Il termometro segna trentotto gradi all’ombra, ma per milioni di italiani il mare è un miraggio. Sulla spiaggia di Rimini, un gelato costa 8 euro, un ombrellone e due lettini sfiorano i cinquanta. Non è un vezzo da nababbi, è il prezzo di un diritto che si sta trasformando in privilegio. Secondo l’ultimo rapporto Eurostat, nel 2025 il 31% delle famiglie italiane non ha potuto concedersi una settimana di ferie fuori casa, contro il 28% del 2020. Il dato è impietoso: la vacanza, un tempo rito collettivo delle classi medie e operaie, è diventata un marcatore di disuguaglianza, un lusso per pochi.
I numeri di una frattura sociale
La fotografia scattata da ISTAT ed Eurostat conferma una tendenza che l’esperienza quotidiana già raccontava. La quota di chi rinuncia alle ferie è più alta tra gli operai (42%), i residenti nel Mezzogiorno (47%) e le famiglie con figli minori (39%). A pesare non è solo il costo dei trasporti e degli alloggi, ma anche l’impennata dei prezzi nei luoghi turistici: ristoranti, spiagge attrezzate, servizi. Il fenomeno non è italiano: in Grecia e Spagna le percentuali sono simili, ma in Germania la quota scende al 16% e in Francia al 19%. La forbice indica un modello sociale: dove lo Stato garantisce ferie retribuite e sostiene l’accesso al turismo sociale, la partecipazione resta alta; dove il mercato è lasciato a sé stesso, il diritto si sgretola.
Quando il riposo diventa merce
Per Thorstein Veblen, la vacanza era un segno di agiatezza vistosa, un modo per ostentare una posizione sociale. Oggi, invece, l’incapacità di andare in ferie diventa stigma di povertà. Pierre Bourdieu avrebbe parlato di capitale culturale ed economico che si sommano: chi non ha risorse non solo non viaggia, ma perde anche l’accesso a esperienze che formano il gusto e la conoscenza del mondo. Zygmunt Bauman, dal canto suo, descriveva la società liquida come un luogo in cui tutto si consuma e si getta, compreso il tempo libero. La vacanza è diventata un prodotto da acquistare, non un diritto da esercitare. E Aristotele, nelle pagine dell’Etica Nicomachea, ricordava che la scholē (il tempo libero) è condizione per la vita contemplativa e la piena realizzazione dell’uomo: negarla significa amputare la dignità della persona.
di trasporto
e alloggio
delle fasce
deboli
sociale e
risentimento
Il circolo vizioso del ‘lusso vacanza’: l’aumento dei prezzi esclude chi ha meno, alimentando divisioni sociali e sfiducia nelle istituzioni.

Il fallimento dello Stato sociale
L’Italia è stata a lungo un paese di ferie popolari: le colonie marine, i treni speciali per i lavoratori, i campeggi a prezzi calmierati. Oggi molte di queste infrastrutture sono state privatizzate o abbandonate. Lo Stato ha delegato al mercato il compito di organizzare il tempo libero, e il mercato ha risposto con l’unica logica che conosce: massimizzare il profitto. Il risultato è che una famiglia con due figli spende per una settimana al mare l’equivalente di un mese di stipendio. La vacanza non è più un diritto, ma un investimento che molti non possono permettersi.
Dalla prospettiva conservatrice, la responsabilità individuale resta centrale: una famiglia può risparmiare tutto l’anno per concedersi una settimana, o scegliere destinazioni meno costose. Ma quando il costo del minimo sindacale – un ombrellone, un gelato, una cena fuori – supera ogni ragionevole soglia, il problema diventa strutturale. Lo Stato, per sussidiarietà, dovrebbe intervenire dove il mercato fallisce: sostenere il turismo sociale, incentivare le piccole imprese locali a mantenere prezzi accessibili, garantire che le ferie non siano appannaggio di pochi.
Una nuova coscienza di classe
Non serve sventolare bandiere rosse per riconoscere che il 31% di esclusi è un sintomo di un patto sociale incrinato. La class consciousness di cui parlava Karl Marx era fondata sulla fabbrica; oggi potrebbe rinascere intorno al diritto al tempo libero, alla possibilità di vivere esperienze condivise che creano comunità. Non è un ritorno al proletariato, ma la consapevolezza che il benessere non si misura solo in Pil, ma in qualità della vita accessibile a tutti. Robert Putnam, studiando il capitale sociale, ha mostrato come la partecipazione a esperienze collettive – comprese le vacanze – rafforzi i legami di fiducia e reciprocità. Se metà del paese non può più partecipare, l’intera comunità si impoverisce.
Obiezioni e limiti
Qualcuno obietterà che i dati Eurostat sono parziali: chi non va in ferie magari sceglie il turismo fai-da-te o le gite in giornata. È vero, ma la tendenza è inequivocabile. Altri diranno che il problema non è lo Stato ma la produttività: se gli stipendi crescessero, anche le vacanze sarebbero più accessibili. Giusto, ma la crescita dei salari è lenta e incerta, mentre il costo della vita corre. Infine, c’è chi considera le ferie un lusso non indispensabile: ma come ricordava Aristotele, il tempo per sé è condizione di umanità; negarlo alle fasce più deboli significa spingerle verso un’esistenza puramente funzionale al lavoro.
| Paese | % che non può permetterselo | Spesa media giornaliera pro capite (€) |
|---|---|---|
| Italia | 31 | 85 |
| Francia | 19 | 72 |
| Germania | 16 | 68 |
| Spagna | 26 | 78 |
| Grecia | 35 | 70 |
Che fare?
La soluzione non può essere il ritorno a un dirigismo onnipresente, ma un’alleanza tra pubblico, privato e società civile. Lo Stato può detassare le spese per vacanze delle famiglie a basso reddito, sostenere il turismo sociale tramite cooperative e enti locali, e incentivare le strutture ricettive a mantenere tariffe calmierate per i residenti. Le comunità possono riscoprire forme di mutuo aiuto – scambio di case, campeggi autogestiti, feste di paese – che riducono i costi e rafforzano i legami. Serve, soprattutto, una nuova sensibilità culturale: considerare le ferie non uno sfizio, ma un bisogno sociale, un diritto di cittadinanza che va tutelato come la salute o l’istruzione. Solo così il 31% potrà tornare a guardare il mare senza rimpianti.
Domande frequenti
L'aumento dei costi di trasporto, alloggio e servizi turistici, unito alla stagnazione dei salari e alla riduzione del turismo sociale, ha reso le ferie inaccessibili per molti.
Detassare le spese per le famiglie a basso reddito, incentivare il turismo sociale e calmierare i prezzi nei periodi di alta stagione per i residenti.
No, ma l'Italia è tra i paesi europei con la più alta incidenza (31%), dopo Grecia e Spagna, mentre Germania e Francia registrano valori molto più bassi.
Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.
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