Berkeley e la casa contesa: esiste solo ciò che viene percepito?

Un immobile conteso a Roma diventa il teatro di uno scontro tra percezioni. Attraverso George Berkeley e l'idealismo, esploriamo come la realtà dipenda dallo sguardo e quali implicazioni sociali ne derivino.

Roma, agosto 2026. In una traversa del quartiere popolare, un presidio rumoroso si stringe attorno a un palazzo di sei piani. Cartelli, megafoni, striscioni: «Da qui non ce ne andiamo». Poco distante, le camionette della polizia. Per gli attivisti, quelle mura sono una casa, un centro sociale, una comunità. Per le istituzioni, un abuso edilizio, un bene da restituire al legittimo proprietario. Chiara, studentessa di sociologia che abita nella via accanto, osserva la scena dal balcone e si chiede: «Ma qual è la verità?».

La domanda di Chiara è antica quanto la filosofia. A rispondere, nel Settecento, fu un vescovo irlandese: George Berkeley. La sua tesi, espressa nel motto esse est percipi (essere è essere percepito), capovolge il senso comune: gli oggetti materiali non esistono di per sé, ma solo in quanto sono percepiti da una mente. Un albero, un sasso, un palazzo sono soltanto fasci di sensazioni visive, tattili, uditive. Nessuna sostanza materiale nascosta dietro le apparenze.

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Se portiamo questa idea nella strada della protesta, il palazzo non ha una realtà indipendente: esiste come «casa» nella percezione degli occupanti ed esiste come «immobile abusivo» nella percezione delle autorità. Due oggetti diversi, generati da due miriadi di idee sensoriali e di interpretazioni. E se domani tutti smettessero di percepirlo, il palazzo svanirebbe? Berkeley, da uomo di fede, aveva una risposta: Dio percepisce ogni cosa, sempre. È la Sua mente a garantire la continuità del mondo quando nessun umano guarda.

Ma Chiara non è convinta. Decide di parlarne con il professor Bianchi, docente di filosofia alle superiori. In un pomeriggio afoso, seduti al bar sotto casa, il professore le allarga l’orizzonte.

«Berkeley è un punto di partenza, non di arrivo» esordisce sorseggiando un caffè. «Già John Locke aveva distinto tra qualità primarie – come la forma e il movimento, che sarebbero oggettive – e qualità secondarie come il colore, soggettive. Berkeley fa un passo in più: anche le primarie stanno solo nella mente. Ma è Kant a dare la svolta decisiva: noi conosciamo i fenomeni, cioè le cose come appaiono a noi attraverso le forme a priori dello spazio e del tempo. La “cosa in sé”, il noumeno, resta irraggiungibile. Quindi del palazzo tu conosci solo il fenomeno; la sua essenza è un mistero».

Berkeley e la casa contesa: esiste solo ciò che viene percepito?

«Quindi la realtà è tutta una nostra costruzione?» chiede Chiara.

«Non esattamente. Il sociologo Alfred Schutz parlava di province finite di significato: la vita quotidiana è la realtà dominante, ma possiamo passare ad altre sfere – il sogno, la preghiera, il gioco, un movimento politico. Dentro ciascuna provincia, le percezioni si organizzano in modo coerente e producono una loro verità. Il palazzo è “casa” nella provincia del movimento, è “violazione” in quella del diritto».

Il professore abbassa la voce. «E poi c’è Michel Foucault. Per lui la verità non è neutrale: è prodotta da rapporti di potere. Chi detiene il potere definisce ciò che è reale e ciò che è deviante. L’ordinanza di sequestro non descrive il palazzo; produce un certo palazzo, imponendolo come l’unico legittimo. Non è un caso che lo Stato abbia l’ultima parola».

Chiara ripensa agli striscioni. Le sembra di vedere due mondi incomunicabili, ciascuno con la sua coerenza interna. Ma allora, se ogni gruppo ha la sua percezione, non esiste una verità oggettiva?

Obiezioni e limiti — Il professor Bianchi la avverte che l’idealismo berkeleyano e il costruttivismo radicale non sono senza crepe. «Il buon senso obietta: se dai un calcio a un sasso, il dolore è reale. Per Berkeley il dolore è un’idea, non prova l’esistenza della materia. Ma è una risposta che soddisfa pochi». Poi c’è il problema della condivisione: se ognuno ha le sue idee, come spieghiamo che tu ed io vediamo lo stesso tavolo? Berkeley invoca Dio come garante dell’ordine e della regolarità delle percezioni. Ma per chi non crede, resta un mistero. Infine, la scienza: la fisica postula entità non osservabili (elettroni, campi) che funzionano benissimo. Se tutto è percezione, come giustifichiamo il successo predittivo delle teorie? Kant direbbe che le categorie mentali organizzano i fenomeni, ma molti scienziati restano realisti.

Schema: dalla percezione alla realtà sociale

Percezione individuale
Idee sensoriali immediate (colori, suoni, sensazioni tattili)
Accordo intersoggettivo
Condivisione di significati nella vita quotidiana (Schutz)
Istituzionalizzazione
Il potere fissa una versione come realtà ufficiale (Foucault)

Il flusso mostra come una percezione privata diventi, attraverso l’interazione sociale e infine il potere, la realtà sociale accettata.

Tre filosofi a confronto

Filosofo Cosa esiste realmente? Ruolo della mente Ruolo di Dio
John Locke Sostanze materiali con qualità primarie oggettive Passiva: registra e combina idee semplici Non necessario per garantire la realtà
George Berkeley Solo idee e spiriti; nessuna materia Attiva: produce le idee che chiamiamo cose Indispensabile: l’eterno percettore che regge il mondo
Immanuel Kant Fenomeni (accessibili) e noumeni (inaccessibili) Strutturante: impone spazio, tempo, categorie Postulato della ragion pratica, non garante della conoscenza

Grafico a barre che mostra la percentuale stimata di persone che credono che la realtà sia indipendente dall'osservatore, divisa per fasce d'età: 40% tra 18-24, 45% 25-34, 55% 35-54, 65% over 55.

Che fare, dunque? Il caso dell’immobile conteso mostra quanto sia urgente, per studenti come Chiara, affinare un pensiero critico che non si arrenda né al realismo ingenuo («il palazzo è solo un edificio») né al relativismo estremo («ogni percezione vale l’altra»). La lezione di Berkeley è vertiginosa, ma va temperata: riconoscere che la realtà è sempre mediata dalla percezione non significa abolire la distinzione tra vero e falso. Le istituzioni democratiche dovrebbero favorire spazi di dialogo dove i diversi «mondi percepiti» possano confrontarsi su basi condivise: dati, fatti, procedure trasparenti. Altrimenti, il solo potere decide cosa esiste. E questo, per un vescovo come Berkeley, sarebbe stato il vero peccato contro lo spirito.

Domande frequenti

Cosa significa «esse est percipi»?

Significa «essere è essere percepito». Per il filosofo George Berkeley gli oggetti materiali non esistono autonomamente, ma solo in quanto sono percepiti da una mente: una mela è un insieme di idee (colore, sapore, consistenza) e nulla di più.

In che modo l’idealismo di Berkeley si collega a un fatto di cronaca come un’occupazione?

Due gruppi percepiscono lo stesso edificio in modo opposto: per gli attivisti è una casa-comunità, per lo Stato un immobile abusivo. Non esiste una realtà indipendente: ciascuna realtà è prodotta dal proprio sistema di percezioni e di potere.

Quali sono i limiti della teoria di Berkeley?

Deve ricorrere a Dio per spiegare la continuità del mondo quando nessun umano guarda. Inoltre, fatica a rendere conto del successo delle scienze naturali, che postulano entità non direttamente percepibili.

Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.

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