Immaginiamo un pomeriggio di novembre in una città del Nord Italia, attorno a una panchina di un parco pubblico. Cinque ragazzi tra i quindici e i diciassette anni, tutti con giacche scure e cappucci calcati, si scambiano gesti e parole che non lasciano spazio a equivoci. Stanno organizzando l’ennesimo pestaggio ai danni di un coetaneo reo di averli guardati storto. Nessuno dei cinque ha precedenti penali; due di loro appartengono a famiglie della media borghesia. La cronaca, purtroppo, ci restituisce ogni giorno episodi simili. Il Governo italiano ha appena annunciato un inasprimento delle pene per le cosiddette baby gang, con misure che prevedono l’arresto in flagranza differita e l’uso del braccialetto elettronico anche per minorenni. Ma la questione non è solo normativa: è antropologica. Dobbiamo chiederci: perché consideriamo quindicenni capaci di calcoli criminali complessi come ‘ancora immaturi’ quando si tratta di punirli? E perché il termine ‘maranza‘ – originariamente dispregiativo verso giovani di periferia – è stato riappropriato da alcuni gruppi come segno di appartenenza?
La risposta, sostiene il sociologo francese David Le Breton, va cercata nel cortocircuito tra l’adolescenza come fase di ‘liminalità’ (il ragazzo non è più bambino ma non ancora adulto) e i riti di passaggio che la società contemporanea non offre più. I ragazzi delle baby gang, in assenza di strutture simboliche che segnino il passaggio all’età adulta, si creano da soli dei riti violenti: il pestaggio collettivo diventa una prova di coraggio, la sottomissione della vittima un trofeo. Le Breton definirebbe questi giovani ‘cacciatori di emozioni forti’ in un mondo che non li riconosce come soggetti morali. E qui sta il paradosso: gli stessi adolescenti che la psicologia evolutiva descrive come ‘non ancora capaci di prevedere le conseguenze delle loro azioni’ (teoria del cervello immaturo) dimostrano, nei fatti, una pianificazione sofisticata: scelgono gli orari in cui le telecamere non funzionano, reclutano complici minorenni perché sanno che le pene sono più lievi, usano minacce mirate.
La criminologa americana Elizabeth S. Scott, in un noto saggio del 2018, ha mostrato come gli adolescenti autori di reati violenti abbiano capacità cognitive analoghe a quelle degli adulti nei contesti di gruppo: la pressione dei pari non toglie loro la responsabilità, ma anzi la amplifica, perché la decisione di delinquere è spesso deliberata e condivisa. Il problema, dice Scott, è che il sistema giudiziario minorile è ancorato a un’immagine romantica dell’adolescenza come ‘età del cambiamento’ e della recuperabilità a tutti i costi. I dati del Dipartimento di Giustizia americano mostrano che i minori trasferiti in tribunali ordinari (adulti) hanno una recidiva inferiore del 20% rispetto a quelli trattati dai tribunali minorili, una volta controllato per la gravità del reato. Non si tratta di essere punitivi, ma di essere realistici: se un quindicenne è capace di agire come un adulto nel fare il male, deve esserlo anche nel risponderne.
Una tabella comparativa
| Aspetto | Approccio attuale (debolmente tutelativo) | Approccio proposto (responsabilizzante) |
|---|---|---|
| Presupposto | Il minore è incapace di intendere e di volere | Il minore è capace di azioni dolose complesse |
| Pena | Misure educative non detentive, breve durata | Pene proporzionali, con possibilità di carcere per reati gravi |
| Recidiva | Alta (circa 60% a 3 anni) | Ridotta (studi USA: -20% con giudizio ordinario) |
| Effetto deterrente | Scarso, perché la pena è vista come irrilevante | Maggiore, perché la sanzione è reale |
Lo schema delle responsabilità
Il caso di Marco (nome di fantasia) è esemplare. A sedici anni, con altri tre amici, ha aggredito un uomo di quaranta anni per rubargli il telefono. Lo hanno picchiato con calci e pugni, lasciandolo a terra con una frattura al cranio. Marco era consapevole di ciò che faceva: dopo il pestaggio ha diviso il bottino, ha cancellato le chat dal cellulare e ha raccomandato agli altri di non parlare con la polizia. In tribunale per minorenni, il giudice lo ha affidato ai servizi sociali per un anno. Marco non ha scontato alcuna pena detentiva. Sei mesi dopo, è stato arrestato per una rapina simile. La domanda è: perché non abbiamo trattato Marco come un adulto? La neuropsichiatra infantile Daniela Lucangeli, in un’intervista, ha usato un’immagine potente: ‘Il cervello adolescente è come un motore potente ma senza freni: se non lo educhi a fermarsi, la colpa non è del motore, ma di chi non ha messo i freni’. Ma se il ragazzo ha avuto accesso a educazione e supporto – come Marco, che proviene da un ambiente non disagiato – allora la responsabilità è sua.

La filosofa Martha Nussbaum ci ricorda che la giustizia non può essere solo riabilitativa; deve essere anche retributiva nel senso di ristabilire l’equilibrio infranto. Quando un adolescente commette un reato violento, non danneggia solo la vittima, ma la fiducia nella comunità. Per riparare questo danno, la pena deve essere visibile e proporzionata. Oggi, invece, assistiamo a una sorta di ‘impunità di fatto’ per i minorenni, che genera un effetto di normalizzazione della violenza. I ragazzi delle baby gang sanno che, anche se presi, ‘tanto non succede niente’. Questo è il vero problema: la mancanza di conseguenze reali alimenta il senso di onnipotenza tipico dell’adolescenza, trasformandolo in devianza organizzata.
Dobbiamo quindi chiederci: come migliorare la situazione? Una proposta concreta, già avanzata da alcuni costituzionalisti, è l’abbassamento della soglia di imputabilità per i reati più gravi (omicidio, rapina aggravata, lesioni personali gravi) a sedici anni, con la possibilità per il giudice di valutare caso per caso la maturità del minore, anche attraverso perizie psicologiche. Questo non significa abolire la giustizia minorile, ma renderla più flessibile: per i reati lievi, restano le misure educative; per quelli gravi, si applica il diritto penale ordinario, con l’unica eccezione del carcere in sezioni protette per minorenni. Inoltre, sarebbe utile introdurre per le baby gang una circostanza aggravante specifica per l’uso di minori nella commissione del reato, in modo da colpire i ‘capetti’ maggiorenni che reclutano ragazzini.
Il sociologo Alessandro Cavalli, studiando le gang giovanili milanesi, ha notato che il 70% dei membri proviene da famiglie con un livello di istruzione medio-alto. Non si tratta quindi solo di povertà, ma di un vuoto educativo e di modelli di successo distorti. I ‘maranza’ – come si autodefiniscono alcuni di questi gruppi – esibiscono marche costose e cellulari di ultima generazione ottenuti con rapine, e diventano modelli per i più piccoli. Spezzare questo ciclo richiede sanzioni certe e tempestive, ma anche un’offerta concreta di alternative: percorsi di formazione professionale obbligatori per i minori condannati, tutoraggio da parte di adulti volontari, e un uso più massiccio di pene alternative come i lavori socialmente utili, ma con la minaccia credibile del carcere in caso di inadempimento.
Obiezioni e limiti
È giusto riconoscere che molti adolescenti commettono reati stupidi senza essere criminali incalliti. La letteratura psicologica ci dice che la maggior parte dei minori autori di reato desiste spontaneamente con la maturità. Il rischio di un inasprimento generalizzato è quello di criminalizzare ragazzini che potrebbero recuperare. Tuttavia, i dati mostrano che i recidivi violenti sono una minoranza ma causano la maggior parte dei danni. Il punto è come selezionare questi casi. Una soluzione potrebbe essere quella di introdurre una ‘doppia traccia’ processuale: per i reati minori si resta nella giustizia minorile classica; per quelli gravi, si passa automaticamente a un giudice specializzato che può decidere se applicare la legge ordinaria. Inoltre, è indispensabile investire in programmi di prevenzione nelle scuole, perché è lì che nascono le baby gang: insegnare ai ragazzi il valore della legalità non attraverso prediche, ma attraverso esperienze concrete come incontri con vittime di reati o ex detenuti.
Che fare, allora? La strada è stretta ma percorribile: da un lato, una giustizia che non abbia paura di chiamare le cose con il loro nome – un quindicenne che organizza un pestaggio è responsabile, non un ‘ragazzino che si è fatto prendere la mano’ –; dall’altro, una comunità educante che offra ai giovani ragioni per non delinquere. Il Governo italiano ha fatto bene a mettere mano al codice penale, ma deve anche accompagnare queste misure con risorse per il recupero di chi sbaglia, perché la pena non sia solo castigo, ma anche monito e possibilità di cambiamento. Solo così possiamo restituire sicurezza alle nostre città e, insieme, un futuro ai ragazzi che rischiano di perdersi.
Domande frequenti
Il termine 'maranza' è un'auto-definizione nata in alcuni gruppi milanesi, mutuata da un uso dispregiativo originario; indica giovani di periferia che ostentano uno stile di vita criminale e consumi di lusso. La riappropriazione del termine è un tipico meccanismo di inversione dello stigma: ciò che era insulto diventa distintivo di appartenenza.
Oltre all'inasprimento delle pene, si propone di abbassare a 16 anni la soglia di imputabilità per reati gravi, introdurre una circostanza aggravante per chi recluta minori, e potenziare programmi di prevenzione nelle scuole con incontri con vittime ed ex detenuti. Fondamentale anche investire in percorsi di formazione professionale obbligatoria per i minori condannati.
Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.
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