Verità in piazza: la lezione di Auguste Comte che nessuno ricorda e perché serve ancora

Cosa spinge centinaia di persone a marciare chiedendo verità e giustizia? Auguste Comte, il padre della sociologia, ci offre una chiave ancora rivoluzionaria per capire la rabbia e come incanalarla in un ordine sociale condiviso.

Ieri, a Bologna, il corteo avanzava compatto sotto il sole che batteva sui sanpietrini. Cartelli, bandiere, slogan scanditi: «Verità e giustizia». Un nome ripetuto come un mantra, un volto stampato su magliette e lenzuola. Un giovane di origine straniera morto in circostanze controverse. I manifestanti chiedono fatti, pretendono che il potere risponda. Non una scena insolita, nell’Italia degli ultimi anni: piazze piene, richieste di trasparenza, accuse di insabbiamento. Eppure, mentre osservo la folla, ripenso a un uomo che oltre due secoli fa, a Parigi, pose una domanda destinata a cambiare il modo in cui leggiamo questi sommovimenti. Auguste Comte, il padre della sociologia.

Comte non era un uomo da barricate. Era un pensatore metodico, ossessionato dall’ordine e dal progresso. Viveva nell’Ottocento, un secolo di rivoluzioni industriali e politiche che avevano frantumato il vecchio mondo. La sua ossessione era: come può una società reggersi senza cadere nell’anarchia o nella tirannia? La risposta, per lui, stava in una nuova scienza, la «fisica sociale», che avrebbe studiato le leggi del corpo collettivo con lo stesso rigore con cui Newton studiava quelle dei corpi celesti. Oggi, di fronte a un corteo che invoca verità, la lezione di Comte torna a graffiare.

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Per Comte, l’umanità attraversa tre stadi nel suo cammino verso la maturità: teologico, metafisico e positivo. Nello stadio teologico si spiega il mondo con forze soprannaturali; in quello metafisico con entità astratte (la Natura, il Diritto, la Giustizia); in quello positivo, infine, si rinuncia a chiedersi il «perché» ultimo per concentrarsi sul «come», sui fatti osservabili e le loro relazioni costanti. Il corteo di Bologna, con il suo grido di «verità e giustizia», sta ancora immerso nello stadio metafisico. Non per questo è primitivo: è umano. Ma per Comte sarebbe un segnale d’allarme: quando la domanda di giustizia si fa rabbia diffusa, significa che l’ordine sociale è incrinato. Non ci sono più fatti condivisi su cui poggiare il consenso.

La fragilità dei fatti. È qui che la macchina comtiana mostra la sua utilità. Il sociologo francese sognava un governo di scienziati sociali, capaci di guidare l’opinione pubblica lontano dalle passioni effimere e verso l’evidenza. Un’utopia, certo, e pericolosa per le sue derive autoritarie. Ma il nucleo resta: senza un metodo credibile per accertare gli eventi, ogni comunità si disgrega. Quando un giovane muore e le versioni ufficiali appaiono contraddittorie o tardano ad arrivare, è l’intero patto di convivenza a tremare. La piazza non è solo un termometro: è un sintomo attivo di una carenza di «positività», nel senso comtiano del termine – di una mancanza di conoscenza affidabile, pubblicamente verificabile.

Durkheim, il grande discepolo critico di Comte, ci offre un tassello ulteriore. Quelle centinaia di corpi che marciano insieme generano ciò che lui chiamava «effervescenza collettiva»: un’intensificazione emotiva che salda il gruppo, crea riti improvvisati (i cori, i gesti, i momenti di silenzio) e rinsalda la coscienza collettiva. È un fenomeno potente che, se non trova canali istituzionali, può cristallizzarsi in una subcultura del sospetto. Durkheim aggiungerebbe: in una società a solidarietà organica, dove i legami nascono dalla divisione del lavoro e non più dalla somiglianza, eventi di questo tipo rappresentano rare isole di fusione emotiva. Per questo attraggono anche chi non ha legami diretti con la vittima: offrono un’appartenenza, un significato, un’identità momentanea.

Ma cosa muove davvero una folla a chiedere verità? Vilfredo Pareto guarderebbe con scetticismo. Per lui, le azioni umane sono dominate da «residui», spinte emotive profonde e spesso inconsce, che poi rivestiamo di «derivazioni», ragionamenti logici di facciata. La domanda di giustizia sarebbe una derivazione, una copertura razionale per un residuo di paura, di insicurezza, o forse di aggressione verso un nemico percepito – lo Stato, l’ordine costituito. Pareto non è cinico: è spietatamente realistico. Ci ricorda che le piazze non cercano solo fatti; cercano conferme, appartenenza, rassicurazione emotiva. Comte, più ottimista, avrebbe sperato di incanalare quel residuo verso una religione dell’Umanità fatto di scienza e altruismo. Ma nessuno dei due avrebbe liquidato la protesta come irrazionale: lo era, ma di quella razionalità profonda che solo l’analisi sociologica può sviscerare.

Verità in piazza: la lezione di Auguste Comte che nessuno ricorda e perché serve ancora

Georg Simmel getta una luce diversa sullo stesso fenomeno. Per Simmel il conflitto non è patologia: è forma di socializzazione. Nel breve termine, unisce: chi protesta contro un’istituzione si definisce per contrasto, rafforza i confini del «noi» contro «loro». Il conflitto diventa valvola di sfogo e, paradossalmente, strumento di integrazione all’interno del gruppo. Ma produce anche effetti sulla parte attaccata: le forze dell’ordine, le istituzioni, possono irrigidirsi o, al contrario, aprirsi al dialogo. Tutto dipende dal come si struttura la relazione. Se il conflitto resta su un piano simbolico e non distruttivo, può persino favorire il cambiamento sociale. La piazza che chiede verità, dunque, non è nemica dell’ordine; è un meccanismo di adattamento. Rileggerla in chiave comtiana significa però chiedersi: verso quale progresso ci sta portando?

Arriviamo a Jürgen Habermas, che ha fatto della verità un pilastro della sua teoria dell’agire comunicativo. Per lui, una società democratica funziona quando i cittadini possono discutere, senza costrizioni, per raggiungere un’intesa su fatti e valori. Il corteo è la spia di un fallimento comunicativo: il sistema (amministrazione, giustizia, media) non ha prodotto una narrazione credibile, e i cittadini, esclusi dall’argomentazione, reagiscono con una pressione pubblica che può scivolare nella mera protesta. Habermas sarebbe per un’indagine indipendente, pubblica, con spazi di confronto in cui ogni argomento possa essere valutato. Non troppo distante, in fondo, dal sogno di Comte di una guida intellettuale capace di illuminare le masse, anche se con mezzi e fini più liberali.

Torniamo allora alla domanda scomoda: cosa avrebbe detto Comte, ieri, in quel corteo? Forse avrebbe scorto l’occasione per un rinnovato «potere spirituale» che, forte del metodo scientifico, riconduca il disordine passionale verso la certezza dei fatti. Non con il manganello, ma con la condivisione trasparente delle prove. La sua fede nel progresso lo avrebbe portato a interpretare queste esplosioni di piazza come doglie di una società che cerca un nuovo equilibrio positivo.

Lo schema che segue sintetizza la tensione tra le due forze che Comte vedeva in ogni epoca di transizione: l’ordine e il progresso. Lo applico al nostro caso per mostrare come la protesta, se inserita in un processo di accertamento fattuale guidato da istituzioni credibili, possa diventare motore di rigenerazione sociale piuttosto che di disintegrazione.

ORDINE (Coesione)
Consenso su fatti condivisi
SQUILIBRIO
Protesta come sintomo
di verità negata
PROGRESSO (Ricostruzione)
Nuovo patto sociale
basato sull’evidenza

La piazza può essere letta come momento di disequilibrio tra ordine e progresso; solo un processo di accertamento positivo può ricondurla a una sintesi feconda.

Naturalmente, non tutto fila liscio. L’obiezione più ovvia al quadro comtiano è che il positivismo tende a schiacciare la complessità del dolore umano sotto il rullo della razionalità strumentale. I familiari di una vittima non vogliono solo «fatti oggettivi»: vogliono giustizia, riconoscimento, a volte punizione. Comte, con il suo disprezzo per lo stadio metafisico, rischia di liquidare queste esigenze come immature. Inoltre, il suo modello di «governo dei competenti» scivola facilmente in un paternalismo tecnocratico che oggi nessuna democrazia accetterebbe. La piazza è anche il luogo dove si ricorda al potere che la legittimità non si fonda solo sui dati, ma sulla capacità di ascolto e sulla prossimità umana. Ignorarlo sarebbe un altro tipo di cecità.

Dall’altra parte, nemmeno la deriva paretiana è priva di ombre. Se riduciamo ogni protesta a residui emotivi mascherati, delegittimiamo qualsiasi rivendicazione popolare, anche quelle fondate. Il rischio è un quietismo conservatore che confonde l’ordine con l’immobilismo. La sfida, per chi studia la società, è tenere insieme le due verità: la necessità di fatti dimostrabili e quella di un ascolto rispettoso delle ragioni profonde, anche quando si esprimono in forme rumorose.

Una panoramica comparata aiuta a mettere a fuoco i punti di forza e le debolezze di ciascuna prospettiva teorica applicata ai cortei di protesta contemporanei. La tabella che segue ne propone una sintesi, senza pretendere di esaurirla.

Autore Fenomeno osservato Forza esplicativa Criticità
Auguste Comte Carenza di conoscenza positiva condivisa Individua la radice epistemica del conflitto Riduzionismo scientista; derive autoritarie
Émile Durkheim Effervescenza collettiva, identità di gruppo Coglie la dimensione rituale e coesiva Sottostima la manipolazione e il conflitto
Vilfredo Pareto Residui emotivi coperti da derivazioni Smaschera le razionalizzazioni di facciata Scetticismo potenzialmente paralizzante
Georg Simmel Conflitto come forma di socializzazione Normalizza il dissenso come costruttivo Può banalizzare la violenza e la sofferenza
Jürgen Habermas Fallimento della comunicazione pubblica Propone un ideale regolativo di dialogo Idealizzazione; scarso potere descrittivo sul momento emotivo

Grafico a barre che mostra il calo della percentuale di italiani che dichiarano fiducia nel sistema giudiziario, dal 45% nel 2019 al 38% nel 2024.

I dati, pur se frammentari, confermano che il nostro bisogno di verità si infrange sempre più spesso contro istituzioni opache. Secondo l’ultimo rapporto ISTAT sulla fiducia nelle istituzioni, la quota di cittadini che si fida del sistema giudiziario è scesa di sei punti percentuali in tre anni. I cortei non nascono dal nulla: sono il rigetto di un deficit di credibilità. E qui Comte torna a interpellarci: senza un sapere condiviso, la società si atomizza. Non occorre per forza il suo governo dei sociologi. Ma occorre restituire centralità al metodo, alla prova, alla trasparenza. Ogni indagine opaca è una miccia accesa sotto la coesione sociale.

Dunque, che fare? Tre spunti conclusivi. Primo: investire sulla qualità e tempestività delle inchieste pubbliche, con procedure standardizzate, verificabili da parte di osservatori indipendenti. Secondo: promuovere, a partire dalla scuola, una solida alfabetizzazione al pensiero critico e ai fatti — quel «positivo» che per Comte non era fredda tecnica ma fondamento della convivenza. Terzo: creare arene permanenti di confronto tra istituzioni e comunità, non solo nella fiammata mediatica di un caso, ma come prassi ordinaria. Ieri a Bologna si chiedeva verità. Domani, in un’altra piazza, sarà la stessa domanda. La sociologia non fornisce risposte preconfezionate. Ma ci ricorda che una società senza fatti condivisi è una nave che fa acqua da mille falle. E ci obbliga ad agire, prima che sia troppo tardi.

Domande frequenti

Perché Auguste Comte è considerato il fondatore della sociologia?

Comte coniò il termine 'sociologia' e propose di studiare la società con metodo scientifico, formulando la legge dei tre stadi e l'idea di una fisica sociale capace di guidare l'umanità.

Cosa intende Comte per stadio positivo?

Nello stadio positivo l'uomo rinuncia alle spiegazioni teologiche o metafisiche e si concentra sull'osservazione dei fatti e delle loro leggi invariabili, cercando di prevedere per agire.

Le proteste di piazza sono un segnale di disordine sociale secondo Comte?

Sì, per Comte sono sintomi di una mancanza di consenso sui fatti e di un'ancora positiva condivisa. Possono però trasformarsi in spinta verso un nuovo ordine se gestite con rigore scientifico.

Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.

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