Dalla laurea all’incertezza: riti di passaggio e liminalità nell’ingresso al lavoro in Italia

Come la liminalità prolungata descritta da Victor Turner spiega la condizione dei giovani italiani, intrappolati tra studio e lavoro stabile. Dati Istat 2026 alla mano, l'articolo analizza il fenomeno e propone soluzioni per ricostruire riti di passaggio efficaci.

Il 18 luglio 2026, l’Istat pubblica l’aggiornamento annuale sugli indicatori del mercato del lavoro giovanile. I dati confermano una tendenza che dura ormai da un decennio: l’età media di uscita dal nucleo familiare per i giovani italiani si attesta a 30,2 anni, mentre il tasso di occupazione nella fascia 25-34 anni è al 65,4%, con un preoccupante 22% di Neet. Dietro queste cifre si cela una trasformazione profonda dei riti di passaggio tradizionali: la laurea non apre più la porta all’età adulta, il primo lavoro stabile è un miraggio, e l’uscita dalla famiglia d’origine è rimandata sine die. Per interpretare questo fenomeno, il pensiero di Victor Turner, antropologo britannico del Novecento, offre una chiave di lettura potente: la condizione giovanile contemporanea assomiglia a uno stato di liminalità prolungata, una sospensione tra un prima e un dopo che non arriva mai.

Il quadro statistico: i numeri di una generazione in attesa
Secondo l’indagine Istat del 2025 (pubblicata nel rapporto annuale 2026), il 40% dei giovani laureati tra i 25 e i 34 anni svolge un lavoro per cui è sovraqualificato. Il contratto a termine resta la norma per il 58% degli under 30. Parallelamente, il tasso di occupazione femminile nella stessa fascia è al 56%, un dato che evidenzia una doppia penalizzazione. Se incrociamo questi dati con l’età media del primo figlio (32,1 anni per le donne, 34,5 per gli uomini), emerge un quadro di posticipazione sistematica delle tappe adulte. Il problema non è solo economico: riguarda la struttura stessa del passaggio all’età adulta, che non segue più il percorso lineare (studio-lavoro-matrimonio-figli) descritto dai sociologi funzionalisti degli anni Cinquanta.

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Victor Turner: liminalità e communitas

Victor Turner, allievo di Max Gluckman e figura chiave dell’antropologia simbolica, ha sviluppato il concetto di liminalità a partire dagli studi di Arnold van Gennep sui riti di passaggio. Per van Gennep, ogni rito si articola in tre fasi: separazione (rito preliminale), margine o limine (rito liminale), e aggregazione (rito postliminale). Turner si concentra sulla fase intermedia, il limen (soglia), in cui l’individuo è sospeso tra due status sociali, privo di attributi precisi, spesso soggetto a prove e umiliazioni. In questa condizione, emerge quella che Turner chiama communitas: un senso di comunità orizzontale tra i liminari, che condividono la stessa marginalità e sviluppano legami antistrutturali rispetto alla società gerarchica.

Oggi, i giovani italiani vivono una liminalità cronica: non sono più studenti a tempo pieno (separazione dal mondo infantile-adolescenziale), ma non sono ancora lavoratori stabili e indipendenti (aggregazione nel mondo adulto). La fase di margine si allunga indefinitamente, e invece di essere un passaggio temporaneo diventa uno stato permanente. Turner stesso riconosceva che la liminalità può diventare istituzionalizzata in società complesse, ma avvertiva del rischio di «liminoidi» – forme di marginalità ludiche e volontarie. I nostri dati suggeriscono invece una liminalità involontaria e costrittiva.

Studio
Status di studente
Liminalità
Lavoro precario / Neet
Aggregazione
Lavoro stabile e famiglia

Schema del rito di passaggio interrotto: la freccia liminale si allunga e diventa un vicolo cieco.

Oltre Turner: la prospettiva di Bourdieu e la doppia assenza

Pierre Bourdieu, con i concetti di capitale culturale e habitus, aiuta a comprendere perché la liminalità non sia identica per tutti. La fase di passaggio è tanto più difficile quanto minore è il capitale sociale e culturale ereditato. I giovani provenienti da famiglie con basso capitale culturale restano intrappolati in lavori precari senza possibilità di mobilità ascendente, mentre quelli benestanti possono contare su reti di contatti e supporto familiare che abbreviano il limine. L’indagine Istat mostra che il 70% dei giovani con genitori laureati trova un lavoro stabile entro tre anni, contro il 40% di chi ha genitori con licenza media: la liminalità è filtrata dalla stratificazione sociale.

Un’altra voce utile è quella di Arlie Russell Hochschild, sociologa statunitense, che ha parlato di doppia presenza per le donne lavoratrici. Applicata al nostro tema, possiamo parlare di doppia assenza: il giovane liminale non è né pienamente dentro la società adulta (assente dal lavoro stabile, dalla famiglia propria, dalla cittadinanza piena) né del tutto fuori (non è più un adolescente). È assente da entrambi gli status, e questa assenza produce anomia e malessere. I dati Istat sulle malattie mentali tra i giovani (un aumento del 30% dei disturbi d’ansia diagnosticati tra i 20-30 anni dal 2020) confermano il prezzo psicologico di questa condizione.

Il concetto di ‘moratoria psicosociale’ di Erikson e la sua attualità

Lo psicologo Erik Erikson, nei suoi studi sullo sviluppo psicosociale, descrive l’adolescenza come una moratoria in cui il giovane sperimenta ruoli diversi prima di assumere un’identità stabile. La società contemporanea prolunga questa moratoria ben oltre l’adolescenza, trasformandola in una condizione strutturale. Se Erikson la considerava funzionale nelle società complesse, oggi rischia di diventare disfunzionale: la mancata risoluzione del conflitto identitario (identità vs confusione) produce adulti che non si sentono tali. I dati Istat sul ritardo nell’uscita di casa sono l’indicatore materiale di questa crisi identitaria collettiva.

Table: Fasi del rito di passaggio classico vs contemporaneo

Fase Van Gennep/Turner (classico) Contemporaneo (Italia 2026)
Separazione Conclusione studi,
uscita dalla famiglia
Laurea, ma permanenza
in famiglia (78% dei 25-29enni)
Liminalità Breve, carica di prove
(es. servizio militare, tirocinio)
Lunga (>5 anni), precariato,
Neet, stage a catena
Aggregazione Matrimonio, lavoro stabile,
casa propria
Spesso assente;
si lavora ma senza stabilità

La tabella mostra come la fase di liminalità si sia allungata e l’aggregazione sia diventata opzionale, producendo adulti liminali – un ossimoro che ben descrive la condizione di chi ha l’età ma non lo status.

Contro-argomenti: la liminalità come opportunità?

Alcuni studiosi, come il sociologo Ulrich Beck, potrebbero obiettare che la liminalità prolungata è anche un’opportunità: la società del rischio costringe a flessibilità, creatività e costruzione biografica autonoma. In effetti, i dati Istat mostrano che una quota non trascurabile di giovani (circa il 12%) sceglie volontariamente percorsi non lineari: professioni artistiche, startup, lavoro nomade. Inoltre, la communitas turneriana potrebbe manifestarsi in nuove forme di solidarietà orizzontale tra coetanei precari, come dimostrano i movimenti giovanili e le co-housing. Tuttavia, questa lettura rischia di normalizzare una condizione che per la maggioranza è subita, non scelta. Come nota il filosofo Axel Honneth, il riconoscimento sociale passa attraverso il lavoro e ruoli stabili: senza aggregazione, l’autorealizzazione rimane incompiuta.

Un secondo contro-argomento riguarda la possibilità di ridefinire i marker dell’età adulta. Forse il problema non è che i giovani non raggiungono l’adultità, ma che questa è stata ridefinita: essere adulto oggi significa flessibilità, learning by doing, identità multiple. Tuttavia, i dati sulla salute mentale e sulla soddisfazione di vita (l’indagine Istat sul benessere soggettivo indica una correlazione negativa tra precarietà e felicità) suggeriscono che la nuova definizione non appaga i bisogni fondamentali di stabilità e appartenenza.

Dove porta la liminalità senza uscita?

Le conseguenze sociali sono profonde: ritardo nella formazione di nuove famiglie, denatalità, mancato investimento in capitale umano (perché studiare se poi si è sovraqualificati?), disaffezione politica. La liminalità cronica produce individui sospesi, che partecipano meno alla vita democratica e sviluppano una mentalità da ‘eterni tirocinanti’. Le istituzioni, dalla scuola al welfare, sembrano incapaci di fornire riti di aggregazione efficaci. La riforma dei percorsi di inserimento lavorativo (tirocini, apprendistato) rappresenta un tentativo, ma i numeri dicono che spesso i tirocini diventano lavoro precario travestito.

Grafico a barre che mostra quattro indicatori di precarietà: 78% dei 25-29enni vive in famiglia, 22% Neet, 40% sovraqualificato, 58% con lavoro a termine.

Implicazioni pratiche: come costruire nuovi riti di passaggio

Alla luce dell’analisi, emerge la necessità di progettare consapevolmente riti di passaggio che aiutino i giovani a transitare verso l’età adulta. Non si tratta di tornare a modelli arcaici, ma di creare momenti di riconoscimento pubblico del cambiamento di status. Alcune proposte concrete:

  • Contratti di ingresso progressivo: un percorso strutturato che combini formazione retribuita, mentoring e assunzione automatica dopo un periodo, con garanzie pubbliche per ridurre la precarietà liminale.
  • Servizio civile potenziato come rito di passaggio collettivo, che offra a tutti i giovani un’esperienza di utilità sociale, formazione e aggregazione, sul modello di quanto avviene in Germania con il Freiwilliges Soziales Jahr.
  • Misure abitative dedicate: incentivi per l’uscita dalla famiglia d’origine, come garanzie statali sugli affitti o housing sociale per under 35, per spezzare la trappola della permanenza.
  • Riforma del welfare: sganciare alcune tutele (sanità, previdenza) dal contratto di lavoro stabile, per ridurre l’ansia della precarietà e permettere ai giovani di fare scelte di vita senza il rischio di perdere la rete di sicurezza.

Queste misure, ispirate al principio di sussidiarietà, riconoscono che la società ha il dovere di accompagnare i giovani verso l’autonomia, ma anche che essi devono assumersi la responsabilità del loro percorso. Non si tratta di assistere, ma di offrire leve per l’emancipazione.

Conclusione: oltre il limine

La liminalità è una condizione umana inevitabile nei passaggi di vita, ma quando diventa permanente produce sofferenza e disgregazione sociale. Victor Turner ci ha insegnato che i riti di passaggio hanno una funzione antropologica profonda: stabilizzare l’identità e ricreare la comunità. La società italiana contemporanea ha smarrito questa capacità, lasciando i giovani in una terra di nessuno. Recuperare una progettualità dei passaggi di status non significa imporre conformismo, ma restituire senso al divenire adulti. La sfida è culturale prima che economica: ridare valore sociale all’ingresso nella vita adulta, riconoscendo che una generazione sospesa è una generazione perduta.

Domande frequenti

Cos'è la liminalità secondo Victor Turner?

È la fase intermedia di un rito di passaggio, in cui l'individuo è sospeso tra due status sociali, privo di attributi definiti. Turner la studiò nei riti tribali, ma può applicarsi a fenomeni contemporanei come la condizione giovanile precaria.

Perché in Italia i giovani restano a lungo in famiglia?

I dati Istat mostrano che la precarietà lavorativa, i bassi salari e l'assenza di politiche abitative per giovani ostacolano l'indipendenza. La liminalità prolungata è una combinazione di fattori economici e culturali.

Quali soluzioni propone l'articolo per favorire l'ingresso nell'età adulta?

Si suggeriscono contratti di ingresso progressivo, servizio civile potenziato come rito collettivo, misure abitative dedicate e un welfare più inclusivo, per ricostruire riti di passaggio che diano stabilità e riconoscimento.

Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.

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