Il Libro dei Dannati: Charles Hoy Fort e la sociologia delle credenze anomale

Charles Fort e il suo 'Libro dei Dannati' anticipano le critiche sociologiche alla scienza come istituzione che seleziona i dati. Un'analisi tra credenza e metodo, tra ortodossia e anomalia.

Nel 1919, un uomo di cinquantacinque anni pubblicò a New York un’opera destinata a scuotere le fondamenta della scienza ufficiale: The Book of the Damned. L’autore, Charles Hoy Fort, nato nel 1864 ad Albany (non ‘Albano’, come talvolta si trascrive) negli Stati Uniti, aveva passato decenni a raccogliere migliaia di resoconti di fenomeni inspiegabili: piogge di rane, oggetti volanti non identificati, apparizioni misteriose. Fort chiamava ‘dannati’ quei dati che la scienza ortodossa rifiutava perché non collimavano con i paradigmi consolidati. Il suo lavoro anticipò di decenni l’ufologia moderna e pose interrogativi che ancora oggi interrogano la sociologia della conoscenza.

Un archivio dell’anomalia

Fort non era uno scienziato, ma un autodidatta dal pensiero radicale. La sua tesi centrale era semplice: le istituzioni scientifiche operano una selezione sistematica dei fenomeni che considerano degni di studio. Tutto ciò che non rientra nello schema accettato viene etichettato come ‘anomalo’ e respinto. ‘We are living in a world of the damned’, scriveva, un mondo in cui la maggior parte dell’esperienza umana viene espulsa dalla conoscenza legittima. Questa intuizione, quasi un secolo prima di Thomas Kuhn e della sua nozione di paradigma, anticipa una critica radicale al modo in cui il sapere viene socialmente costruito.

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Il Libro dei Dannati: Charles Hoy Fort e la sociologia delle credenze anomale

Fort raccolse i suoi dati da riviste scientifiche e giornali dell’epoca, creando un archivio di oltre 60.000 note. Le sue fonti erano eterogenee: dal Scientific American a quotidiani locali. Ma il suo metodo – o la sua mancanza di metodo – lo rese vulnerabile alle accuse di ciarlataneria. E tuttavia, proprio questa ingenuità metodologica rivela un punto sociologico cruciale: la scienza non è solo un insieme di procedure logiche, ma un’istituzione sociale con i suoi riti di esclusione e i suoi tabù.

Il contesto storico: tra modernità e disincanto

Fort scriveva in un’epoca di fiducia positivistica. La scienza vittoriana ed edoardiana sembrava aver spiegato quasi tutto. Tuttavia, proprio in quegli anni, fenomeni come gli ‘airship’ (dirigibili misteriosi) avvistati nei cieli degli Stati Uniti a partire dal 1896 cominciavano a incrinare la certezza razionale. L’ondata di avvistamenti di ‘oggetti volanti’ tra il 1896 e il 1897, documentata da Fort, anticipa di cinquant’anni il caso Kenneth Arnold e l’esplosione ufologica del 1947. Ma Fort non cercava prove di visite extraterrestri: il suo obiettivo era mostrare che la scienza, come qualsiasi sistema di credenze, costruisce i propri confini.

Qui si inserisce la riflessione di Max Weber sul ‘disincanto del mondo’: la modernità, sostituendo la spiegazione magico-religiosa con quella scientifica, ha creato un nuovo tipo di autorità. Ma questa autorità, secondo Fort, è altrettanto dogmatica. I ‘dannati’ sono i dati che non trovano posto nella razionalità strumentale. In questo senso, Fort può essere letto come un precursore della sociologia della conoscenza di Karl Mannheim, che mostra come ogni forma di sapere sia legata a una posizione sociale. La scienza ufficiale, per Mannheim, non è esente da interessi e pregiudizi. Fort ne è una prova vivente: la sua posizione marginale (un autodidatta senza titoli) gli permette di vedere ciò che gli scienziati istituzionali non possono.

Oltre Fort: il problema della demarcazione

La domanda di Fort è ancora attuale: chi decide cosa sia un fatto? Il filosofo della scienza Karl Popper ha proposto il criterio di falsificabilità: una teoria è scientifica solo se può essere smentita. Ma molti dei fenomeni raccolti da Fort non sono falsificabili: la pioggia di rane, se non documentata con rigore, resta un’anomalia. D’altra parte, il sociologo Robert K. Merton ha studiato l’etica della scienza: universalismo, comunismo, disinteresse, scetticismo organizzato. In pratica, però, lo scetticismo spesso si trasforma in rifiuto pregiudiziale. Il ‘caso Fort’ mostra come l’etica scientifica possa tradirsi.

Un approccio più equilibrato viene dall’antropologo Claude Lévi-Strauss, che distingue tra pensiero ‘selvaggio’ e pensiero scientifico. Il primo non è inferiore, ma diverso: classifica il mondo in modo analogico, per bricolage. Fort è un bricoleur intellettuale: assembla frammenti eterogenei per creare un discorso alternativo. Il suo metodo può sembrare caotico, ma rivela una logica propria: quella della raccolta di ‘residui’ che la scienza ufficiale scarta. Da questo punto di vista, il pensiero di Fort anticipa le epistemologie del margine, come quelle sviluppate da Donna Haraway con la sua ‘conoscenza situata’.

Tabella: paradigmi a confronto

Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.

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