L’Automazione del Quotidiano: come le casse automatiche stanno smantellando i micro-rituali di comunità

C’è un momento preciso in cui la modernità ha deciso di toglierci anche la chiacchiera con la cassiera. Non è successo di notte, con un decreto governativo o una rivoluzione silenziosa. È successo lentamente, con la stessa discrezione con cui scompaiono le edicole, i bar di quartiere, i telefoni fissi. Un giorno ci siamo trovati davanti a uno schermo che ci ringraziava per la fedeltà — “Grazie per aver acquistato!” — senza guardarci negli occhi. Perché non ne ha.

Il supermercato come teatro del quotidiano

Per capire cosa stiamo perdendo, dobbiamo capire cosa avevamo. Georg Simmel, sociologo berlinese di fine Ottocento, aveva già intuito qualcosa di fondamentale: la vita metropolitana produce inevitabilmente un atteggiamento di indifferenza blasée, una sorta di difesa psicologica contro la saturazione sensoriale della città moderna. Il cittadino urbano impara a isolarsi, a non vedere, a non toccare. Il supermercato, paradossalmente, era diventato una piccola eccezione a questa regola.

Tra le corsie dei cereali e il banco dei salumi si consumavano micro-transazioni sociali di straordinaria importanza: lo scambio di ricette con la cassiera, il commento sul tempo con il signore della fila, la battuta sul prezzo dell’olio. Erano rituali brevi, spesso banali, talvolta irritanti. Ma erano umani. Erano ciò che Erving Goffman chiamava “interazione focalizzata”, momenti in cui due soggetti si riconoscono reciprocamente come presenti, come persone.

Il Non-Luogo prende cassa

Marc Augé, antropologo francese, ha elaborato il concetto di “non-luogo” per descrivere quegli spazi della surmodernità — autostrade, aeroporti, centri commerciali — che non producono identità né relazione, ma solo transito e consumo. Spazi dove si è soli anche in mezzo alla folla, dove l’individuo è ridotto a passeggero, a utente, a consumatore anonimo.

La cassa automatica è la quintessenza del non-luogo installata dentro un non-luogo. È il trionfo dell’infrastruttura sull’incontro. Il supermercato aveva già le caratteristiche del non-luogo augéano — anonimato, standardizzazione, impersonalità — ma conservava, nel momento della cassa, un residuo di socialità. Un frammento di umanità all’uscita. La cassa automatica ha eliminato anche quello.

Con le self-checkout, non siamo più clienti: siamo operatori non pagati di un sistema logistico. Scansioniamo, pesiamo, inseriamo il codice del prodotto sfuso (che peraltro non ricordiamo mai), e poi veniamo ringraziati da una voce registrata che ha imparato a simulare l’entusiasmo. “Operazione completata!” Sì. Grazie. Anche a te, schermo.

Il rituale come collante sociale

L’antropologia rituale — da Van Gennep a Turner — ci ha insegnato che i rituali non sono inutili ripetizioni di gesti codificati. Sono gli strumenti attraverso cui le comunità si riconoscono, si confermano, si tengono insieme. Il rituale del pagamento in cassa non era solo uno scambio economico: era un momento di riconoscimento reciproco. “Hai la tessera fedeltà?” non è solo una domanda procedurale. È un’apertura, un tentativo di connessione minima, un modo per dire ti vedo.

Questi micro-rituali quotidiani — salutare il barista, chiedere all’edicolante, scambiare due parole in fila alla posta — costruiscono quello che il sociologo Robert Putnam ha chiamato social capital, il capitale sociale di una comunità. Non è fatto di grandi gesti o di assemblee civiche. È fatto di piccole conversazioni, di sorrisi riconosciuti, di facce familiari. È il tessuto connettivo della vita urbana, invisibile ma essenziale.

Quando automatizziamo quelle interazioni, non stiamo semplicemente risparmiando tempo. Stiamo erodendo quel tessuto. Un filo alla volta.

La tecnologia come proxy dell’isolamento

Sarebbe sbagliato fare della cassa automatica il capro espiatorio di tutti i mali della modernità. La desertificazione relazionale degli spazi pubblici ha radici più profonde: la privatizzazione del tempo libero, la cultura dell’efficienza a tutti i costi, la smartphone-izzazione dell’attenzione, la pandemia che ha normalizzato il distanziamento come prassi igienica prima ancora che sociale.

Ma la cassa automatica è un simbolo potente perché è visibile. Puoi guardarla. Puoi contare quante ce ne sono rispetto alle casse presidiate. Puoi vedere la coda che si forma davanti agli schermi, composta di persone che non si parlano, che fissano i prodotti, che attendono il verde per passare al carrello successivo. Distanza sociale come architettura.

C’è anche un aspetto economico che vale la pena nominare: le casse automatiche vengono presentate come innovazione, ma sono principalmente riduzione del costo del lavoro. Ogni cassiere/cassiera che non viene assunto è un salario non pagato, un’assenza di contributi, un posto di lavoro in meno per quelle fasce di popolazione — spesso giovani, spesso donne, spesso con contratti part-time — per cui quel lavoro era una fonte di reddito e di socialità professionale. L’efficienza del sistema si costruisce sull’invisibilità delle sue conseguenze.

Verso un isolamento assistito dalla tecnologia

Augé parlava di surmodernità come di un’epoca caratterizzata da eccesso: eccesso di eventi, eccesso di spazio, eccesso di ego individuale. Viviamo circondati da strumenti che promettono connessione e producono isolamento. Siamo più connessi che mai eppure, come direbbe il demografo Claude Fischer, le reti di relazioni strette si sono ridotte dagli anni Ottanta a oggi.

La cassa automatica è una piccola tessera di un mosaico più grande. Ma è una tessera significativa perché riguarda il quotidiano: la spesa, il pane, il latte. Sono gli spazi interstiziali della vita — quelli che non pianifichiamo, che attraversiamo senza troppe aspettative — a costruire la trama ordinaria dell’esistenza sociale. Quando li svuotiamo di relazioni, li trasformiamo in transiti puri.

E allora? Dobbiamo rifiutare le casse automatiche e abbracciare la cassiera come atto di resistenza civile? Non necessariamente. Ma forse vale la pena prendere coscienza di cosa scegliamo, ogni volta che preferiamo lo schermo alla persona. Non è una questione di nostalgia. È una questione di archeologia del presente: capire cosa stiamo demolendo mentre costruiamo qualcosa di più efficiente.

Il supermercato del futuro sarà probabilmente completamente automatizzato. Entrerai, prenderai quello che ti serve, uscirai. Nessuna fila, nessun attesa, nessuno scontrino. Nessuno sguardo. Nessun “buongiorno”.

Sarà molto comodo. Sarà molto solo.

«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.

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