Sociogramma in classe: che cosa mostra che il registro non vede

Prima lezione del percorso sulla sociometria a scuola: perché il registro e l'osservazione diretta non bastano a vedere la rete di relazioni di una classe, e che cosa aggiunge una rilevazione sociometrica.

Lezione 1 di 9 del percorso Sociometria a scuola. Chi arriva in fondo può ottenere una nota di lettura da condividere su LinkedIn, Facebook o dove preferisce.

Sociometria a scuola
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Lezione 1 di 9

Fine ottobre, consiglio di classe in un liceo delle scienze umane della provincia di Varese. Sulla terza nessuno ha molto da dire: non ci sono note disciplinari, la media è dignitosa, i genitori non scrivono. «Classe tranquilla», finisce nel verbale, e si passa al punto successivo.

A marzo si organizza un’uscita didattica. Servono quattro gruppi da sei. Si lascia scegliere agli studenti. In dieci minuti si formano tre gruppi; restano in piedi sei ragazzi che nessuno ha chiamato e che non hanno chiamato nessuno. Si mettono insieme perché avanzano.

Quella classe non era tranquilla. Era muta. E la differenza fra le due cose non compare in nessuna casella del registro.

Il registro descrive una classe che non esiste

Gli strumenti ordinari della scuola misurano quasi solo rapporti verticali: studente e docente, studente e prestazione. Voti, assenze, note, giudizi. Sono dati sul singolo, raccolti da chi sta davanti.

Quello che accade fra i banchi — chi chiede aiuto a chi, chi viene cercato, chi non viene mai nominato — non lascia traccia scritta. Il docente lo intuisce, ma lo intuisce da una posizione particolare: vede la classe da davanti, di fronte, e vede soprattutto chi si fa vedere.

È il motivo per cui due colleghi che entrano nella stessa aula ne escono con due classi diverse in testa. Uno ha visto i cinque che parlano, l’altro i tre che disturbano. Nessuno dei due ha visto i sette che non fanno nessuna delle due cose.

Che cosa aggiunge una rilevazione sociometrica

Una rilevazione sociometrica ribalta il punto di osservazione. Non chiede al docente che cosa vede: chiede a ciascuno studente a chi si rivolge, con chi lavorerebbe, chi risponde davvero quando serve aiuto. Poi mette insieme le risposte e guarda la forma che assumono.

Da quella forma si leggono cose che dall’osservazione diretta si ricavano male: quante persone convergono su pochi punti, quante non compaiono mai, se il gruppo è uno o sono tre gruppi che condividono un’aula, chi tiene i collegamenti fra le parti.

Non è una novità recente. La procedura ha quasi novant’anni e nasce fuori dalla scuola, ma la scuola è il posto dove è stata usata di più, perché è il posto dove un gruppo obbligato deve funzionare per anni.

Tre modi di guardare la stessa classe
  • 1
    Il registroRapporti verticali. Chi rende, chi manca, chi disturba. Dice come ciascuno sta rispetto al compito, niente su come sta rispetto agli altri.
  • 2
    L’osservazione del docenteRapporti orizzontali, visti da davanti. Coglie chi occupa la scena e chi la disturba. Tende a perdere chi non fa né l’una né l’altra cosa.
  • 3
    La rilevazione sociometricaRapporti orizzontali, visti da dentro. Ricostruisce la rete dalle risposte di chi la abita. Coglie i silenziosi, ma dipende da quanto il gruppo si fida di chi somministra.

Quattro cose che si vedono e altrove no

Chi regge il lavoro relazionale. In ogni classe poche persone raccolgono la maggior parte delle richieste di aiuto e di spiegazione. Non sono necessariamente le più brave né le più popolari: sono quelle a cui gli altri si rivolgono. È un carico, e di solito non è riconosciuto.

Chi non viene mai nominato. Non è un dato drammatico di per sé, e non significa che quella persona stia male. Significa che la rete, per come il gruppo la racconta, non passa da lì. Nel lavoro di gruppo spontaneo questa posizione diventa immediatamente visibile: sono quelli che restano in piedi a marzo.

Se il gruppo è uno o sono molti. Una classe può essere composta da due o tre nuclei che non si toccano. Funziona benissimo in una lezione frontale e si blocca appena si chiede di collaborare.

Lo scarto fra ruoli e rete. Il rappresentante di classe non è sempre la persona a cui i compagni si rivolgono. Quando le due cose non coincidono, molte comunicazioni ufficiali non arrivano dove servono.

Che cosa non è

Non è un test psicologico. Non misura personalità, non produce diagnosi, non dice chi sta bene e chi sta male. Registra scelte dichiarate in un giorno preciso, e le scelte cambiano.

Non è uno strumento di valutazione. Nessun dato che ne esce può entrare in una valutazione disciplinare o didattica del singolo.

Non è un sondaggio sulla popolarità. Le domande buone non chiedono chi piace: chiedono a chi ci si rivolge per fare qualcosa. La differenza è tutta lì, e determina se lo strumento è utile o dannoso.

E soprattutto non è una fotografia da appendere. Chi somministra una rilevazione sociometrica si assume la responsabilità di non trasformare un dato di rete in un’etichetta appiccicata a un ragazzo. Su questo si torna nella discussione sui falsi miti e, più avanti in questo percorso, nella lezione dedicata a che cosa fare il giorno dopo.

Perché nelle classi fra Varese e Milano il problema si pone prima

Nelle province a forte pendolarismo scolastico — il Varesotto, l’asse Gallarate-Busto Arsizio, l’hinterland milanese — le classi si formano attingendo a bacini molto larghi. In una sola terza possono convivere ragazzi che alle sedici tornano in comuni distanti quaranta minuti di treno gli uni dagli altri, e che fuori dall’orario scolastico non hanno nessuna occasione di incontrarsi.

La conseguenza è strutturale, non caratteriale. La rete di relazioni si costruisce quasi soltanto dentro le ore di scuola, e i sottogruppi tendono a ricalcare le linee ferroviarie e le corriere prima ancora delle affinità personali. Chi prende lo stesso treno delle 7.12 sta insieme un’ora al giorno in più di chiunque altro.

È la ragione per cui in questi istituti una rilevazione rende più che altrove: quello che il docente vede in aula non è una parte della vita relazionale di quel gruppo, è quasi tutta.

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Perché l'osservazione diretta del docente non basta, se un docente attento vede benissimo la sua classe?

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Il nodo aperto

Se si chiede a una classe di dichiarare a chi si rivolge, si ottiene la rete che il gruppo racconta, non necessariamente quella che agisce. Alcune scelte sono desideri, altre abitudini, altre ancora sono quello che si ritiene giusto rispondere quando a chiedere è la scuola.

Questo scarto non si elimina con domande più furbe. Si tiene sotto controllo confrontando il dato con quello che si vede in aula nelle settimane successive: se le due cose divergono molto, l’informazione interessante sta proprio nella divergenza. Ed è la ragione per cui una rilevazione sola dice poco, e due rilevazioni a distanza di mesi dicono parecchio.

Domande frequenti

Che differenza c’è fra sociogramma e test sociometrico?
Il test sociometrico è la procedura con cui si raccolgono le risposte; il sociogramma è la rappresentazione grafica della rete che ne risulta. Nell’uso corrente i due termini si sovrappongono, ma indicano due momenti diversi: la raccolta e la restituzione.

Si può fare una rilevazione sociometrica in qualunque classe?
Tecnicamente sì da circa otto partecipanti in su. Il vincolo vero non è tecnico: con i minori servono informativa alle famiglie e consenso raccolti prima, e serve che la rilevazione sia inquadrata in un’attività didattica deliberata, non improvvisata.

Quanto tempo richiede?
La somministrazione occupa fra i dieci e i venti minuti. Il tempo vero è quello successivo: leggere il risultato e decidere che cosa farne.

Serve uno psicologo?
Per raccogliere e leggere una rete di scelte dichiarate, no. Serve nel momento in cui dal dato di gruppo si passa a ipotesi sul singolo: lì lo strumento non arriva più, e continuare da soli è il modo più rapido per fare danni.

Percorso in corso

Sociometria a scuola · 9 lezioni

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