La notizia dello sventato attentato a Viterbo durante la Festa di Santa Rosa ha scosso le coscienze, lasciandoci con un senso di sollievo e, al tempo stesso, di profonda inquietudine. Al di là della cronaca e delle indagini, un evento del genere è una lente d’ingrandimento sulla natura stessa della nostra società. Per capirlo, dobbiamo mettere da parte per un attimo l’emotività e indossare gli occhiali del sociologo, tornando ai padri fondatori del nostro pensiero: Émile Durkheim e Max Weber.
Durkheim: L’Attacco al Cuore Pulsante della Collettività
Se Émile Durkheim potesse analizzare i fatti di Viterbo, non si concentrerebbe tanto sui singoli individui presenti tra la folla, quanto sulla folla stessa come entità. Per Durkheim, il concetto fondamentale è che la società è un’entità superiore alla somma dei singoli individui. Non siamo solo un ammasso di persone; siamo uniti da una coscienza collettiva, un insieme di credenze, norme e sentimenti comuni che agisce come un potente collante sociale.
La processione della Macchina di Santa Rosa è un esempio perfetto di ciò che Durkheim chiamava un “fatto sociale” nella sua forma più potente: un rito collettivo. In quel momento, migliaia di persone non sono più solo “io”, ma diventano un “noi”. Condividono un’emozione, un simbolo, una tradizione. È un momento di effervescenza in cui la società riafferma sé stessa, i propri valori, la propria unità.
Da questa prospettiva, l’attentato pianificato non era un attacco a singoli corpi, ma una pugnalata al cuore della coscienza collettiva. L’obiettivo era la cerimonia stessa, il simbolo, il rito che tiene insieme la comunità. Era un tentativo di uccidere la fiducia, di spezzare il legame invisibile ma fortissimo che unisce le persone.
Il Patto Sociale: Integrazione o Sanzione
Qui emerge un altro concetto durkheimiano cruciale: l’integrazione. Una società sana è una società che sa integrare i suoi membri, facendogli interiorizzare le norme e i valori comuni. Quando questa integrazione fallisce o è solo apparente – quando un individuo o un gruppo vive dentro una società ma si sente fuori dal suo quadro morale – si crea una condizione di anomia, di assenza di regole condivise.
Di fronte a questo, la sociologia ci insegna che una società matura non può essere ingenua. Per preservare la sua coesione, deve necessariamente agire su due fronti complementari.
1. Il Fronte dell’Integrazione Autentica: Il primo, e più desiderabile, è quello di un’integrazione proattiva e autentica per chi desidera far parte della collettività. Non basta una semplice coesistenza; occorre un percorso che porti all’assimilazione dei valori fondanti della coscienza collettiva: il rispetto delle leggi, dei costumi, della sacralità della vita umana e dei simboli che definiscono la nostra identità culturale. È un patto che si offre, basato su diritti e doveri reciproci.
2. Il Fronte della Sanzione Sociale: Ma cosa succede quando questo patto viene attivamente rifiutato? Quando l’individuo non solo non si integra, ma agisce per disgregare la società che lo accoglie? Qui, Durkheim sarebbe molto chiaro: la società ha il diritto e il dovere di difendersi per non morire. Deve spezzare via le anomie. La sanzione (sociale e legale) non è solo una punizione, ma un atto necessario per riaffermare le norme violate. Quando un individuo si pone come minaccia esistenziale, la sua “cancellazione” dal corpo sociale – attraverso la detenzione o, per i non cittadini, l’espulsione – diventa un meccanismo di autodifesa. È l’organismo sociale che espelle la cellula patogena per sopravvivere.
Questo dilemma è esacerbato da fenomeni come quello dei “fake asylum seekers”, i falsi richiedenti asilo. Da un punto di vista sociologico, chi abusa di uno strumento di accoglienza e solidarietà per fini personali o illeciti commette una doppia rottura: non solo viola la legge, ma inquina il concetto stesso di accoglienza. Questo comportamento alimenta la sfiducia, erode la solidarietà verso chi ha veramente bisogno e crea le condizioni ideali per il fallimento di ogni politica integrativa, generando sospetto e anomia.
Weber e l’Idealtipo Italiano da Preservare
Se Durkheim ci mostra cosa è stato attaccato, Max Weber ci fornisce lo strumento per capire il contenuto culturale di quell’attacco. Weber utilizzava il concetto di Idealtipo, che non significa “modello perfetto”, ma uno strumento concettuale, una sorta di “modello puro” che ci aiuta a misurare e comprendere la realtà.
Possiamo delineare un Idealtipo di “italianità”? Certo. Non è uno stereotipo, ma un modello culturale riconoscibile. È fatto di un forte senso della comunità locale (il campanilismo), dell’importanza dei legami familiari, di una socialità che si esprime nello spazio pubblico (la piazza, il bar), di un’estetica diffusa e, soprattutto, di un profondo attaccamento a tradizioni e riti collettivi come le feste patronali.
La Festa di Santa Rosa è la manifestazione vivente di questo Idealtipo. È la celebrazione della comunità che si ritrova, della tradizione che si rinnova, della fede (religiosa o laica) in un simbolo condiviso.
La Difesa di un Modello Culturale
L’attacco sventato, quindi, non era solo un atto di violenza, ma un assalto a questo specifico modello culturale. Mirava a dimostrare che questo Idealtipo – basato sulla fiducia, sulla condivisione dello spazio pubblico, sulla festa collettiva – è fragile e insicuro. L’obiettivo del terrore è sempre quello di farci rinunciare a ciò che siamo: chiuderci in casa, guardare con sospetto il vicino, abbandonare le piazze e i riti.
Preservare l’Idealtipo italiano non significa cadere nel nazionalismo o chiudersi al mondo. Significa, al contrario, difendere attivamente il nostro modello di vita con lucidità. Significa rispondere alla minaccia non con la paura, ma con una riaffermazione ancora più forte dei nostri valori fondanti e dei meccanismi che li proteggono. Continuare a vivere le nostre piazze, celebrare le nostre feste, e pretendere da chiunque voglia far parte della nostra comunità il rispetto totale del patto sociale che ci tiene uniti. La risposta alla barbarie non è la chiusura, ma un surplus di cultura, comunità e giustizia.
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
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