Varcare il Mediterraneo su un barcone, sopravvivere alle intemperie, alle respinte, ai centri di accoglienza, e dopo anni chiedere la cittadinanza italiana. Immaginare quell’uomo, oggi trentenne, originario del Marocco o dell’Egitto, domani, di fronte a una chiamata alle armi per difendere il suolo che lo ha accolto. Prenderebbe un fucile? O, con la stessa determinazione con cui un giorno ha lasciato la sua terra per cercare salvezza, cercherebbe ora di tornare indietro, di fuggire dal pericolo, magari verso un paese che non ha mai smesso di considerare casa?
La domanda non è un esercizio di fantasia. È una lente per leggere la natura più intima del legame civico. Dietro la retorica dell’inclusione e del multiculturalismo, si nasconde un nodo che la sociologia non può eludere: fino a che punto il nuovo cittadino ha interiorizzato un senso di dovere verso la comunità che lo ha adottato? E in che misura le nostre politiche di naturalizzazione tengono conto di questa dimensione, o si limitano a una concezione burocratica e passiva della cittadinanza?
Il patto sociale e il sacrificio supremo
La teoria sociologica, già con T.H. Marshall, ha distinto tre sfere della cittadinanza: civile, politica, sociale. Ma Marshall, nel suo saggio del 1950, dava per scontato il quarto pilastro: l’obbligo di difendere la comunità. Nella tradizione repubblicana, da Machiavelli a Rousseau, la cittadinanza implica la disponibilità a prendere le armi per la Repubblica: è la prova del fuoco del legame sociale. Il filosofo politico David Miller, in On Nationality, ha sostenuto che le nazioni sono comunità etiche fondate sulla reciprocità: si condividono non solo diritti, ma anche oneri. La difesa comune è l’onere per eccellenza. Michael Walzer, in Sfere di giustizia, scrive che la difesa di una comunità politica è un «bene che deve essere fornito collettivamente»; chi ne beneficia senza contribuire sta di fatto praticando una forma di free-riding morale.
Quando applichiamo queste categorie a chi ha scelto di diventare italiano da adulto, la tensione si fa evidente. Un richiedente asilo giunge spinto dalla necessità, non da un’adesione ideale. Riceve protezione, gradualmente diritti, infine un passaporto. Ma il passaporto non è solo un libretto bordeaux: è la tessera di un club che, in casi estremi, può chiederti la vita. Sei pronto, hai capito che quel club ora è anche tuo, da difendere?

I numeri, per quanto imperfetti, offrono qualche indizio. Secondo i dati ISTAT, al 1° gennaio 2023 i cittadini non comunitari regolarmente presenti in Italia erano circa 3,7 milioni, con le comunità marocchina, albanese e cinese ai primi posti. Le richieste di asilo, pur in calo rispetto al picco del 2016-2017, si attestano su circa 50.000 domande annue. Le naturalizzazioni concesse nel 2022 sono state circa 130.000, in maggioranza a persone di origine marocchina e albanese. Si tratta spesso di percorsi lunghi, segnati da anni di residenza, lavoro e un test di lingua. Eppure, nessuna procedura attuale valuta la disponibilità a condividere i doveri della difesa nazionale, né tantomeno a un servizio civile obbligatorio, come accade invece in altri paesi.
Modelli a confronto: il soldato come cittadino
| Paese | Servizio militare | Accesso alla cittadinanza per militari stranieri | Test di integrazione culturale/civica |
|---|---|---|---|
| Stati Uniti (MAVNI) | Volontario. Il programma MAVNI (Military Accessions Vital to the National Interest) arruola stranieri con competenze critiche (medici, interpreti). | Naturalizzazione accelerata dopo l’addestramento di base. | Non richiesto formalmente, ma il servizio stesso è visto come prova di lealtà. |
| Svizzera | Obbligatorio per i cittadini maschi. Gli stranieri possono arruolarsi volontariamente. | La naturalizzazione ordinaria (12 anni di residenza) non prevede la leva, ma il legame con la difesa nazionale è forte. | Esame cantonale di cultura e storia, a volte severo. |
| Israele | Obbligatorio per ebrei (uomini e donne). I nuovi immigrati (olim) sotto i 40 anni devono servire. | Acquisizione automatica della cittadinanza per ebrei con la Legge del Ritorno; il servizio militare è parte integrante dell’integrazione. | Non un test formale, ma il servizio militare funge da potente socializzazione nazionale. |
| Francia | Sospeso dal 1997. Esiste la Legione Straniera, corpo d’élite composto da stranieri. | La Legione offre la nazionalità francese «par le sang versé» (dopo 3 anni o per ferite in combattimento). | Per la naturalizzazione ordinaria, test di lingua e cultura. La Legione valuta l’impegno più delle competenze. |
La Svizzera offre un esempio di società in cui la partecipazione alla difesa è ancora un pilastro dell’identità civica, persino per chi non ha origini autoctone: un marocchino naturalizzato svizzero sa che, se arriverà la cartolina, dovrà rispondere. Israele, casi estremi, mostra come la diffusione del servizio militare crei un collante sociale che accorcia le distanze tra un nativo di Tel Aviv e un immigrato di dieci anni prima. Non sono modelli esportabili, ma rivelano il cortocircuito di un’Europa che da un lato ha abolito la leva, dall’altro non ha costruito altri dispositivi capaci di verificare e alimentare il senso di appartenenza reciproca.
Il dilemma del «nuovo cittadino»: un percorso a tappe
Il terzo stadio è il punto cieco delle attuali politiche di naturalizzazione italiane: soddisfiamo i primi due, ma evitiamo di chiederci se esista una reale disponibilità al sacrificio ultimo.
Obiezioni e limiti
Proviamo a sollevare, da noi stessi, le obiezioni più forti. La prima: siamo sicuri che i cittadini nati in Italia siano davvero più disposti a combattere? Le ricerche demoscopiche, come il World Values Survey, mostrano un calo generalizzato della disponibilità a difendere il proprio paese tra i giovani europei, indipendentemente dalla loro origine. La domanda, quindi, potrebbe essere ingiusta, perché pretende da un immigrato ciò che molti autoctoni non danno. La seconda obiezione: la guerra non è più quella del 1915. I conflitti moderni sono spesso asimmetrici, lontani, e l’idea di una leva di massa è tramontata. Di conseguenza, il «test» della difesa potrebbe essere anacronistico. Terza, e più radicale, obiezione: la cittadinanza non può ridursi a un contratto di sangue. Come ha scritto il politologo Rainer Bauböck, in un mondo di mobilità e doppie cittadinanze, la lealtà non può essere misurata con la disponibilità a uccidere o morire per una sola nazione. Infine, c’è il rischio che insistere su questo punto alimenti retoriche xenofobe e sospetti di doppia lealtà, discriminando ulteriormente chi ha già alle spalle un percorso di integrazione faticoso.
Tuttavia, queste obiezioni non cancellano il problema. Sottolineano che non si tratta di sottoporre i nuovi italiani a un esame di purezza, ma di costruire percorsi di integrazione che siano sostanziali, non solo formali. La guerra è solo il caso limite. Tra la richiesta di asilo e la trincea c’è uno spazio ampio in cui sperimentare forme di servizio civile obbligatorio, protezione civile, servizi sociali. Diversi paesi lo stanno già facendo: la Germania ha reintrodotto, dopo la sospensione, un anno di servizio volontario; la Francia ne discute. Un simile patto civico, rivolto a tutti i giovani, nativi e nuovi cittadini, potrebbe essere il luogo in cui si forgia una comune consapevolezza dei doveri verso la Repubblica, senza bisogno di evocare lo spettro della guerra.
Un realismo propositivo
Qualcuno potrebbe bollare questa riflessione come un cedimento al patriottismo più deteriore. Ma tenere in equilibrio diritti e doveri è da sempre il compito di ogni comunità politica che voglia durare. La sociologia applicata ci dice che l’integrazione non è un evento, ma un processo di scambio continuo. Chiedersi se quel giovane di origine marocchina o egiziana, che oggi giura fedeltà alla Costituzione, sarebbe disposto a imbracciare un fucile per questo paese, non serve a mettere alla gogna nessuno. Serve a noi, società ricevente, a ricordarci che l’appartenenza è una pianta che va irrigata con atti concreti di responsabilità condivisa. Smettere di far finta che si possa diventare italiani solo per decreto, senza mai chiedersi cosa siamo disposti a dare, sarebbe già un passo verso una comunità più adulta.
Domande frequenti
Non si tratta di un test esclusivo, ma del caso estremo del dovere civico. La sociologia ci mostra che la disponibilità al sacrificio per la comunità è l'indicatore più forte di un legame sociale profondo.
Le indagini internazionali mostrano una bassa propensione in molti paesi occidentali, Italia compresa. Il punto non è contrapporre nativi e naturalizzati, ma interrogarci sull'indebolimento generale del senso di dovere verso la collettività.
Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
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