A metà luglio del 2026, un amministratore locale del Centro Italia si è ritrovato bersaglio di migliaia di profili social falsi, innescati da una polemica su un evento culturale. Un copione già visto, ma che questa volta ha coinvolto ragazzi giovanissimi: metà degli account segnalati dalla Polizia Postale appartenevano a under 18. Un segnale. Non di devianza, ma di un modo nuovo di stare al mondo. La Generazione Z – nata tra il 1997 e il 2012 – è ormai adulta o quasi; alle sue spalle preme la Generazione Alpha, dal 2013 in poi, la prima a non aver mai conosciuto un pianeta senza assistenti vocali e realtà aumentata. Cosa distingue davvero questi due blocchi demografici? I dati più recenti dell’ISTAT (indagine “Giovani e futuro”, maggio 2025) offrono una mappa inaspettata.
Il crinale dei numeri
L’ISTAT ha intervistato 4.200 ragazzi tra i 14 e i 24 anni, integrando per la prima volta un sotto-campione di 10-13enni (Gen Alpha). Emerge che il 72% dei giovani adulti (18-24 anni) dichiara di sentirsi “spesso o sempre solo”, pur avendo in media 340 contatti attivi sui social. Tra i più piccoli (10-13 anni), il dato scende al 38%, ma sale al 65% la percentuale di chi fatica a concentrarsi su un compito per più di quindici minuti senza controllare uno schermo. La fiducia nelle istituzioni – scuola, governo, chiesa – tocca il minimo storico: solo il 28% degli Z dice di “fidarsi abbastanza” della scuola, contro il 51% degli Alpha. Eppure, questi ultimi mostrano indicatori di collaborazione più alti: il 67% preferisce lavorare in gruppo rispetto al 44% degli Z.
Generazioni come unità sociali: la lezione di Mannheim
Per leggere queste cifre non basta la cronaca. Il sociologo Karl Mannheim, nel suo saggio del 1928 “Il problema delle generazioni”, distingueva tra collocazione generazionale (essere nati nello stesso arco temporale) e unità generazionale (condividere esperienze fondative che plasmano una coscienza comune). La Gen Z è stata forgiata dalla grande recessione del 2008-2013, dalla pandemia da Covid-19 e dalla pervasività dello smartphone nell’adolescenza. La Gen Alpha, invece, sta crescendo con l’intelligenza artificiale generativa, la crisi climatica come sfondo costante e genitori iper-protettivi (la cosiddetta “gentle parenting”). Due unità diverse, dunque, che sviluppano mappe cognitive differenti.

Il paradosso della connessione: Twenge, Bauman e Turkle
La psicologa Jean Twenge, autrice di iGen, ha documentato come per i nati dopo il 1995 l’uso massiccio di iPhone e social media abbia coinciso con un aumento di ansia, depressione e solitudine. Il dato ISTAT sul 72% di soli – apparentemente paradossale in un mondo iper-connesso – trova spiegazione nella teoria dell’attaccamento alle piattaforme: i legami digitali sono intensi ma fragili, consumati in fretta. Zygmunt Bauman parlerebbe di “relazioni liquide”, facili da accendere e spegnere, che generano un senso di precarietà affettiva. Sherry Turkle, in Alone Together, aveva previsto tutto questo già nel 2011: ci rifugiamo negli schermi per paura dell’intimità faccia a faccia, e finiamo per sentirci più vuoti.
Ma perché gli Alpha sembrano meno soli, almeno nei numeri? Forse perché sono ancora bambini, protetti dal mondo adulto. O forse perché la loro socializzazione è più ibrida: alternano giochi fisici e digitali senza la frattura netta vissuta dagli Z, che hanno ricevuto il primo smartphone in piena tempesta ormonale. Non è un idillio: il 65% di loro non regge l’attenzione, cifra che Byung-Chul Han collegherebbe all’iperattenzione frammentata della società della stanchezza. Siamo davanti a una mutazione cognitiva più che a un deficit.
Autorità e famiglia: il rovesciamento silenzioso
La tabella qui sotto mette a confronto le due generazioni su quattro assi rilevanti: rapporto con le regole, percezione del futuro, fiducia negli adulti e stili comunicativi preferiti.
| Asse | Gen Z (1997-2012) | Gen Alpha (2013-oggi) |
|---|---|---|
| Regole | Viste come negoziabili; sfiducia nel principio di autorità | Accettate se motivate; cercano figure di guida rassicuranti |
| Futuro | Pessimismo pragmatico; attenzione all’auto-realizzazione individuale | Ansia diffusa ma fiducia nella tecnologia risolutiva |
| Fiducia adulti | 28% (ISTAT 2025); vedono genitori e insegnanti come distanti | 51% (ISTAT 2025); famiglia ancora centrale, scuola in declino |
| Comunicazione | Testuale, breve, asincrona; video in crescita | Visiva, interattiva, sincrona (TikTok, gaming) |
Lo scarto più vistoso è nella fiducia verso il mondo adulto. Per la Gen Z, la crisi del 2008 ha eroso le certezze dei padri; la pandemia ha mostrato istituzioni fragili. Per gli Alpha, ancora bambini, la famiglia resta un porto sicuro, ma la scuola perde colpi. Non è un caso che il 67% degli Alpha preferisca il cooperative learning: cercano nel gruppo dei pari quella stabilità che gli Z hanno imparato a non aspettarsi.
Socializzazione smartphone-centrica → relazioni liquide → solitudine + ansia → individualismo competitivo
AI e gaming cooperativo → attenzione frammentata ma capacità di lavoro di squadra → bisogno di guida
Costruire ponti: meno lezione frontale, più mentoring e progetti comuni che rispettino i tempi di attenzione ridotti ma valorizzino la collaborazione.
Obiezioni e limiti
Ogni generalizzazione generazionale è pericolosa. Lo stesso Mannheim avvertiva che le unità generazionali sono stratificate per classe, territorio, genere. Un adolescente di Scampia e uno di Brera condividono l’età ma non l’accesso alle risorse culturali. I dati ISTAT, inoltre, catturano una fase transitoria: gli Alpha potrebbero sviluppare tratti diversi quando affronteranno l’adolescenza. E le ricerche della Twenge sono state criticate per eccessivo determinismo tecnologico. Resta il fatto che le tendenze sono robuste e chiedono una rilettura dei processi educativi.
Che fare? Implicazioni per famiglie e scuole
Il primo passo è riconoscere che stiamo crescendo due generazioni con bisogni opposti: gli Z hanno fame di autenticità e di ascolto non giudicante; gli Alpha hanno bisogno di limiti chiari e di esempi coerenti, senza la retorica del “tutto è negoziabile”. La famiglia può recuperare un ruolo di filtro critico verso il digitale, non proibendo ma accompagnando. La scuola deve abbandonare la lezione unidirezionale e investire su laboratori, peer tutoring, spazi di discussione emotiva. I numeri ISTAT non sono una condanna: la preferenza degli Alpha per il lavoro di gruppo, se incanalata verso obiettivi comuni, può diventare un formidabile argine alla solitudine degli Z.
In conclusione: abbiamo due strumenti concettuali potenti – la sociologia storica di Mannheim e la psicologia dell’attenzione di Han – per capire che il vero problema non è il digitale, ma la qualità delle relazioni che tessiamo intorno a esso. I giovani non sono “nativi digitali”: sono nativi bisognosi di senso, e tocca a noi offrirglielo.
Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
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