Dopo il sociogramma: comporre i gruppi e intervenire senza etichettare nessuno

Ottava lezione del percorso: perché nella prima settimana non deve cambiare niente, i tre livelli di intervento dopo una rilevazione, le sei cose che non si fanno e quando il dato esce dal perimetro dello strumento.

Lezione 8 di 9 del percorso Sociometria a scuola. Chi arriva in fondo può ottenere una nota di lettura da condividere su LinkedIn, Facebook o dove preferisce.

Sociometria a scuola
Lezione 8 di 9

Lunedì mattina, il report è stampato. Dice che ci sono due nuclei che non si toccano, che tre persone non vengono mai indicate e che il rappresentante non compare fra i riferimenti della classe.

La tentazione è di entrare in aula e cambiare tutto: rifare i posti, rimescolare i gruppi, parlare con i tre. È la reazione più naturale ed è quasi sempre la peggiore, perché fa capire alla classe che qualcosa è stato letto e che qualcuno è stato individuato.

La regola pratica è quasi contro-intuitiva: nella settimana successiva alla rilevazione non deve cambiare niente di visibile.

Il rischio che va gestito per primo

Non è la privacy, che si gestisce prima. È l’etichetta.

Un docente che ha letto che uno studente non riceve indicazioni comincia, senza volerlo, a guardarlo come «quello isolato». Lo interpella un po’ più spesso, lo mette nei gruppi con un’attenzione che si nota, gli chiede come va con un tono leggermente diverso.

Lo studente se ne accorge. I compagni pure. E l’esito è che una posizione in una rete — che era un dato provvisorio su un giorno preciso — diventa un ruolo pubblico, confermato dal comportamento dell’adulto. Il dato si è avverato perché è stato letto.

È la ragione per cui la prima decisione dopo una rilevazione non riguarda la classe, ma il docente: mettere in conto che ora si guarda quella classe con una lente, e che la lente deforma.

Tre livelli di intervento, dal più sicuro al più delicato

Primo livello: la composizione dei gruppi di lavoro. È l’uso più solido e quasi privo di controindicazioni, perché i gruppi si formano comunque e nessuno può sapere in base a che cosa sono stati composti.

Il criterio utile non è mettere insieme chi si è scelto — quello lo fa già la classe da sola — né separare sistematicamente i nuclei, che si ricompongono. È costruire gruppi in cui ciascuno abbia almeno un legame e almeno un non-legame. Un appoggio perché il lavoro parta, e una persona nuova perché serva a qualcosa.

Chi non riceve indicazioni va inserito in gruppi con persone che hanno molte reciprocità, non con altri che ne hanno poche. Un gruppo composto solo di periferici conferma la periferia.

Secondo livello: la struttura dei compiti. Meno immediato e più efficace nel medio periodo. Se il problema è che i nuclei non si toccano, non serve un discorso sulla coesione: serve un compito che non si possa portare a termine senza attraversare i confini.

Attività in cui ogni gruppo detiene una parte dell’informazione necessaria agli altri, ruoli che ruotano davvero, consegne che richiedono un passaggio fra gruppi. È la logica che rende efficaci certe pratiche inclusive strutturate, dove l’inclusione non è un obiettivo dichiarato ma una conseguenza delle regole del gioco.

Terzo livello: l’osservazione mirata. Il dato dice dove guardare. Nelle due o tre settimane successive si osserva in aula quello che il report segnala, senza intervenire: se una persona che non riceve indicazioni ha comunque interazioni normali, il dato era un artefatto della rilevazione; se in effetti sta ai margini anche nei fatti, allora si ha un’informazione doppia, e solo a quel punto ha senso pensare a un’azione individuale.

Che cosa fare, in ordine
  • 1
    Settimana unoNiente di visibile. Si legge il report, si mette in conto la propria distorsione, non si cambia nulla in aula.
  • 2
    Settimane due e treOsservazione mirata sui punti segnalati. Si verifica se il dato trova conferma nei comportamenti, senza intervenire.
  • 3
    Dal mese successivoComposizione dei gruppi di lavoro secondo il criterio un legame più un non-legame. Nessuna spiegazione alla classe.
  • 4
    Nel medio periodoCompiti strutturati in modo che richiedano di attraversare i confini fra nuclei. Seconda rilevazione a tre o quattro mesi.

Le sei cose che non si fanno

Non si mostra il sociogramma alla classe, in nessuna forma.

Non si dice a uno studente che cosa dice di lui il risultato. Nemmeno per rassicurarlo, nemmeno in privato, nemmeno con le migliori intenzioni.

Non si parla ai genitori della posizione del figlio nella rete. Se serve un colloquio, si parla di comportamenti osservati in aula.

Non si compongono gruppi in cui la logica sia riconoscibile. Se la classe capisce il criterio, capisce anche il dato.

Non si assegna a nessuno il compito informale di occuparsi di qualcun altro. È il modo più rapido per rendere pubblica una posizione e per caricare due persone di un peso che non hanno chiesto.

Non si dà per acquisito il risultato a distanza di mesi. Le reti in adolescenza cambiano in fretta: un dato di novembre a marzo è materiale d’archivio.

Quando il dato non basta più

Ci sono segnali su cui una rilevazione sociometrica non ha competenza e che vanno riconosciuti come tali: quando il risultato converge con indizi di isolamento prolungato, con un calo che non si spiega, con segnalazioni di altri colleghi o delle famiglie.

In quel caso lo strumento ha fatto il suo lavoro, che era attirare l’attenzione, e la questione esce dal suo perimetro. Da lì in avanti si seguono i canali della scuola: referenti, dirigente, e le figure competenti previste dall’istituto. Continuare da soli, forti di un grafo, è il modo più rapido per fare danni con la convinzione di aiutare.

Fermati un attimo · prova a rispondere

Perché nella settimana successiva alla rilevazione conviene non cambiare niente di visibile?

Fermati un attimo · prova a rispondere

Perché non conviene comporre un gruppo di lavoro con più persone che ricevono poche indicazioni?

Il nodo aperto

Resta un problema che la prudenza non risolve. Tutto quanto sopra serve a evitare che la lettura produca danni, ma se si è così cauti da non cambiare niente, non è chiaro che cosa la rilevazione abbia aggiunto.

La risposta onesta è che quasi tutto il valore sta in un posto poco spettacolare: il docente sa cose che prima non sapeva, e le sue decisioni ordinarie — chi mettere con chi, a chi affidare una consegna, dove guardare quando qualcosa non torna — diventano un po’ meno casuali. Non è un intervento, è una calibrazione.

Chi si aspetta che uno strumento diagnostico produca da solo un cambiamento nel gruppo si aspetta la cosa sbagliata. Il cambiamento, se arriva, arriva dai compiti che si danno e dal modo in cui si sta in aula, cioè da tutto quello che c’era anche prima della rilevazione.

Domande frequenti

Si può mostrare il sociogramma alla classe?
No. Anche in forma anonimizzata gli studenti si riconoscono, e la restituzione trasforma posizioni provvisorie in ruoli pubblici.

Come si compongono i gruppi dopo una rilevazione sociometrica?
Facendo in modo che ciascuno abbia almeno un legame esistente su cui appoggiarsi e almeno una persona con cui non ha legami, così che il gruppo serva a qualcosa. Il criterio non va spiegato alla classe.

Che cosa si dice a uno studente che risulta non indicato da nessuno?
Niente che riguardi il risultato. Il dato orienta l’osservazione e la composizione dei gruppi; comunicarlo alla persona la trasforma in un’identità.

Dopo quanto tempo il risultato è ancora valido?
Poche settimane per le decisioni operative, qualche mese al massimo come quadro di riferimento. In adolescenza le reti si riorganizzano in fretta.

Percorso in corso

Sociometria a scuola · 9 lezioni

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