22 luglio 2026. Una città del Nord Italia. Un uomo di circa 40 anni muore durante un arresto. Le immagini della bodycam mostrano una colluttazione, poi il malore. Sinistra in piazza contro la polizia. La destra difende le forze dell’ordine. Ma cosa dice la sociologia sui fatti che dividono l’opinione pubblica? Quali meccanismi trasformano un intervento di routine in un caso nazionale? Partiamo da qui: il video, diffuso a metà, il dibattito infiammato, le opposte narrazioni. E proviamo a leggere il fenomeno con gli strumenti delle scienze umane. La domanda non è chi ha ragione, ma come si costruisce la verità sociale quando le immagini non bastano.
Immaginiamo due cittadini: Francesco, 45 anni, impiegato, vive in un piccolo centro della medesima regione. Per lui la polizia è garanzia di sicurezza, il garantismo gli pare una resa dei conti ideologica. Dall’altra parte Giovanna, insegnante di liceo, 38 anni, impegnata nel volontariato. Per lei ogni eccesso di forza è intollerabile, e la difesa d’ufficio delle forze dell’ordine le sembra complicità. Li vediamo litigare sui social, nei bar, nei talk. Due mondi che non comunicano. Perché?
La verità negoziata: la lezione di Garfinkel
Il sociologo Harold Garfinkel, padre dell’etnometodologia, ci ha insegnato che la realtà sociale non è un dato oggettivo, ma il risultato di pratiche interpretative continue. Le persone, per dare senso a ciò che accade, ‘negoziano’ la realtà attraverso resoconti, spiegazioni, giustificazioni. Un video di 20 minuti non è la verità: è una traccia che ciascuno inserisce nella propria cornice preesistente. Francesco vede un uomo che resiste all’arresto; Giovanna vede un cittadino che muore per una reazione sproporzionata. Entrambi hanno ragione, dal loro punto di vista. Ma il punto è proprio questo: la bodycam non risolve la controversia, la moltiplica. Perché ogni fotogramma viene letto all’interno di un ‘senso comune’ che Garfinkel chiama ‘accountability’: diamo per scontato che i fatti siano trasparenti, ma in realtà li interpretiamo sulla base di aspettative culturali e ideologiche. La società non è fatta di fatti puri, ma di fatti ‘sporchi’ di significato.
Prendiamo la scena della colluttazione. L’uomo spintona un passante: per Francesco, è indizio di pericolosità; per Giovanna, un gesto di disperazione. Lo stesso dato riceve due interpretazioni opposte perché ciascuno attinge a un repertorio diverso di stereotipi e valori. Non c’è maleafede, c’è struttura sociale. Garfinkel direbbe che la tragedia è stata ‘normalizzata’ in due modi incompatibili: per i sostenitori dell’ordine, è un incidente di percorso; per gli oppositori, è un sintomo di violenza sistemica.
Durkheim e la devianza: quando il conflitto unisce
Émile Durkheim osservava che la devianza è normale in ogni società perché rafforza la coscienza collettiva. Un caso discusso polarizza, ma nel farlo rinsalda i confini tra ‘noi’ e ‘loro’. La mobilitazione della sinistra contro la polizia, e della destra a difesa delle forze dell’ordine, produce coesione interna ai due schieramenti. La manifestazione di piazza è un rito collettivo che ribadisce l’appartenenza. Il fatto di cronaca diventa un ‘totem’ attorno al quale si celebrano i valori condivisi: giustizia sociale per alcuni, sicurezza per altri.
La violenza, anche solo potenziale, serve a riaffermare la solidarietà del gruppo. I sostenitori della polizia si stringono attorno al motto ‘con le forze dell’ordine’. Gli oppositori scandiscono ‘giustizia per…’. Entrambi i gruppi si sentono minacciati dall’altro: la percezione di pericolo accresce l’attaccamento al proprio campo. Durkheim direbbe che il conflitto è funzionale alla società: la reazione collettiva alla devianza – in questo caso la morte in carcere o la protesta – rigenera i legami sociali. Peccato che il costo sia la demonizzazione dell’avversario.
Il framing di Goffman e la gestione del discredito
Erving Goffman, con la sua analisi della vita quotidiana come teatro, ci aiuta a capire come gli attori sociali gestiscono le situazioni imbarazzanti o potenzialmente dannose per la propria ‘faccia’. Istituzioni, gruppi e individui mettono in scena una rappresentazione che preservi la propria reputazione. Nel caso di un arresto con esito letale, la polizia deve difendere la propria legittimità sociale: non può ammettere un errore fatale, pena la perdita di fiducia. Dunque, produce un resoconto che minimizzi la propria responsabilità, addossandola alla vittima: ‘intervento banale sfociato in tragedia’. È una strategia di face-work: si sposta l’attenzione sulla reazione imprevedibile dell’arrestato, preservando l’immagine professionale.
Dall’altra parte, i critici dell’operato delle forze dell’ordine hanno bisogno di un caso emblematico per sostenere la loro tesi di una giustizia a due velocità. Goffman parlerebbe di ‘drammaturgia sociale’: le due parti montano la stessa scena (il video) con copioni diversi. La bodycam diventa un oggetto scenico che può essere usato per screditare o per giustificare. Il discredito (alla polizia o alla vittima) viene gestito attraverso tecniche di neutralizzazione: per alcuni, la vittima era uno con precedenti, quindi ‘meritava’ la repressione; per altri, la polizia non è stata addestrata a gestire situazioni di crisi. La realtà è una costruzione drammaturgica.

Weber e la legittimità: perché obbediamo?
Max Weber ci ricorda che lo Stato moderno si fonda sul monopolio legittimo della forza. Ma la legittimità non è eterna: va costantemente riprodotta. Ogni volta che un cittadino muore in un arresto, quel monopolio vacilla. Se la reazione dell’opinione pubblica è polarizzata, significa che la legittimità è differenziata: la polizia è legittima per alcuni, non per altri. Weber distingueva tre tipi di potere: tradizionale, carismatico e legale-razionale. Qui è in gioco il terzo: l’autorità della legge. Per essere riconosciuta, deve apparire imparziale. Ma se un’intera parte della società percepisce il sistema di giustizia come classista o violento, la legittimità si incrina. Non serve la maggioranza: basta una minoranza organizzata per mettere in discussione l’ordine.
La questione è antica: la forza senza legittimità è oppressione; la legittimità senza forza è impotenza. Nell’Italia di oggi, lo scarto tra le due percezioni è ampio. Forse per la prima volta da decenni, non esiste più un ‘senso comune’ sull’uso della forza pubblica. Il caso in questione non fa che cristallizzare una frattura già presente. Come uscirne? Non certo demonizzando l’altra parte, ma ricostruendo un terreno comune di verità condivise. A patto che la smettiamo di pensare che la verità sia una sola e che stia nel video: la bodycam non è l’occhio di Dio, è un testimone parziale.
Occhio di Horus: la bodycam come feticcio
Nelle polemiche, la bodycam viene spesso considerata uno strumento neutro di verità. Ma la sociologia della tecnologia ci dice che ogni dispositivo incorpora valori e relazioni di potere. La telecamera indossata serve a sorvegliare l’operato del poliziotto, ma anche a proteggerlo da accuse infondate. È un mezzo di controllo reciproco, non di verità assoluta. L’angolazione, la qualità dell’immagine, i tagli: tutto contribuisce a una narrazione. Invece di chiederci ‘chi ha torto?’, forse dovremmo chiederci ‘che tipo di società vogliamo?’. Una società in cui la polizia sia addestrata a gestire le emergenze con de-escalation, e in cui i cittadini riconoscano l’autorità non per paura ma per rispetto.
Il filosofo Byung-Chul Han critica la società della trasparenza come società del controllo. La bodycam è un piccolo passo verso un’utopia di sorveglianza totale. Ma la trasparenza non produce automaticamente fiducia: la produce solo se è accompagnata da giustizia e partecipazione. Senza una riforma delle procedure e un investimento nella formazione, i video resteranno armi di polemica.
Che fare? Proposte per ricucire la frattura
La sociologia non dà ricette, ma suggerisce direzioni. La prima: investire nella de-escalation come competenza chiave delle forze di polizia. Non basta reagire, bisogna prevenire. La seconda: creare organi indipendenti di controllo che analizzino i casi controversi con trasparenza, superando la logica della corporazione. La terza: educare i cittadini a una lettura critica delle immagini, che riconosca i limiti di ogni testimonianza visiva. La bodycam non è la soluzione, ma parte del problema se non viene accompagnata da un cambiamento culturale.
Terza: promuovere un dibattito pubblico che non demonizzi le forze dell’ordine né i manifestanti. La polarizzazione giova a pochi: alimenta l’odio e indebolisce la democrazia. Serve una politica che spieghi il valore della convivenza civile, fatta di regole uguali per tutti. Utopia? Forse. Ma è l’unica via per uscire dallo scontro perenne.
La storia di Francesco e Giovanna potrebbe finire diversamente se entrambi accettassero che la verità è sempre incompleta. Forse un giorno guarderanno lo stesso video e diranno: ‘Non so cosa sia successo, ma so che è inaccettabile morire per uno spintone’. E da lì potrebbero ripartire.
Fatto grezzo
Vittima pericolosa
Violenza di Stato
Lo stesso fatto genera narrazioni opposte.
| Dimensione | Narrazione pro-polizia | Narrazione contro-polizia |
|---|---|---|
| Causa morte | Malore imprevedibile | Violenza eccessiva |
| Vittima | Uomo con precedenti | Cittadino innocente |
| Bodycam | Prova di correttezza | Prova di brutalità |
| Istituzioni | Vanno difese | Vanno riformate |
Obiezioni e limiti
L’analisi qui proposta rischia di cadere in un relativismo che non distingue tra colpevolezza oggettiva e interpretazione. È giusto ricordare che in diritto esiste una verità processuale, basata su prove e testimonianze. La sociologia non deve sostituirsi al giudice, ma aiutare a comprendere le dinamiche sociali che rendono credibili certe versioni. Inoltre, non tutte le interpretazioni si equivalgono: alcune sono più coerenti con i fatti. Il punto non è negare l’esistenza di una verità, ma riconoscere che l’accesso a essa è mediato da strutture sociali e culturali.
Un’altra obiezione: semplificare la polarizzazione come scontro tra due blocchi rischia di oscurare le sfumature. Molte persone non si schierano o cercano una terza via. Tuttavia, il dibattito pubblico nei media e nei social tende a binarizzare le posizioni. La sociologia descrive questa tendenza, non la giustifica.
Infine, l’enfasi sulle percezioni potrebbe sminuire il ruolo della responsabilità individuale. Francesco e Giovanna non sono solo pedine di strutture: possono educarsi, cambiare idea, cercare informazioni. La sociologia deve lasciare spazio all’autonomia del soggetto.
Conclusione: vero e falso nel discorso sociale
Non esiste una soluzione tecnica a un problema sociale. La bodycam non risolverà i conflitti: li renderà solo più visibili. Per ricostruire una società coesa, dobbiamo ripartire dal rispetto delle istituzioni e delle regole, ma anche dalla consapevolezza che la giustizia non è mai uguale per tutti se non viene continuamente controllata e migliorata. Sta a noi, cittadini e studiosi, tenere insieme il dubbio e l’impegno, la critica e la fedeltà allo Stato di diritto.
Domande frequenti
La bodycam è una prospettiva parziale; il suo contenuto viene interpretato in base a cornici culturali e ideologiche, come spiega Garfinkel, e può essere usata per sostenere narrazioni opposte.
Durkheim mostra che il conflitto rafforza i legami interni ai gruppi: la protesta unisce una parte della società, mentre la difesa dell'ordine unisce l'altra, allargando la frattura.
Servono trasparenza, formazione delle forze dell'ordine, organi di controllo indipendenti e un dibattito pubblico che non demonizzi, riconoscendo la complessità di ogni fatto.
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