Preside servo di tre padroni: chi urla più forte vince a scuola

Nella scuola italiana il dirigente è schiacciato tra genitori, docenti e burocrazia: chi urla più forte vince. L'articolo analizza il fenomeno con gli strumenti della sociologia, propone la pubblicazione dei dati sui trasferimenti come indicatore chiave e discute le possibili soluzioni.

Immaginiamo la professoressa Marta. Da quindici anni insegna lettere in un liceo di una media città del Nord Italia. Ogni mattina entra a scuola con la stessa sensazione: quella di camminare su un filo teso tra genitori che pretendono, studenti che si assentano, un dirigente che non risponde mai al telefono e un provveditorato lontano che invia circolari su circolari. Marta non lo sa, ma incarna la figura del ‘servo di tre padroni’ – un’immagine che Sigmund Freud avrebbe riconosciuto come struttura nevrotica del dovere impossibile. Solo che qui, in gioco, non c’è la psiche individuale: c’è l’istituzione scolastica che da anni si sta sgretolando.

La metafora freudiana del servitore di tre padroni – l’Es, il Super-io e la realtà – si può applicare al dirigente scolastico, che deve rispondere a genitori, docenti e apparati burocratici (provveditorato, ministero). Ma Freud scriveva che ‘il povero Io deve servire tre padroni, e perciò è continuamente minacciato da tre pericoli’. Oggi il preside è un Io istituzionale schiacciato tra le pretese dei genitori (che urlano più forte perché sanno di avere meno potere formale), le rivendicazioni dei professori (che chiedono autorevolezza e risorse), e le direttive di un sistema centralizzato che parla per numeri e scadenze. Il risultato? Chi urla più forte – i genitori – ottiene di fatto la priorità, e la scuola diventa una ‘macchina per sopravvivenza’ dove si difendono solo i più aggressivi.

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Ma è un fenomeno che ha radici strutturali. Il sociologo francese Pierre Bourdieu avrebbe riconosciuto in questo scenario una ‘violenza simbolica’ esercitata dal campo scolastico: i genitori delle classi medio-alte dispongono di un capitale culturale e sociale che li rende capaci di ‘urlare’ nel modo giusto – con il tono educato della richiesta formale, della raccomandazione, della minaccia di esposto. I professori, al contrario, hanno perso l’antico prestigio (il ‘capitale simbolico’ di cui parla Bourdieu) che li proteggeva: oggi un docente è un ‘fornitore di servizi’ valutabile su Google, e il dirigente lo sa. Il provveditorato, infine, applica direttive pensate altrove, in un ministero che a sua volta risponde a un disegno politico più vasto.

È qui che l’analisi si fa più delicata. Alcune ricerche sociologiche – come quelle del tedesco Ulrich Beck sulla ‘società del rischio’ – indicano che l’istruzione è diventata un campo di battaglia per la sicurezza esistenziale: i genitori investono tutto sul futuro dei figli, e la scuola è il primo luogo dove si gioca la partita. L’ansia parentale, allora, non è irrazionale: è il sintomo di una competizione sociale che si è spostata dall’economia all’istruzione. Ma i dati su questo aspetto sono ancora parziali. Quello che si può osservare è che il dirigente, per sopravvivere, cede al genitore più rumoroso – e il docente ne esce depotenziato.

Preside servo di tre padroni: chi urla più forte vince a scuola

Lo schema di potere si può rappresentare così:

Attore (posizione nel campo)

Potere formale (leve gerarchiche)
Potere informale (capacità di pressione)
Risultato per il dirigente (a chi cede?)
Genitori

– Potere formale: basso (nessuna autorità)
– Potere informale: alto (reclami, social, minacce legali)
– Risultato: il dirigente cede per quieto vivere
Docenti

– Potere formale: medio (disciplina, valutazione)
– Potere informale: basso (collettivamente sindacale, ma individualmente zero)
– Risultato: il dirigente li sacrifica se serve
Provveditorato/Ministero

– Potere formale: altissimo (norme, budget)
– Potere informale: nullo (non si vede)
– Risultato: il dirigente esegue, non contratta

Il grafico seguente mostra un dato indiretto, ma significativo: le richieste di trasferimento dei docenti. Se fossero resi pubblici e consultabili dalle famiglie, diventerebbero un termometro del malessere scolastico.

Grafico a barre che confronta due scuole: la scuola A ha 25 richieste di trasferimento ogni 100 docenti e un rapporto genitori/docenti di 1.2; la scuola B ha 8 richieste e rapporto 0.9.

La tabella seguente compara il modello ideale di scuola (quello che vorremmo) e quello reale (quello che subiamo), secondo la teoria del ‘disagio istituzionale’ del sociologo tedesco Niklas Luhmann:

Dimensione Scuola ideale (Luhmann) Scuola reale
Ruolo del dirigente Mediatore di codici: didattica vs. amministrazione Schermo degli urli: cede al più forte
Autonomia scolastica Sussidiarietà verticale e orizzontale Burocrazia centralizzata che paralizza
Feedback utente Miglioramento tramite differenziazione Rumore che distorce le priorità
Indicatore di salute Transizioni fluide (studenti, docenti) Alti tassi di trasferimento (docenti in fuga)

Il filosofo francese Michel Foucault, con la sua idea di ‘governamentalità’, ci aiuta a vedere il quadro più grande: la scuola non è solo un’istituzione che istruisce, ma un dispositivo che produce soggetti docili. I genitori che urlano sono la cartina di tornasole di una società che ha trasferito sulla scuola tutte le ansie di un futuro incerto. E i dirigenti, da ‘mediatori’ di interessi, diventano ‘gestori del disagio’. Ma attenzione: non si tratta solo di una critica facile al sistema. Ci sono anche obiezioni da considerare.

Obiezioni e limiti. La prima obiezione è che generalizzare il ‘servo di tre padroni’ rischia di appiattire le differenze tra dirigenti scolastici: alcuni sono capaci di leadership forte e proteggono i docenti. La seconda obiezione è che il potere dei genitori non è così illimitato: esistono normative e tribunali che possono sanare abusi. La terza obiezione è che i dati sui trasferimenti non sono necessariamente un indice di malessere: possono riflettere scelte personali (avvicinamento a casa), carriera (passaggio a ruolo superiore) o altre variabili. Infine, la tesi di una ‘opera pianificata’ dal centro per far crollare la scuola è suggestiva ma manca di prove. Forse il caos è più il risultato di una ‘cattiva progettazione istituzionale’ che di un complotto: come diceva il sociologo Robert K. Merton, a volte le conseguenze inattese di azioni intenzionali producono disfunzioni peggiori dei mali che si volevano curare.

Detto questo, resta un punto fermo: il dirigente scolastico, oggi, è una figura strutturalmente esposta. Non può essere servo di tre padroni e restare autorevole. La soluzione? Forse passa per la trasparenza radicale: rendere pubblici i dati sulle richieste di trasferimento, sugli esiti delle valutazioni, sul clima interno. Solo così i genitori potranno scegliere – e il sistema potrà autocorreggersi. Il merito, la responsabilità, la coesione: parole che tornano, se la scuola torna a essere una comunità di soldati che si fidano del loro ufficiale. Ma per questo, il preside deve smettere di fare il parafulmini e diventare un vero comandante.

Domande frequenti

Perché il dirigente scolastico è definito 'servo di tre padroni'?

La metafora freudiana descrive la condizione del preside, che deve rispondere a tre attori con interessi divergenti: genitori (che premono informalmente), docenti (che chiedono autorevolezza) e apparati burocratici (ministero/provveditorato, che impongono direttive). Senza un equilibrio di potere, il dirigente tende a cedere a chi urla più forte, di solito i genitori.

Quale indicatore concreto suggerisce l'articolo per valutare il malessere di una scuola?

La pubblicazione delle richieste di trasferimento dei docenti. Un alto tasso di trasferimenti è un segnale di clima tossico o di mancata difesa del personale da parte del dirigente. Se resi pubblici, questi dati permetterebbero alle famiglie di scegliere consapevolmente e spingerebbero i dirigenti a migliorare.

Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.

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