Esse est percipi: quando la realtà svanisce in un clic

L'idealismo di George Berkeley, che riduce la realtà a percezione, trova oggi nei social e nella realtà virtuale una sorprendente attualità. Le storie di Marta, insegnante, e Luca, ingegnere, mostrano come il confine tra essere e apparire si sia fatto labile, tra algoritmi e memorie digitali.

21 luglio 2026. In una città della provincia lombarda, Marta, insegnante di liceo di 52 anni, scorre il feed di Instagram e si ferma su un video: una folla plaudente, un palco, un leader politico. Sa che l’evento è reale, ma la sua mente, stanca, coglie un dettaglio: l’immagine è troppo satura, i volti troppo perfetti. È un’elaborazione digitale. Eppure, per un istante, la finzione sembra vera. Marta non lo sa, ma sta vivendo in sé l’enigma dell’idealismo di George Berkeley: l’essere è essere percepito. In un mondo di schermi, il confine tra percezione e realtà si assottiglia, e la domanda del filosofo irlandese torna d’attualità: cosa c’è davvero oltre le nostre impressioni?

Berkeley e la sfida alla materia

Nel suo Trattato sui principi della conoscenza umana (1710), George Berkeley sostenne che non esiste una materia indipendente dagli spiriti che la percepiscono. Per lui, le cose sono fasci di sensazioni: un mela è colore, sapore, consistenza, ma non una sostanza nascosta. «Esse est percipi»: essere significa essere percepiti. La materia non esiste, solo Dio, come percettore eterno, garantisce la continuità del mondo. Oggi, in piena era digitale, l’idea di un universo di percezioni senza sostanza sembra profetica. I nostri schermi ci danno flussi di immagini, suoni, testi, ma il contatto con un ‘là fuori’ solido si perde. Marta, come molti, vive in un bolla di stimoli curati, dove la realtà è ciò che viene pubblicato, condiviso, likeato.

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Una storia di vita: il crollo della materia

Immaginiamo Luca, un ingegnere di 35 anni, appassionato di filosofia. Per lavoro, progetta realtà virtuali per la formazione aziendale. Un giorno, durante una dimostrazione, un collega gli chiede: «Ma i nostri simulatori creano mondi? O li rivelano?». Luca ci pensa su. Berkeley direbbe che non c’è differenza: se il simulatore produce percezioni indistinguibili dal vero, allora quel ‘mondo’ esiste come percezione. Ma Luca sa che il suo codice è scritto in C++, che i server consumano elettricità, che la fisica dei semiconduttori esiste. Eppure, per l’utente finale, la realtà virtuale è reale quanto quella fisica, perché il cervello elabora le stesse percezioni. La distinzione tra ontologia e epistemologia diventa pratica: conta ciò che si percepisce. Questo paradosso lo porta a chiedersi: se un albero cade in una foresta, e nessuno lo sente, produce un suono? Berkeley risponderebbe di no, se non c’è spirito che lo percepisce. Oggi, con sensori e telecamere ovunque, anche una foresta ‘disabitata’ è percepita da dispositivi. Il suono esiste in quanto dato acustico registrato da un microfono. La materia sembra dissolversi in informazione.

Analisi sociologica: la società come percezione condivisa

Il sociologo tedesco Niklas Luhmann ha teorizzato che la società non è fatta di uomini, ma di comunicazioni. Ogni atto comunicativo produce un senso che esiste solo nel momento in cui viene compreso. Senza percezione (ascolto, lettura), il messaggio non è. Luhmann, come Berkeley, dissolve la sostanza in relazione. In rete, questa intuizione si moltiplica: un tweet, una foto, un video esistono finché qualcuno li guarda. L’algoritmo decide la persistenza: se non è percepito, sparisce dal feed, e quindi, socialmente, non esiste. Per i giovani nativi digitali, la realtà è quella del flusso: se non è su Instagram, non è accaduto. Marta lo osserva nei suoi studenti: raccontano un viaggio come ‘bello’ solo se hanno immagini da mostrare. Senza percezione pubblica, l’esperienza privata perde consistenza. È l’asse percipi applicato alla vita sociale: l’essere è essere percepiti (o postati).

Esse est percipi: quando la realtà svanisce in un clic

Tabella comparativa: Berkeley e la realtà digitale

Concetto Berkeley (sec. XVIII) Era digitale
Ontologia Non esiste materia, solo spiriti e idee La ‘realtà’ è informazione percepita da umani e macchine
Percettore Dio garantisce continuità Algoritmi e server mantengono i dati ‘in vita’
Crisi Scetticismo sul mondo esterno Post-verità, fake news, realtà virtuale

Il paradosso della continuità: Dio o l’algoritmo?

Berkeley risolveva la continuità del mondo con l’esistenza di Dio, che percepisce tutto sempre. Senza Dio, se nessuno guarda la mela, essa svanisce? Oggi potremmo dire che l’algoritmo di Google, i server di Amazon, le memorie cache fungono da ‘Dio laico’: conservano le informazioni anche quando nessun umano le guarda. Ma, a differenza di Dio, gli algoritmi si corrompono, si spengono, vengono hackerati. Un dato cancellato è come un oggetto che non viene più percepito: smette di esistere. Succede con i profili dei defunti, o con le storie di Instagram che spariscono dopo 24 ore. La fragilità della percezione digitale è anche la fragilità dell’essere. Luca, l’ingegnere, ci riflette: il suo mondo virtuale è reale finché il server è acceso. Ma se salta la corrente? La dipendenza da un ‘percettore’ artificiale rovescia la metafisica di Berkeley: non più garanzia divina, ma infrastruttura materiale. Paradosso: per sostenere un mondo di pure percezioni serve tanta materia (cavi, chip, elettricità).

Obiezioni e limiti

I critici di Berkeley obiettano che il realismo scientifico resiste: le leggi della fisica funzionano anche quando non osserviamo. Un terremoto in Antartide senza testimoni è comunque un evento. Eppure, in senso stretto, ‘sappiamo’ di esso solo attraverso strumenti di misura (percezioni mediate). Il confine si fa labile. Inoltre, l’idealismo berkeleyano porta a un soggettivismo radicale: se ognuno percepisce la propria realtà, come si fonda una verità comune? La rete amplifica questo problema: ogni bolla informativa percepisce una realtà diversa, e il consenso sociale si frantuma. L’esperimento mentale di una ‘guerra tra percezioni’ è oggi concreto nelle camere d’eco dei social. Forse Berkeley serve più come diagnosi che come soluzione.

Prospettiva propositiva: ricostruire un ancoraggio

Che fare? Se siamo intrappolati in percezioni, forse la via d’uscita è riaccogliere la dimensione materiale e sociale dell’esistenza. Tornare al tatto, all’odore, alla presenza fisica. Non si tratta di negare la potenza degli schermi, ma di bilanciare esperienze digitali e analogiche. Marta, l’insegnante, potrebbe organizzare uscite didattiche dove si tocca la corteccia degli alberi, si annusa l’erba bagnata. Luca potrebbe programmare le sue realtà virtuali con ‘attriti’ sensoriali che ricordano all’utente la presenza di un corpo. La filosofia di Berkeley, letta oggi, ci invita a prenderci cura delle nostre percezioni: ciò che percepiamo è il nostro mondo, ma anche ciò che condividiamo co-crea una realtà comune. Scegliere con attenzione le fonti, verificare i fatti, dialogare con chi vede diversamente: sono atti etici prima che epistemologici. Perché se l’essere è percepire, allora il modo in cui percepiamo decide il modo in cui siamo.

Grafico a barre che mostra la crescita degli utenti globali dei social media dal 2005 al 2025, con valori crescenti.

Conclusione: l’idealismo come lente critica

Berkeley non è solo un filosofo da manuale: è uno strumento per leggere la condizione contemporanea. La sua idea che ‘essere è essere percepito’ risuona in una società dove la visibilità equivale a esistenza. Ma attenzione: ridurre tutto a percezione rischia di dissolvere la consistenza del vero, del giusto, del reale. Come educatori, cittadini, genitori, possiamo utilizzare l’idea berkeleyana per interrogarci: cosa stiamo percependo? Cosa stiamo ignorando? E, soprattutto, come possiamo costruire percezioni più ricche, più vere, più condivise? La sfida non è negare lo schermo, ma abitarlo con consapevolezza, ricordando che dietro ogni percezione c’è un corpo, una comunità, forse anche un Dio – o almeno un codice etico.

Domande frequenti

Cosa significa 'esse est percipi'?

È il principio dell'idealismo di Berkeley: l'essere di una cosa consiste nell'essere percepita. Non esiste una materia indipendente dagli spiriti che la percepiscono.

Come si applica Berkeley ai social media?

Nei social, ciò che non viene visto (like, commenti) di fatto non esiste socialmente. L'algoritmo decide la visibilità, e l'essere di un contenuto equivale alla sua percezione da parte degli utenti.

Qual è la critica principale all'idealismo oggi?

Il realismo scientifico obietta che molti fenomeni (es. terremoti) accadono indipendentemente dall'osservazione. Ma in era digitale, la mediazione tecnologica rende la percezione costitutiva della realtà conosciuta.

Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.

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