C’è un momento preciso in cui la porta di casa ha smesso di essere una soglia e si è trasformata in un posto di blocco. Non è avvenuto di notte, non è avvenuto con una legge o un decreto: è avvenuto silenziosamente, attraverso un aggiornamento software, una notifica sul telefono, un piccolo obiettivo circolare installato all’altezza degli occhi. Il video-citofono smart — oggi presente in milioni di abitazioni italiane e venduto come accessorio di comfort — è in realtà uno dei dispositivi sociologicamente più rivelatori della nostra epoca. Non dice nulla di ciò che temiamo. Dice tutto di come lo temiamo.
La soglia come luogo antropologico
Nelle culture tradizionali, la soglia di casa era un luogo carico di significato simbolico. Attraversarla significava essere accolti, riconosciuti, fatti entrare nel cerchio della fiducia domestica. L’ospitalità — dalla radice latina hospes, che indica insieme l’ospite e il padrone di casa — era un atto sociale fondante: sospendere temporaneamente la distinzione tra “noi” e “loro” per permettere all’altro di avvicinarsi. Il campanello era lo strumento di questa mediazione. Suonarlo era un gesto di affidamento reciproco.
Oggi quella soglia è diventata un’area di monitoraggio perenne. Prima ancora che qualcuno prema il pulsante, il sistema ha già avviato la registrazione. Il volto viene inquadrato, talvolta analizzato, archiviato. L’altro — il vicino, il corriere, il conoscente di passaggio — viene trattato come un dato da valutare prima ancora di essere una persona da incontrare.
Bauman e la paura liquida
Per comprendere questo fenomeno non basta la cronaca. Serve la teoria. Il sociologo polacco Zygmunt Bauman, nel suo lavoro sulla modernità liquida, ha identificato uno dei tratti caratteristici della nostra epoca: la paura liquida, ovvero una paura che non ha un oggetto definito, che non si può combattere frontalmente perché non ha un volto preciso. Non temiamo qualcosa di specifico: temiamo tutto ciò che è imprevedibile, tutto ciò che sfugge al controllo.
La risposta culturale a questa paura diffusa è stata la privatizzazione della sicurezza: invece di investire in spazi pubblici sicuri e reti di fiducia collettiva, si investe in dispositivi personali di sorveglianza. Il campanello intelligente è la materializzazione perfetta di questa logica. Non risolve il problema della criminalità — i dati sociologici su questo sono inequivocabili — ma gestisce l’ansia. Trasforma la paura in procedura, il sospetto in protocollo.
Mixofobia: l’istituzionalizzazione del sospetto
Bauman ha coniato il termine mixofobia per descrivere la paura viscerale della mescolanza, dell’incontro con il diverso, con lo sconosciuto, con chi appartiene a un altro gruppo sociale o culturale. Non è semplicemente xenofobia nel senso classico del termine: è qualcosa di più sottile e pervasivo. È il disagio strutturale che si prova quando il proprio spazio abitativo entra in contatto con l’imprevedibilità dell’altro.
I dispositivi di videosorveglianza domestica istituzionalizzano questa mixofobia. Le piattaforme che gestiscono i dati dei campanelli smart — alcune delle quali condividono filmati con le forze dell’ordine locali senza necessità di mandato, come documentato nel caso Amazon Ring negli Stati Uniti — creano vere e proprie reti di sorveglianza vicinale in cui l’altro è per definizione sospetto finché non si dimostra innocuo. Il sospetto preventivo diventa la norma cognitiva: non si apre la porta a chi suona, si guarda lo schermo del telefono e si valuta.
Questo è un cambiamento antropologico, non solo tecnologico.
Il crollo del capitale sociale
Il sociologo Robert Putnam, nel suo celebre studio sulla decrescita del capitale sociale nelle società occidentali, aveva già identificato negli anni Novanta una tendenza preoccupante: le persone si fidano sempre meno dei propri vicini, partecipano sempre meno alla vita collettiva, investono sempre meno nelle relazioni di prossimità. Il titolo del suo saggio — Bowling Alone — è diventato una metafora culturale: andiamo a giocare a bowling da soli invece che in squadra.
Il campanello intelligente si inserisce perfettamente in questo quadro. È il dispositivo del vicino sconosciuto: quello con cui non si parla mai, ma di cui si archivia sistematicamente il passaggio davanti al cancello. La fiducia di vicinato — risorsa sociale fondamentale che storicamente regolava la sicurezza informale dei quartieri — viene sostituita da un database di registrazioni video. Non ci si conosce: ci si monitora.
Il paradosso è evidente: più aumenta la sorveglianza tecnologica, più diminuisce la coesione sociale reale. E più diminuisce la coesione sociale, più si sente il bisogno di sorveglianza tecnologica. È un circolo vizioso che si autoalimenta, e che le aziende produttrici di questi dispositivi hanno tutto l’interesse a lasciare girare.
La sicurezza come prodotto di consumo
C’è una dimensione economica che non può essere trascurata. La securitizzazione della vita quotidiana — ovvero la trasformazione della sicurezza da bene collettivo a prodotto individuale di mercato — è uno dei settori più profittevoli dell’economia contemporanea. Le telecamere smart, i sistemi di allarme connessi, i lucchetti digitali: tutto questo forma un ecosistema commerciale che prospera esattamente nella misura in cui i cittadini si sentono esposti e vulnerabili.
Non si tratta di una cospirazione: si tratta di una logica di mercato. Ma il risultato sociologico è devastante. La sicurezza percepita e la sicurezza reale divergono sempre di più. Gli studi criminologici mostrano costantemente che le aree con alto tasso di videosorveglianza privata non registrano necessariamente tassi più bassi di criminalità. Registrano, però, tassi più alti di ansia sociale e chiusura relazionale.
L’archeologia del sospetto
Se volessimo fare un’archeologia culturale di questo fenomeno — ovvero scavare sotto la superficie tecnologica per trovare i sedimenti storici che lo hanno reso possibile — troveremmo strati precisi. La crisi della sfera pubblica descritta da Habermas. Il ritiro nel privato come risposta alla complessità sociale. La liquefazione dei legami di cui parla Bauman. La commercializzazione della paura come industria culturale.
Il campanello intelligente non è la causa di tutto questo: ne è il sintomo più visibile. È l’oggetto in cui si cristallizza un’intera visione del mondo: quella in cui l’altro è prima di tutto un rischio da gestire, non una persona da incontrare.
Il diritto all’invisibilità che scompare
Concludiamo con una riflessione che dovrebbe inquietarci. Nelle società liberali democratiche, esiste un principio fondamentale spesso non scritto: il diritto all’invisibilità. Il diritto di muoversi nello spazio pubblico — e persino nelle prossimità dello spazio privato altrui — senza essere sistematicamente registrati, catalogati, valutati.
Questo diritto sta scomparendo. Non per decreto, ma per abitudine tecnologica. Ogni persona che passa davanti a un campanello smart viene filmata senza averlo scelto, senza saperlo con certezza, senza avere alcuna possibilità di opposizione. La sorveglianza distribuita — quella che non viene dallo Stato ma dai singoli cittadini che si sorvegliano a vicenda — è forse la forma più insidiosa di controllo sociale, perché si presenta come autodifesa e viene vissuta come libertà.
La vera domanda che la sociologia ci pone è questa: in una società in cui ogni soglia è un checkpoint e ogni volto è un dato, siamo davvero più sicuri — o siamo semplicemente più soli?
Domande di ragionamento per gli studenti
Domanda 1 Bauman distingue tra paura liquida e paure concrete e localizzabili. In che modo i dispositivi di videosorveglianza domestica sembrano rispondere alla paura liquida senza tuttavia risolverla? Quali effetti produce questa risposta sul piano delle relazioni sociali?
Risposta guidata: La paura liquida, per sua natura, non ha un oggetto definito e quindi non può essere eliminata da una misura concreta. Il campanello smart risponde a questa paura trasformandola in procedura — filtrare, registrare, valutare — ma non rimuove l’ansia di fondo. Anzi, la cristallizza: ogni notifica sul telefono ricorda all’utente che esiste una minaccia potenziale. Sul piano relazionale, questo produce un effetto di desensibilizzazione alla fiducia: l’altro viene percepito strutturalmente come rischioso, il che riduce la disponibilità all’incontro spontaneo e all’ospitalità.
Domanda 2 Il testo parla di un “circolo vizioso” tra aumento della sorveglianza tecnologica e diminuzione della coesione sociale. Sei d’accordo con questa analisi? Riesci a pensare a contesti — quartieri, paesi, comunità — in cui questo circolo vizioso non si verifica, e a spiegare perché?
Risposta guidata: Il circolo vizioso funziona quando la fiducia collettiva è già bassa e la sorveglianza tecnologica viene adottata come sostituto delle relazioni. Tuttavia, esistono contesti — comunità rurali coese, quartieri con forte identità locale, contesti in cui le relazioni di vicinato sono ancora intense — in cui la sorveglianza tecnologica è assente o marginale non per arretratezza, ma per ridondanza: la sicurezza è già garantita dalla conoscenza reciproca. Questo dimostra che la tecnologia non è neutrale: il suo impatto dipende dal substrato sociale in cui si inserisce.
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
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