita, allora è. Il caldo di Vicenza non è solo una grandezza fisica, ma un fatto sociale totale: coinvolge l’economia (consumi elettrici), la salute (accessi al pronto soccorso), la politica (piani di emergenza). Ogni dimensione è sorretta da un fascio di percezioni condivise. Se domani nessuno credesse più ai bollettini meteo, la canicola non sarebbe meno reale, ma lo sarebbe in modo diverso: perderebbe la sua carica di allarme, diventerebbe un semplice fastidio privato.

Un’obiezione legittima: ma il caldo esiste davvero, indipendentemente da noi. Berkeley risponderebbe che «esistere» significa «essere percepito»: dunque, finché c’è una mente (umana o divina) che percepisce, esiste. Ma oggi sappiamo che le neuroscienze raccontano un’altra storia. Antonio Damasio, nel suo L’errore di Cartesio, spiega come le emozioni e le sensazioni siano radicate in processi corporei misurabili. La percezione del caldo è il correlato cosciente di una serie di eventi neuronali e fisiologici che avvengono anche senza Dio. Tuttavia, resta il fatto che il «sentito» è una rappresentazione mentale. E la rappresentazione può essere distorta, manipolata, persino creata dal nulla. La realtà virtuale immerge il soggetto in mondi percettivi che non hanno corrispettivo materiale. L’idealismo, in questo senso, diventa una profezia tecnologica: se l’essere è percepire, allora ciò che percepiamo tramite un visore è reale almeno quanto il divano su cui siamo seduti.

Berkeley e i 40 gradi: quando l’essere è percepire (e la realtà diventa un’idea)

Ma attenzione: qui Berkeley incontra un avversario inaspettato, Jean Baudrillard. Per il sociologo francese, la società contemporanea è dominata dalla simulazione e dall’iperrealtà: i segni si scambiano tra loro senza più alcun rapporto con un referente reale. La differenza tra percezione e realtà collassa. Quando guardiamo la mappa meteo con le chiazze rosso fuoco, stiamo già vivendo dentro quella mappa. I 40 gradi sono un’icona su uno schermo, una notifica sullo smartphone, un titolo in homepage. L’esperienza diretta del caldo è quasi un dettaglio. In un certo senso, la nostra percezione è talmente satura di rappresentazioni che fatichiamo a distinguere l’impressione dall’idea. Hume, che teneva tanto alla distinzione, sarebbe inorridito.

Grafico a barre che confronta la percezione del cambiamento climatico (82%), la realtà dell'aumento termico (74%) e i comportamenti effettivi (15%) in Italia.

Il grafico illustra un fenomeno noto ai ricercatori: il divario tra percezione e realtà fattuale. Secondo un rapporto ISTAT sul benessere equo e sostenibile (2024), la percentuale di italiani che si dichiarano «molto preoccupati» per l’ambiente ha superato il 60%, ma la stessa indagine rivela che meno del 15% adotta comportamenti significativi di riduzione delle emissioni (come rinunciare all’auto o diminuire i consumi energetici). Non è ipocrisia: è la natura stessa della percezione a essere selettiva. Sentiamo il problema, ma non sentiamo il costo della soluzione. Berkeley direbbe che la soluzione non esiste finché non viene percepita come reale nella nostra mente. Ecco perché le campagne di sensibilizzazione devono fare i conti con l’idealismo: per cambiare la realtà, bisogna anzitutto cambiare la percezione.

Un classico della psicologia sociale può aiutarci a mettere ordine. Leon Festinger, con la sua teoria della dissonanza cognitiva (1957), ha mostrato che quando due cognizioni sono in conflitto – per esempio, «so che l’auto inquina» e «uso l’auto tutti i giorni» – la mente tende a ridurre il disagio modificando una delle due credenze. Così, molti finiscono per sminuire l’allarme climatico, o per sopravvalutare l’efficacia di gesti simbolici (la raccolta differenziata, per dire). In termini berkeleyani, la percezione del rischio viene riplasmata per adattarsi al comportamento: l’essere (la mia identità di persona ecologica) è percepire (me stesso come già abbastanza virtuoso). Il cortocircuito è perfetto.

Torniamo al vescovo irlandese. Se l’essere è percepire, allora chi controlla le percezioni controlla l’essere. Questo è il cuore del problema. Nelle democrazie liberali, la formazione dell’opinione pubblica è affidata a un sistema complesso di media, scuola, istituzioni culturali. Ma quando questi canali vengono inquinati da disinformazione, polarizzazione o algoritmi che amplificano le emozioni, la realtà sociale si sgretola in tante bolle percettive incomunicanti. Il caldo di Vicenza è lo stesso per tutti, eppure c’è chi lo legge come un’emergenza climatica, chi come un’oscillazione naturale, chi come una punizione divina. Ogni bolla ha la sua realtà, perché ogni bolla ha le sue percezioni. E Berkeley, da credente, avrebbe risposto che solo lo sguardo di Dio può garantire un’unica realtà oggettiva. Noi, che non abbiamo questo conforto, dobbiamo accontentarci di un realismo critico: esiste una realtà indipendente dalla mente, ma non è mai accessibile direttamente; è sempre mediata da schemi concettuali, interessi, valori.

E qui voglio introdurre una nota di cautela, un paragrafo di obiezioni e limiti. L’idealismo berkeleyano, preso alla lettera, sfocia nel solipsismo: se tutto ciò che esiste è la mia percezione, gli altri non sono che idee nella mia mente. Berkeley evita questo esito grazie a Dio, che garantisce l’intersoggettività. Ma in una società secolarizzata, la garanzia divina è sostituita da fragili convenzioni. Inoltre, il primato della percezione rischia di legittimare ogni credenza: se la terra piatta è percepita come vera, allora è vera per chi la pensa. Un esito relativistico che né Berkeley né il buon senso possono accettare. C’è bisogno di un principio di realtà che faccia da argine. Karl Popper, con il suo falsificazionismo, offrirebbe una via d’uscita: le nostre teorie (e percezioni) sono sempre congetture provvisorie, da sottoporre al vaglio dell’esperienza e del confronto critico. Il termometro non mente, anche se la sensazione di caldo può ingannare. La scienza non è un’opinione, ma un metodo per avvicinarsi asintoticamente alla verità.

E allora, che fare? Se la realtà sociale è costruita attraverso percezioni condivise, il compito delle istituzioni educative diventa cruciale. Non basta insegnare dati e formule: occorre educare alla metacognizione, alla capacità di osservare le proprie percezioni e di distinguere tra fonti affidabili e distorsioni. In una classe, discutere di Berkeley non è un lusso da liceo classico: è un esercizio di cittadinanza. Significa imparare che ciò che vediamo non è mai la cosa in sé, ma una rappresentazione plasmata dal linguaggio, dalla cultura, dai media. E che possiamo scegliere di modificare quelle rappresentazioni, per costruire una realtà più giusta e più vera.

Il caldo torrido di questo luglio 2026 passerà. Ma la lezione di George Berkeley resta: non c’è realtà che non passi per la cruna dell’ago della percezione. Prendersene cura, affinare lo sguardo, coltivare un sano scetticismo verso le narrazioni troppo semplificate: ecco l’antidoto a un mondo che rischia di diventare soltanto l’ombra delle nostre idee.

Domande frequenti

Cosa significa 'esse est percipi'?

È il principio chiave dell'idealismo di George Berkeley: essere significa essere percepiti. Un oggetto esiste solo in quanto viene percepito da una mente; non esiste materia indipendente dalla percezione.

Qual è il legame tra l'idealismo di Berkeley e i dati sulla percezione del clima?

I dati mostrano che la realtà sociale è costruita attraverso percezioni condivise. Se l'80% degli italiani percepisce il cambiamento climatico come reale, quella percezione diventa un fatto sociale potente, che plasma comportamenti e politiche, indipendentemente dalla verità fisica.

Berkeley era un solipsista?

No. Pur sostenendo che tutto è percezione, Berkeley evitò il solipsismo postulando l'esistenza di Dio come mente infinita che garantisce la continuità e l'intersoggettività delle percezioni, assicurando che il mondo esista anche quando non lo osserviamo.

Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.

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