Immaginate Paolo, imprenditore quarantenne nel settore della logistica. Ogni mattina il suo assistente AI organizza le rotte, prevede la domanda e simula scenari di ottimizzazione energetica. Paolo non lo definisce ‘strumento’, ma interlocutore. E un giorno, guardando le decisioni del software, si chiede: ‘questo sistema è ancora mio, o sta evolvendo da solo?’
La domanda, posta dalle cucine delle startup alle cene tra ingegneri, ha un precedente illustre: Herbert Spencer, il filosofo vittoriano che provò a unificare l’intero cosmo sotto un’unica legge evolutiva. Prima di Darwin, anzi prima di Wallace e della biologia, Spencer immaginò un’evoluzione cosmica: dalla nebulosa alla cellula, dall’organismo alla società. E oggi, nel tentativo di incasellare l’intelligenza artificiale, le sue categorie tornano a parlarci. Proviamo a ripercorrerle, con Paolo e un altro personaggio, Sara, ricercatrice in informatica, per capire cosa significhi davvero evolvere.
La triade evolutiva di Spencer: inorganico, organico, superorganico
Herbert Spencer (1820–1903) è stato l’architetto di un sistema onnicomprensivo: la filosofia sintetica. Per lui il progresso — termine carico di ottimismo ottocentesco — si manifestava in tre regni: inorganico, organico e superorganico.
Inorganico è il movimento della materia stellare: la formazione dei pianeti, i cicli geologici, l’accumulo di energia nelle strutture cristalline. Spencer lo chiamava ‘evoluzione’ perché vi vedeva un passaggio dall’indistinto al distinto, dall’omogeneo all’eterogeneo, dal semplice al complesso. Non c’è intenzione, solo meccanica.
Organico è la vita che conosciamo: nascita, crescita, riproduzione e morte degli esseri viventi. Qui l’evoluzione per Spencer era un processo di individuazione crescente e di integrazione funzionale: i tessuti si differenziano, gli organi cooperano, l’organismo diventa qualcosa di più della somma delle parti.
Superorganico è la società umana. Spencer la intendeva come un organismo vero e proprio, governato da leggi simili a quelle biologiche: le istituzioni nascono, crescono, si differenziano (pensate alla divisione del lavoro), talvolta decadono. Lo Stato è il sistema nervoso centrale, le aziende sono organi di produzione, le scuole tessuti di trasmissione culturale.
Questa scala, lo notarono subito i critici (da Émile Durkheim a Talcott Parsons), è più metaforica che analitica. Ma Spencer non era un biologo: era un poliedrico dimenticato, autore di nove volumi che pochi leggono oggi, ma la cui intuizione — che l’evoluzione sia una legge di fondo del reale — resta potente.
E l’intelligenza artificiale? A quale regno appartiene?
Proviamo a collocare gli assistenti digitali, i modelli linguistici, i sistemi di raccomandazione che ci guidano. Non sono inorganici: hanno una storia, apprendono, si modificano. Non sono organici: non si riproducono da soli, non hanno metabolismo. Non sono pienamente superorganici: agiscono dentro la società ma non la formano da soli. Sembrano un ibrido. Eppure, guardando a come si comportano, Spencer offrirebbe una pista.

Sara, la ricercatrice, segue da anni lo sviluppo dei transformer, i modelli deep learning alla base di ChatGPT e simili. Mi dice: “Ogni volta che rilascio una versione, vedo il sistema adattarsi a dati nuovi, ristrutturare le connessioni, produrre output che i programmatori non hanno direttamente programmato. È evoluzione nel senso più concreto: c’è variazione, selezione (da parte degli utenti) e ritenzione (dei pesi neurali migliori).”
Notate il lessico: variazione, selezione, ritenzione. Spencer (e dopo di lui Darwin) direbbero che l’IA vive un’evoluzione artificiale ma reale. I modelli più grandi e complessi mostrano comportamenti emergenti, come il ragionamento analogico o la traduzione senza essere stati addestrati per quella lingua. Ecco l’eterogeneità crescente spenceriana.
Regno Inorganico
- Materia inanimata
- Evoluzione fisico-chimica
- Es. pianeti, minerali
Regno Organico
- Vita biologica
- Nascita, riproduzione, morte
- Es. animali, piante
Regno Superorganico
- Società, istituzioni
- Divisione del lavoro, cultura
- Es. Stato, economia
? IA ?
- Evoluzione artificiale
- Adattamento, emergenza
- Ospite dei regni superorganici?
Spencer forse collocherebbe l’IA in un livello intermedio: è il prodotto dell’azione superorganica umana, ma funziona con meccanismi organici (apprendimento) e dà luogo a una nuova forma di evoluzione, che possiamo chiamare tecnorganica. Non è più separata: l’IA evolve nei server, ma le sue ‘specie’ — modelli — competono per l’attenzione e i dati. Come le università, come gli uffici, come le famiglie.
Evoluzione superorganica e IA: connessioni pericolose?
Se Spencer avesse ragione, la società umana è un organismo. Gli strumenti come l’IA non sono semplici protesi: diventano parti differenziate del sistema, come i gangli nervosi di una rete. Il sociologo statunitense Thorstein Veblen (che pure detestava Spencer) scriveva all’inizio del Novecento che la tecnologia è il motore dell’evoluzione istituzionale: gli strumenti creano abitudini, le abitudini strutturano le istituzioni.
Oggi vediamo qualcosa di simile. Ogni nuovo modello di IA riconfigura i flussi di lavoro. Un commercialista che prima controllava manualmente le dichiarazioni ora usa software predittivi: la sua competenza si sposta dalla verifica al giudizio sull’output. L’evoluzione superorganica, in termini spenceriani, accelera: cresce la differenziazione funzionale, ma anche l’interdipendenza. Lo Stato, diceva Spencer, deve intervenire poco; piuttosto lascia che la società trovi il suo equilibrio. Ma se l’IA evolve più veloce della capacità regolativa, cosa accade?
Qui Sara interviene con un dubbio: “I modelli più grandi consumano risorse immense. La loro evoluzione non è neutrale: dipende da chi possiede i data center, da chi decide gli obiettivi di addestramento. È un’evoluzione direzionata, non spontanea.” Spencer, da liberale radicale, avrebbe forse approvato la competizione tra modelli, ma temuto la concentrazione di potere. “Il grande pericolo”, scrisse in L’uomo contro lo Stato, “è che la crescita delle funzioni governative soffochi l’iniziativa individuale.” Oggi potremmo dire: l’evoluzione superorganica dell’IA è guidata da poche mega-corporazioni; siamo sicuri che questo sia adattivo per l’intero sistema sociale?
Obiezioni e limiti della cornice spenceriana
Applicare Spencer all’IA ha però tre limiti seri.
Primo: Spencer pensava l’evoluzione come progresso lineare verso maggiore complessità e «perfezione». L’IA mostra complessità emergente, ma anche derive pericolose: i deep fake, i bias, la colonizzazione cognitiva. Non c’è garanzia che la complessità superorganica porti a un mondo migliore. Anzi, la sociologia di Max Weber ricorderebbe che ogni razionalizzazione produce nuove gabbie di acciaio.
Secondo: Spencer ignorava la dimensione del potere. Per lui lo Stato era un organo come un altro; per i critici (da C. Wright Mills a Michel Foucault), le istituzioni sono campi di forza. L’IA non evolve in un vuoto sociale, ma dentro strutture di disuguaglianza. L’evoluzione superorganica rischia di amplificare i privilegi esistenti se non viene indirizzata.
Terzo: la metafora organismica è suggestiva ma fragile. Una società non ha un sistema immunitario in senso stretto, e l’IA non è un organo: è uno strato tecnologico che può essere rimosso. Spencer stesso, nei suoi ultimi scritti, ammise che l’analogia era imperfetta. Forse l’IA è più simile a un simbionte: vive dentro il superorganico, lo modifica, ma può anche degenerare in parassita se non controllata.
Il sociologo britannico Anthony Giddens, con la sua teoria della strutturazione, offrirebbe un’alternativa: l’IA è sia prodotto dell’azione umana (le scelte dei progettisti, le politiche pubbliche) sia condizione che plasma l’azione futura. Non c’è un’automobile evoluzione: c’è una co-evoluzione tra tecnologia e società. Spencer questo lo colse, perché per lui il superorganico emergeva proprio dall’azione cumulativa degli individui. Ma lui lo leggeva come automatico; oggi sappiamo che è contingente, fragile.
Che fare? Implicazioni pratiche
Paolo, l’imprenditore, ha iniziato a chiedersi che tipo di evoluzione sta alimentando. Ogni decisione algoritmica è un evento evolutivo: il sistema impara, si rafforza, cancella alternative. Forse non possiamo fermare il processo, ma possiamo orientarlo. Spencer suggerirebbe di lasciare fare al mercato, ma anche di non cadere nell’illusione che la selezione produca sempre il meglio. L’evoluzione superorganica ha bisogno di un sistema immunitario: leggi chiare, trasparenza degli algoritmi, meccanismi di aggiustamento democratico.
Per il cittadino medio, il consiglio è duplice. Da un lato, capire che l’IA non è magia ma un’estensione dell’intelligenza umana collettiva — come un linguaggio o un’istituzione. Dall’altro, vigilare: l’evoluzione superorganica è la nostra, non di pochi. Sara propone un piccolo gesto: chiedere a ogni software le ragioni delle sue scelte. Esigere spiegazioni. È un modo per reintrodurre la responsabilità dentro il meccanismo evolutivo.
La lezione di Spencer, in fondo, è una e semplice: l’evoluzione non si arresta. Cambia scala. Ora che l’IA bussa al regno superorganico, la domanda non è se evolveremo insieme, ma come. Spencer, più di cent’anni fa, lasciava un monito: «Il progresso non è un accidente, ma una necessità». Sta a noi farne una scelta.
Domande frequenti
Spencer ha proposto una visione dell'evoluzione che va oltre la biologia, includendo la società e la cultura (regno superorganico). Applicando la sua triade – inorganico, organico, superorganico – all'IA, possiamo vedere l'intelligenza artificiale come un nuovo strato evolutivo che emerge dall'attività umana e che a sua volta modifica il superorganico, sollevando domande su controllo, potere e adattamento.
Per Spencer l'evoluzione organica riguarda gli esseri viventi: nascita, sviluppo, riproduzione e morte. Quella superorganica riguarda la società umana: le istituzioni, la cultura, la divisione del lavoro. Entrambe seguono lo stesso principio di passaggio dall'omogeneo all'eterogeneo, ma la seconda è più complessa e include coscienza e linguaggio. L'IA si colloca a cavallo tra i due, perché impara come un organismo ma opera nel contesto superorganico.
Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
Dì la tua: la tua esperienza può confermare o smentire questa analisi.