Quartieri fantasma: quando la città perde le sue zone di transizione

Dalle periferie invisibili italiane al modello concentrico della Scuola di Chicago: un viaggio tra Park, Burgess, Simmel e Jacobs per capire come far rivivere i quartieri fantasma e ricostruire relazioni urbane a partire dal pianerottolo.

La piazza non è una piazza: è un ritaglio di asfalto tra palazzi di sei piani, con panchine senza schienale e un’altalena rotta da giugno. I ragazzi che stazionano lì non si conoscono, o forse fanno finta. Ogni sera stessa ora, stesso muro, stesso silenzio. È l’Italia delle periferie invisibili, quella dove la città smette di essere città e diventa soltanto un ammasso di cubature. Ho visto luoghi così in decine di comuni, da Nord a Sud, e ogni volta mi sono chiesto: come siamo arrivati a costruire spazi che negano la loro stessa natura di spazio? La risposta, paradossalmente, arriva da un libro scritto quasi cento anni fa dall’altra parte dell’oceano.

Nel 1925, due sociologi dell’Università di Chicago, Robert Ezra Park ed Ernest Watson Burgess, pubblicavano La città, un’opera destinata a fondare la sociologia urbana moderna. Dentro c’era un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: la città non è un caos, ma un ambiente in cui ogni parte è in relazione con le altre, un «organismo» (la parola è di Park) che si può studiare come un ecologo studia una foresta. E queste relazioni, sostenevano, si distribuiscono nello spazio secondo un modello di zone concentriche. Al centro, il quartiere degli affari; subito intorno, una «zona di transizione» fatta di fabbriche, abitazioni povere, migranti appena sbarcati e attività marginali; poi, via via, anelli di residenza operaia, borghese e infine la cintura suburbana dei pendolari. Ogni zona ha la sua funzione, i suoi ritmi, la sua umanità caratteristica.

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Grafico a barre che mostra la percentuale di superficie destinata a spazi pubblici per ciascuna zona concentrica: dal CBD (4%) fino alla zona suburbana (22%), evidenziando una carenza proprio dove le relazioni sarebbero più cruciali.

Il modello, per quanto figlio della Chicago di inizio Novecento, coglie una dinamica universale: la città plasma i comportamenti, e i comportamenti ridisegnano lo spazio. Non è solo questione di strade e mattoni. «La città – scriveva Park – è un insieme di mondi che si toccano senza compenetrarsi». Dentro quei mondi, le relazioni nascono anche a scale più piccole: un condominio, un cortile, un pianerottolo. Un edificio bene progettato può diventare una micro-città, un cattivo edificio una gabbia di solitudini. Nella Chicago di un secolo fa, la zona di transizione era il laboratorio di questa ambivalenza: quartieri come Little Italy o West Side accoglievano ondate di immigrati in cerca di fortuna, offrendo reti di solidarietà ma anche conflitti, miseria, degrado. Era una cerniera fragile, perennemente sul punto di spezzarsi o di rigenerarsi.

Trasportate in Italia, le intuizioni di Park e Burgess acquistano un sapore agrodolce. I nostri centri storici non sono affatto distretti direzionali deserti dopo le sei di sera, come i loop americani: sono musei abitati, stratificati, pulsanti di vita turistica e notturna. La vera «zona di transizione», nella morfologia urbana italiana, l’abbiamo costruita altrove: nelle periferie nate con l’edilizia pubblica degli anni Sessanta e Settanta, nei piani di zona buttati giù in fretta per arginare l’emergenza abitativa, nelle campagne urbanizzate dove capannoni e villette si alternano senza disegno. Qui, troppo spesso, manca esattamente ciò che Park e Burgess consideravano l’essenza della città: la connessione organica tra funzioni e gruppi sociali. Un quartiere popolare senza biblioteche, senza mercati, senza piazze è una zona di transizione che non transita verso nulla: resta sospesa, fantasma.

Quartieri fantasma: quando la città perde le sue zone di transizione

Georg Simmel, che Park lesse con attenzione, aveva già intuito all’inizio del secolo che la metropoli intensifica la vita nervosa, producendo un individuo blasé che si difende dagli stimoli moltiplicando la distanza interiore. La zona di transizione di Burgess è il teatro fisico di questa difesa: spazi congestionati, stimoli continui, eppure una paradossale anonimia. Louis Wirth, un altro esponente della Scuola di Chicago, avrebbe poi coniato la formula «urbanesimo come modo di vita»: la città non è solo un agglomerato, ma un sistema di interdipendenze che modella personalità, norme, conflitti. Se quelle interdipendenze si spezzano – se il quartiere non offre lavoro, se la scuola è distante, se l’autobus passa ogni ora – l’effetto non è solo urbanistico: è antropologico.

Jane Jacobs, che per molti versi fu una critica dei pianificatori, avrebbe però riconosciuto in questo approccio un’affinità profonda. Per lei, la vitalità di una strada dipendeva dalla mescolanza di funzioni, dalla presenza di «occhi sulla strada», da marciapiedi frequentati a tutte le ore. Molte periferie italiane sono piene di strade senza occhi: stecche di palazzine con il retro che dà su un prato incolto, negozi che non hanno mai aperto, capolinea desolati. La densità edilizia, da sola, non produce società; anzi, a volte la impedisce.

Franco Ferrarotti, il più autorevole sociologo urbano del nostro paese, ha parlato di una «città senza società»: individui che coabitano senza comunicare, quartieri che si sfilacciano perché mancano spazi di incontro non programmato. È il rovescio della medaglia del modello concentrico: quando le zone diventano monofunzionali e socialmente omogenee, la città si inquina di separatezza. E la separatezza, per dirla con Richard Sennett, è il veleno dello spazio pubblico: se non impariamo a gestire il disordine fecondo della prossimità tra estranei, finiremo per costruire comunità chiuse o ghetti, fisici e mentali.

Obiezioni e limiti. È doveroso notare che il modello a zone concentriche fu presto affiancato, e in parte superato, da schemi più complessi. Homer Hoyt (1939) dimostrò che le città si sviluppano spesso a settori radiali, seguendo assi di trasporto o direttrici di pregio ambientale; Chauncy Harris ed Edward Ullman (1945) proposero il modello a nuclei multipli, più adatto alle metropoli contemporanee. Inoltre, nel contesto italiano, la stratificazione storica inverte o aggroviglia gli anelli: centri storici che restano residenziali per le élite, periferie che ospitano centri commerciali e direzionali, un hinterland diffuso che sfuma la distinzione tra città e campagna. La globalizzazione, infine, ha creato «città globali» (Saskia Sassen) dove i flussi finanziari contano più della prossimità fisica. Tuttavia, il cuore dell’intuizione di Park e Burgess non sta nella geometria perfetta, ma nell’idea che la città è un ecosistema di relazioni: se quelle relazioni si indeboliscono, le mappe concentriche diventano curve di isolamento.

Zone a confronto: Chicago 1925 e Italia 2026

Zona (modello Park-Burgess) Equivalente italiano Criticità attuali
Central Business District (CBD) Centro storico-direzionale Turistificazione, desertificazione commerciale, gentrificazione
Zona di transizione Periferia consolidata, quartieri popolari Carenza di servizi pubblici, spazi relazionali assenti, segregazione sociale
Zona residenziale operaia Edilizia residenziale pubblica, quartieri satellite Scarsa manutenzione urbana, insicurezza percepita, isolamento dai centri decisionali
Zona residenziale borghese Aree residenziali di pregio, villette a schiera Dipendenza dall’automobile, individualismo abitativo, scarsa densità di contatti
Zona suburbana dei pendolari Hinterland diffuso, città metropolitana estesa Congestione da traffico, inquinamento, mancanza di identità comunitaria

L’organismo concentrico visto dal di dentro

Suburbana
pendolari
Classe media
residenziale
Residenziale
operaia
Zona di
transizione
CBD

Modello a zone concentriche di Park e Burgess (rielaborazione grafica).

Ma che cosa si fa, concretamente, quando un quartiere ha perso la sua cerniera relazionale? La risposta non può essere solo architettonica. Servono politiche pubbliche che riportino funzioni miste dove oggi c’è solo residenza: aprire piccoli spazi commerciali al piano terra, istituire mercati rionali settimanali, garantire presidi socio-sanitari raggiungibili a piedi. Ma serve anche una cultura dell’abitare che parta dall’edificio: premiare condomini che progettano cortili comuni, orti condivisi, atelier di quartiere. L’unità minima della città non è la strada, forse, ma il pianerottolo. Se su quel pianerottolo due vicini si scambiano un saluto, la zona di transizione ricomincia a transitare verso qualcosa. Verso la città promessa da Park e Burgess, dove tutto – per usare le loro parole – è in relazione.

Domande frequenti

Cosa sono le zone concentriche nel modello di Park e Burgess?

Sono cinque anelli urbani che si dispongono attorno a un centro: il quartiere degli affari (CBD), la zona di transizione (industria e immigrazione), la zona residenziale operaia, la zona residenziale borghese e la zona suburbana dei pendolari. Ogni anello ha funzioni e popolazioni caratteristiche, e insieme formano un ecosistema di relazioni sociali ed economiche.

Perché il modello di Chicago è ancora utile per capire le città italiane di oggi?

Pur non sovrapponendosi perfettamente alla complessità storica italiana, il modello offre una chiave per leggere la segregazione sociale, la carenza di spazi pubblici e la frammentazione relazionale che caratterizzano molte periferie. Soprattutto, ci ricorda che la città è un ambiente in cui ogni parte deve essere connessa alle altre: se una zona perde questa connessione, diventa un quartiere fantasma.

Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.

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