Viviamo in un’epoca di mezzo, un’epoca con l’asterisco, come se la storia fosse stata messa in pausa, anestetizzata prima ancora di nascere. Tutto è politically correct, e se non pensi in un certo modo vieni etichettato, eliminato. È l’epoca in cui la lotta di classe, pilastro del pensiero marxista e tensione motrice della modernità, è stata scientificamente neutralizzata. Non sconfitta da una rivoluzione o da un’evoluzione, ma anestetizzata, svuotata, resa irrilevante da un nuovo strumento di dominio: il consumismo.
Karl Marx sosteneva che la lotta di classe fosse il motore della storia, inevitabile, necessaria. La sua visione dialettica prevedeva che il proletariato, schiacciato dall’oppressione della borghesia, avrebbe infine abbattuto l’ordine esistente per fondarne uno nuovo. Ma quell’ordine non è mai arrivato. Nel secondo dopoguerra, il mondo si è diviso tra chi, nel nome del liberismo, dava la caccia ai comunisti come in una nuova Salem — e chi, credendo nella collettivizzazione dei mezzi di produzione, ha finito per costruire una nuova, terrificante plutocrazia.
I nuovi plutocrati hanno saccheggiato le risorse millenarie dei loro paesi — carbone, gas, petrolio — per circondarsi di simboli del potere: anelli, yacht, ville, arte. Mentre il popolo, come in una guerra tra topi, veniva ancora una volta sacrificato sull’altare della guerra o schiacciato sotto il peso delle crisi economiche.
Per impedire che si realizzasse la profezia marxista, per disinnescare la tensione rivoluzionaria, il sistema ha creato un diversivo potente, subdolo e irresistibile: il consumismo. È stato un colpo di genio. Offri all’operaio una casa in periferia con la porta blindata, un’auto utilitaria, uno smartphone, un abbonamento a Netflix, ed egli deporrà la falce, il martello e perfino la penna.
Attenzione: siamo tutti in balia del consumismo. Non ce ne rendiamo conto perché ci siamo nati dentro. Anche cambiare le scarpe quando sembrano fuori moda è consumismo. Cambiare il maglione quando è solo leggermente logoro è consumismo. Non vi sembra vero? Fidatevi: tutto è superfluo, e anche chi ha poco è circondato da molto. Questo è il gioco del consumismo.
Il consumismo non è ideologia, il consumismo non è utilità. Vogliamo credere che sia giustizia sociale, ma in realtà è solo il principio della gratificazione immediata.
È questo principio — quello della gratificazione immediata — che ha ridefinito i rapporti sociali. Zygmunt Bauman, nel suo lucido ritratto della modernità liquida, ci mostra come tutto diventi fluido, effimero, provvisorio. L’amore, il lavoro, l’identità: nulla più è solido, tutto si consuma — nel tempo e nel mercato. Viviamo in una società che non vuole cambiamento, ma solo esperienze. E in questa deriva, l’ideologia è stata annientata da un aperitivo sulla Darsena, da una borsa griffata, da una vacanza low-cost a Barcellona.
In questo deserto ideologico, chi ha cercato di salvare una visione critica è stato Wright Mills. Sociologo americano, autore del fondamentale L’élite del potere, Mills ha denunciato con forza come i sindacati americani di Chicago, anziché difendere il lavoratore, si siano piegati agli interessi dell’apparato. Ha smascherato l’intreccio mortale tra élite economica, militare e politica, mostrando che non è la politica a governare il mondo, ma un’élite invisibile e trasversale, proprietaria dei mezzi di coercizione e comunicazione.
Nietzsche diceva che Dio è morto. Ma forse intendeva che è morto lo spirito battagliero dell’uomo. Lo stesso spirito che, nella dialettica hegeliana, dovrebbe sostituire il vecchio con il nuovo, affinché la storia possa avanzare. Ma il potere non teme i forconi. Teme le idee. Le idee sono ciò che rovescia gli imperi. E allora, per annientarle, bisogna disinnescare il pensiero critico. La penna.
Serve un nuovo ordine. Le grandi ideologie sono morte, sì. Ma dalla loro cenere può nascere qualcosa di nuovo. Qualcosa di radicale. Qualcosa che metta in discussione non solo chi comanda, ma come comandano. E soprattutto: perché.
Ieri, centomila persone si sono radunate in piazza San Pietro per l’elezione di un nuovo papa. E mentre guardavo, assieme a milioni di spettatori, questo rito ancestrale — archetipo, come direbbe Jung — non ho potuto non pensare a Elias Canetti. La folla, secondo lui, è una forza, una creatura collettiva, ma cieca. Forse è arrivato il momento che quella folla apra gli occhi. E che la penna venga rialzata. Perché se il consumismo ha anestetizzato la lotta di classe, l’idea — l’idea giusta — può ancora risvegliarla.
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
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