Milano, un pomeriggio di fine luglio 2026. In un bar di via Padova, un ragazzo di 16 anni sorseggia un tè freddo. Lo smartphone è appoggiato sul tavolo, lo schermo verso l’alto, le notifiche di Instagram che si accumulano. Un amico gli siede accanto, ma lo sguardo resta catturato dal flusso di reel. «Sto con gli altri, ma mi sento completamente solo», racconta a un’intervistatrice dell’Istat. Non è un caso isolato. Secondo l’ultimo rapporto dell’istituto di statistica, pubblicato a maggio 2026, il 68% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni dichiara di provare un senso di solitudine frequente o costante, nonostante l’iperconnessione quotidiana. Un dato che sale al 72% nella fascia 18-21. Siamo di fronte a quella che i sociologi definiscono una «epidemia di solitudine», e che trova nella Generazione Z il suo primo campanello d’allarme. Se poi guardiamo alla Generazione Alpha – i nati dal 2013 in poi, oggi bambini e preadolescenti – la prospettiva si fa ancora più incerta.
I numeri dell’isolamento giovanile
La rilevazione Istat, condotta su un campione di oltre 5.000 studenti italiani, ha messo in luce non solo la solitudine percepita, ma anche il suo correlato più inquietante: il calo del tempo trascorso in interazioni faccia a faccia. Nel 2015, un adolescente medio dedicava circa 12 ore settimanali a uscite con amici o attività extrascolastiche in presenza; nel 2026, quella cifra è scesa a 5 ore. Parallelamente, il tempo giornaliero speso su piattaforme social è passato da 2,3 a 4,1 ore. Il 53% dei giovani tra i 14 e i 19 anni ammette di addormentarsi con il telefono in mano, e il 41% controlla le notifiche entro cinque minuti dal risveglio. Non si tratta di semplice pigrizia relazionale: la Generazione Z sembra aver sviluppato una vera e propria allergia all’incontro reale, preferendo la mediazione digitale anche quando l’altro è fisicamente a portata di mano.
Questi numeri stridono con l’immagine pubblica di una generazione iperattiva sui temi sociali, attenta all’ambiente e ai diritti civili. Le piazze delle manifestazioni per il clima, qualche anno fa, avevano illuso gli osservatori. Oggi, dietro le stories e i reel, si nasconde un disagio profondo, che le scienze umane possono aiutarci a decifrare.
La lettura sociologica: Bauman, Turkle e Han
Zygmunt Bauman, nel descrivere la «modernità liquida», aveva colto con vent’anni d’anticipo la trasformazione dei legami sociali. Per il sociologo polacco, le relazioni diventano «connessioni»: flessibili, sostituibili, prive della solidità che un tempo derivava da norme condivise e appartenenze stabili. Il giovane della Gen Z si muove in un mercato di contatti, in cui l’altro è un’opzione e l’investimento emotivo un rischio da minimizzare. La solitudine che l’Istat misura non è assenza di contatti, ma assenza di legami significativi: Bauman parlerebbe di «folla solitaria», un paradosso reso quotidiano dalla tecnologia.

Sherry Turkle, psicologa del MIT, ha aggiunto una dimensione clinica: «insieme ma soli» è la formula con cui descriviamo la capacità dei dispositivi digitali di offrire l’illusione della compagnia senza le esigenze dell’amicizia. Un like o un commento non costano fatica, ma non nutrono. La Generazione Z ha imparato a temere la conversazione faccia a faccia, perché non può essere curata, modificata, post-prodotta come un post. La conseguenza è una atrofia delle competenze socio-emotive: l’empatia si esercita poco, la capacità di leggere i segnali non verbali si deteriora, l’ansia sociale aumenta.
Byung-Chul Han, filosofo coreano-tedesco, sposta l’analisi sul versante della prestazione. Nella «società della trasparenza» e della «psicopolitica», il soggetto si fa imprenditore di se stesso: ogni like è un indice di gradimento, ogni follower un asset. I giovani della Gen Z sono cresciuti con questa metrica, interiorizzando la logica del rendimento anche nelle relazioni. La solitudine diventa allora un sintomo del burnout emotivo: l’io che si esibisce di continuo non ha spazi di riposo, non tollera la vulnerabilità, e si ritira infine nell’isolamento.
Uso quotidiano >6h di social, notifiche continue
Legami deboli, paura dell’incontro reale
Identità costruita per like e follower
Solitudine emotiva nonostante le reti
Non è solo una questione individuale. Émile Durkheim, a fine Ottocento, definiva l’anomia come quella condizione di smarrimento normativo che porta a un aumento dei suicidi. Oggi l’auto-isolamento digitale può essere letto come una forma di anomia contemporanea: mancano bussole collettive, riti di passaggio, figure adulte di riferimento capaci di orientare senza giudicare. I dati Istat sui comportamenti autolesivi tra gli adolescenti – in crescita del 27% negli ultimi cinque anni – confermano che il malessere non è solo dichiarato, ma incarnato.
Generazione Alpha: nativi dell’intelligenza artificiale
Se la Gen Z ha incontrato il digitale nell’infanzia, la Gen Alpha ci nasce immersa. Per questa coorte, l’IA non è uno strumento, ma un compagno di giochi. Già oggi, il 35% dei bambini tra i 6 e i 10 anni utilizza quotidianamente assistenti vocali, e un quarto ha un dispositivo proprio entro gli 8 anni (dati stima Osservatorio Internet 2026). La differenza sta nel tipo di relazione che si instaura con la tecnologia. Mentre la Gen Z ha ancora memoria di un mondo pre-social, la Gen Alpha sta sviluppando una mentalità ibrida, in cui il confine tra reale e virtuale è sfocato. Le prime ricerche di psicologia cognitiva segnalano un’accelerazione nell’apprendimento logico-simbolico, ma un possibile ritardo nell’acquisizione dell’empatia e della teoria della mente: se l’interlocutore è un algoritmo che simula emozioni senza provarle, il bambino rischia di non allenare i circuiti neurali della reciprocità.
| Dimensione | Gen Z (nati 1997-2012) | Gen Alpha (2013-2028) |
|---|---|---|
| Social media di riferimento | Instagram, TikTok, Snapchat | Realtà aumentata, AI companion, BeReal? |
| Rapporto con l’autorità | Critico, orizzontale, ma riconosce competenze | Scettico verso istituzioni, confidente con AI |
| Privacy | Consapevole ma disposta a barattare dati | Vissuta come fluida, privacy by design |
| Valore dominante | Inclusione, autenticità (ricercata) | Adattabilità, problem-solving |
Tuttavia, proiettare su questi bambini le stesse categorie interpretative usate per la Gen Z sarebbe un errore. Come ricorda Margaret Mead, le generazioni non sono monoliti: la cultura «postfigurativa», in cui i giovani imparano dagli anziani, ha lasciato il passo a una cofigurativa, dove i modelli vengono in gran parte dai coetanei, e forse a una prefigurativa, in cui sono gli adulti a dover imparare dai più giovani. La Gen Alpha potrebbe sviluppare strategie di resilienza del tutto impreviste, proprio perché il loro rapporto con la tecnologia non è di dipendenza, ma di simbiosi originaria.
Oltre il determinismo tecnologico: obiezioni e limiti
Un’analisi che legasse meccanicamente solitudine e digitale rischierebbe di cadere in un semplicismo miope. Altri studi (es. Pew Research 2025) mostrano che per le minoranze sessuali o etniche, le comunità online rappresentano uno spazio di supporto e identità altrimenti assente. Inoltre, la correlazione Istat potrebbe nascondere variabili intervenienti come la precarietà economica, la pressione scolastica o la frammentazione familiare: tutti fattori che aumentano il ricorso allo schermo come rifugio e, insieme, il senso di isolamento. Non sappiamo se la solitudine sia causa o effetto dell’iperconnessione, né se esista un terzo fattore comune – per esempio, l’aumento di ansia e depressione dovuto a un mondo percepito come più minaccioso (società del rischio, direbbe Ulrich Beck).
Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
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