La notte del 31 luglio 2026, un sisma di magnitudo 4.7 ha scosso i Campi Flegrei. Decine di scosse, ventuno feriti, due in gravi condizioni. A Pozzuoli, la terra ha tremato quaranta secondi, interminabili. In strada, migliaia di persone in pigiama, con i bambini in braccio, con gli occhi dilatati da una paura antica quanto l’uomo. Eppure, a un osservatore distratto, il giorno prima quella stessa folla sembrava placida, indifferente, ognuno chiuso nel proprio reticolo di impegni. È lo choc che Georg Simmel, nel 1903, aveva descritto come il paradosso della metropoli: un ambiente che satura i sensi e insieme ci rende ciechi agli altri. L’evento sismico è una lente d’ingrandimento su quella che il filosofo chiamava atteggiamento blasé – una corazza che protegge, e che nel panico si sgretola.
La corazza blasé e la metropoli
Simmel, in La metropoli e la vita mentale, sostiene che il cittadino moderno è sottoposto a un «intensificarsi della vita nervosa». Per non soccombere, sviluppa un’indifferenza difensiva, una sorta di anestesia emozionale che gli permette di camminare tra sconosciuti senza reagire a ogni volto. Immaginiamo Luca, 45 anni, commerciante nei vicoli di Pozzuoli: ogni giorno centinaia di clienti, rumori di motorini, profumi di cibo e scarichi di auto. Lui sorride meccanicamente, ma smette di guardare davvero. La sua vita è un’armatura sottile. Alle 3:17 del 31 luglio, quella armatura si incrina. In strada, Luca distribuisce acqua a una signora anziana, stringe la mano a un turista tedesco e sente un nodo in gola. Non è più blasé: è tornato vulnerabile.
Questo passaggio è illuminato da Émile Durkheim. Ne Le forme elementari della vita religiosa, parla di «effervescenza collettiva»: in momenti di crisi o festa, gli individui sentono un’energia comune che li trascende, ripristinando temporaneamente una solidarietà meccanica. Il terremoto abolisce le distanze sociali; per qualche ora, vicini che si ignoravano da anni diventano comunità. Ma è una condizione fragile, avverte Erving Goffman: appena il pericolo svanisce, torna l’ordine dell’interazione, fatto di «disattenzione civile» e mosse strategiche per non invadere lo spazio altrui.
Effervescenza e panico: due facce della stessa medaglia
Non tutto è solidarietà. Maria, studentessa fuori sede di 22 anni, si è buttata sotto un tavolo e poi è fuggita in strada senza scarpe. Tremava, e quando ha visto un uomo correre verso di lei, ha urlato. Il panico è l’altra faccia della rottura del blasé. Byung-Chul Han, ne La società senza dolore, nota che la nostra civiltà ha domesticato il dolore e la paura, confinandoli in parentesi; quando irrompono, non abbiamo più gli strumenti simbolici per elaborarli. Così l’assenza di dolore cronico si rovescia in dolore acuto insostenibile. La metropoli, che ci aveva illuso di controllare tutto, si rivela un luogo di fragilità radicale.

Lo schema seguente sintetizza il processo: l’eccesso di stimoli urbani produce l’indifferenza blasé come difesa; la crisi sismica la dissolve, facendo emergere risposte opposte – solidarietà o panico – che poi tendono a riassorbirsi in una nuova normalità.
Rumore, folla, immagini, richieste continue aumentano la tensione nervosa.
L’individuo si anestetizza: riduce l’empatia e seleziona gli stimoli, isolandosi.
Il sisma irrompe, rendendo impossibile ignorare la realtà condivisa e la vulnerabilità.
Effervescenza collettiva (aiuto reciproco) o panico individuale, a seconda delle risorse personali e sociali.
Il grafico mostra una stima delle reazioni osservate tra gli sfollati, basata su ricerche etnografiche in contesti simili. La colonna dell’aiuto reciproco sovrasta le altre: un dato controintuitivo per una società che si racconta come egoista.
Il ruolo dei legami sociali preesistenti
Non tutti reagiscono allo stesso modo. Un filone di studi, da Robert Putnam fino ai teorici del capitale sociale, dimostra che quartieri con reti di vicinato dense e fiducia reciproca affrontano meglio i disastri. A Pozzuoli, le contrade dei pescatori, dove ci si conosce da generazioni, hanno mostrato un coordinamento spontaneo più rapido rispetto alle zone di edilizia popolare anonima. Qui Simmel si intreccia con l’antropologia di Clifford Geertz: la cultura locale fornisce i modelli di comportamento. Mentre il blasé uniforma, la cultura riemerge come differenziazione delle risposte.
| Dimensione | Normalità metropolitana | Crisi sismica |
|---|---|---|
| Atteggiamento prevalente | Blasé, distacco, indifferenza | Coinvolgimento emotivo, paura, allerta |
| Interazioni sociali | Disattenzione civile, anonimato | Contatto diretto, aiuto spontaneo, solidarietà |
| Regolazione emotiva | Autocontrollo, razionalizzazione | Espressione libera, pianto, abbracci |
| Percezione del tempo | Calcolato, scandito da appuntamenti | Sospeso, dettato dall’emergenza |
La tabella evidenzia il rovesciamento dei codici comportamentali. Goffman, in La vita quotidiana come rappresentazione, direbbe che il terremoto distrugge la ‘messa in scena’ abituale e costringe gli attori a improvvisare su un palcoscenico nuovo.
Obiezioni e limiti
Non sempre la crisi genera solidarietà. Lo psicologo John Darley e Bibb Latané, studiando l’effetto spettatore, mostrarono che in situazioni ambigue l’apatia può prevalere proprio perché ciascuno aspetta che altri agiscano. Inoltre, il panico egoistico – accaparrarsi beni, fuggire senza riguardi – è documentato in molti disastri. La risposta prosociale sembra più probabile quando il pericolo è percepito come comune e quando il gruppo ha una storia di cooperazione. Dai Campi Flegrei, le cronache riportano sia gesti di altruismo sia liti per accedere ai punti di raccolta. La lezione simmeliana va quindi temperata con un pizzico di scetticismo: la metropoli non si redime per sempre dopo una scossa.
Che fare? Prospettive per la resilienza urbana
Se il blasé è una strategia adattiva, non possiamo demonizzarlo. Ma possiamo riconoscere che la sua rottura, durante le emergenze, apre una finestra pedagogica. Le istituzioni potrebbero progettare esercitazioni non solo tecniche, ma anche relazionali, volte a rafforzare la conoscenza tra vicini e la fiducia prima che arrivi la prossima scossa. Simmel ci ricorda che la metropoli è un «organo selettivo» capace di offrire libertà e insieme isolamento. Sta a noi, oggi, trovare le forme sociali che tengano insieme la protezione dall’eccesso e la capacità di abbracciarsi quando la terra trema.
Domande frequenti
È una strategia di difesa psicologica tipica degli abitanti della metropoli: per proteggersi dall’eccesso di stimoli sensoriali e relazionali, l’individuo adotta un’indifferenza selettiva, che può trasformarsi in distacco emotivo e difficoltà a riconoscere l’altro.
In situazioni di pericolo immediato e collettivo, il meccanismo blasé si sospende perché la sopravvivenza riattiva i circuiti prosociali. Come notava Durkheim, i momenti di crisi possono generare una solidarietà ‘meccanica’ fondata sull’emozione condivisa.
Le autorità possono sfruttare la finestra di rottura dell’indifferenza per canalizzare l’aiuto spontaneo, rafforzare i legami di vicinato e ripensare gli spazi urbani come luoghi di resilienza comunitaria. La progettazione partecipata e l’educazione alla prosocialità diventano strumenti cruciali.
Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
Dì la tua: la tua esperienza può confermare o smentire questa analisi.