C’è un’ora, nelle case del Lazio, in cui il buio scende ma la luce non si spegne mai del tutto. È il bagliore blu di uno schermo, appoggiato sul comodino o stretto sotto le coperte, che accompagna l’addormentarsi di centinaia di migliaia di ragazzi, e sempre più spesso anche di bambini che l’età delle elementari non l’hanno ancora lasciata alle spalle. Una recente indagine condotta su un campione di famiglie della regione ha restituito un numero che a prima lettura sembra quasi scontato, e che invece, osservato con un minimo di attenzione, rivela una trasformazione antropologica in corso: l’ottantatré per cento dei minori tra i sei e i diciotto anni utilizza abitualmente uno smartphone. Il dato da solo dice poco. Diventa eloquente se se ne osserva la distribuzione per età: sessantacinque su cento lo usano già tra i sei e i dieci anni, soglia che sale fino al novantasei per cento tra i diciassette e i diciotto. Tra questi due estremi anagrafici si consuma, quasi senza che nessuno se ne accorga davvero, il passaggio da un’infanzia mediata dal gioco fisico e dalla narrazione familiare a un’infanzia mediata dall’interfaccia, dalla notifica, dallo scorrimento infinito del pollice su un vetro luminoso.
Sarebbe facile, a questo punto, scivolare nella retorica dell’allarme morale, quella che vede nello schermo un nemico da respingere e nella nostalgia di un’infanzia “senza device” un’età dell’oro mai davvero esistita. Ma la sociologia, quando funziona, non serve a confermare le paure: serve a tradurle in domande più precise. E la domanda più precisa, qui, non è se i ragazzi usino troppo lo smartphone, ma che cosa quello smartphone stia facendo alla grammatica stessa delle relazioni familiari e alla costruzione dell’identità in un’età, l’adolescenza, che è per definizione il laboratorio in cui si sperimenta chi si è e chi si vuole diventare.
Erving Goffman, mezzo secolo prima che esistesse un solo smartphone, aveva già scritto che la vita sociale è una rappresentazione teatrale continua, divisa tra un “backstage”, dove ci si prepara e ci si concede di essere imperfetti, e un “frontstage”, dove si recita per un pubblico che valuta. Il device in tasca, o meglio, il device sempre acceso e sempre a portata di notifica, ha fatto qualcosa che Goffman non poteva prevedere fino in fondo: ha reso permeabile il confine tra i due palcoscenici. La cameretta, luogo per eccellenza del backstage adolescenziale, dove un tempo ci si chiudeva per essere semplicemente se stessi lontano dallo sguardo altrui, è oggi anche il luogo da cui si mette in scena un profilo, si risponde a una chat di gruppo, si osserva la vita filtrata degli altri. Il retroscena non protegge più: è diventato esso stesso un set. E i genitori del Lazio, quando raccontano agli intervistatori i segnali che li preoccupano, descrivono esattamente questo collasso di confini: un uso eccessivo o incontrollato del device segnalato in oltre un terzo delle famiglie, un’irritabilità marcata quando il telefono viene sottratto o si scarica in circa un caso su tre, una riduzione delle ore di sonno in poco più di un quarto dei nuclei osservati, un calo del rendimento scolastico percepito in quasi un quarto dei casi, un ripiegamento nell’isolamento sociale in una quota analoga.
Il conflitto, del resto, è il sintomo più immediato e meno equivocabile. Quattro famiglie su dieci nella regione dichiarano scontri “spesso” o “talvolta” legati proprio all’uso del device, e la fascia più incandescente è quella degli undici-tredici anni, dove il dato sale a più di una famiglia su due. Non è un caso che sia proprio questa la fascia critica: gli undici-tredici anni sono l’età in cui il gruppo dei pari comincia a contare più della famiglia come autorità di riferimento, l’età in cui, per riprendere un’intuizione che appartiene tanto a Goffman quanto, in altra chiave, a Georg Simmel, si impara a modulare la propria immagine in funzione di un pubblico che non è più solo quello domestico. Simmel, osservando la metropoli di inizio Novecento, descriveva un individuo costretto a proteggersi dal bombardamento di stimoli sensoriali della vita urbana attraverso quello che chiamava atteggiamento blasé: una sorta di anestesia selettiva, necessaria per non essere sopraffatti dalla quantità di sollecitazioni. Lo smartphone ha portato la metropoli simmeliana dentro la tasca di ciascuno, ovunque ci si trovi, anche nella provincia laziale più silenziosa: il flusso ininterrotto di notifiche, messaggi, contenuti brevi e sempre nuovi è un bombardamento sensoriale permanente, e l’irritabilità che tanti genitori osservano nei figli quando il device viene loro tolto assomiglia sinistramente alla sindrome da astinenza di un organismo che si è assuefatto a un livello costante di stimolazione.
C’è poi una terza chiave di lettura, forse la più scomoda, che viene dal filosofo Byung-Chul Han e dalla sua analisi della società della prestazione. Han sostiene che le società contemporanee non impongono più il dovere dall’esterno, come faceva la disciplina ottocentesca descritta da Weber a proposito dell’etica del lavoro protestante, ma lo interiorizzano sotto forma di un imperativo di autorealizzazione permanente: devi essere produttivo, devi essere interessante, devi essere visibile, e se non lo sei la colpa è soltanto tua. Applicata all’adolescenza, questa lettura spiega perché il tempo passato online raramente sia percepito, dagli stessi ragazzi, come tempo libero nel senso pieno del termine: è piuttosto un tempo di lavoro identitario, in cui si cura una reputazione, si risponde per non apparire disinteressati, si osservano i risultati altrui per calibrare i propri. Il calo del rendimento scolastico che tanti genitori segnalano non nasce quindi soltanto da una distrazione, ma dalla concorrenza tra due regimi di prestazione che si contendono le stesse ore serali: quello scolastico, tradizionale e misurabile con un voto, e quello relazionale-digitale, informale ma non meno esigente, misurabile in risposte, visualizzazioni, presenza costante.
Di fronte a questo scenario, la cosa più interessante che emerge dalle stesse famiglie del Lazio non è la richiesta di un divieto, ma di uno strumento: quasi la metà dei genitori intervistati indica la formazione familiare, cioè l’acquisizione di competenze proprie per accompagnare i figli nell’uso del device, come lo strumento prioritario per affrontare il fenomeno, seguita dall’intervento della scuola per circa un terzo dei casi e dal sostegno psicologico per un quinto. È un dato che merita di essere preso sul serio, perché rovescia la narrazione più comoda, quella per cui il problema sarebbe semplicemente “troppo schermo”, in una richiesta più matura: non tanto togliere la tecnologia, quanto ricostruire attorno ad essa una competenza adulta che oggi, in molte case, semplicemente manca, perché gli adulti stessi sono la prima generazione a doversi orientare in un territorio senza mappe consolidate.
Le istituzioni regionali, dal canto loro, hanno cominciato a rispondere: la prima giornata regionale dedicata alle dipendenze ha portato al centro del dibattito pubblico proprio i dati sulle dipendenze digitali minorili, trasformandoli in materiale per una progettualità di prevenzione che coinvolge scuole, servizi sociali e famiglie. È un passo che va nella direzione giusta, ma che da solo non basta, perché nessuna policy regionale può sostituirsi al lavoro quotidiano, spesso silenzioso e senza risultati immediati, di un genitore che decide di sedersi accanto al figlio invece di limitarsi a controllarne il tempo di utilizzo.
Resta, sullo sfondo, una domanda che né Goffman né Simmel né Han potevano formulare nei loro termini, perché appartiene interamente al nostro presente: che cosa significa, per una generazione che ha imparato a esistere socialmente attraverso un’interfaccia fin dai sei anni, il concetto stesso di intimità? Se il backstage goffmaniano si è ristretto fino quasi a scomparire, se ogni momento è potenzialmente pubblico o pubblicabile, la vera posta in gioco non è la quantità di ore trascorse davanti a uno schermo, ma la possibilità, per chi cresce oggi nel Lazio come altrove, di conservare uno spazio interiore che non debba sempre rendere conto a un pubblico, reale o immaginato che sia. È un compito che riguarda la scuola, la famiglia, le politiche regionali, ma riguarda, prima ancora, il modo in cui gli adulti stessi hanno imparato, o non hanno imparato, a proteggere il proprio.
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
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