Il film Don’t Look Up (2021) ha offerto al pubblico globale una satira caustica dell’incapacità delle società contemporanee di affrontare minacce esistenziali, come appunto il cambiamento climatico, attraverso la metafora di una cometa in rotta di collisione con la Terra. La pellicola, pur nella sua esagerazione grottesca, ha colto nel segno descrivendo una classe politica americana distratta, polarizzata e pigra, più attenta agli equilibri di breve termine che alla sopravvivenza del pianeta. Tuttavia, osservando la realtà europea, emerge un paradosso ancora più sottile e preoccupante: l’Europa, che per storia, cultura e istituzioni potrebbe rappresentare un attore globale decisivo nella lotta al riscaldamento globale, si rivela invece paralizzata proprio da quelle tensioni interne che il film ironizza sull’America. Non si tratta solo di una mancanza di volontà: il problema è radicato in una specifica arretratezza della cultura politica europea, fatta di individualismo nazionale, incapacità di progettualità comune e resistenza a cedere sovranità per il bene collettivo.
L’ironia politica e la rimozione della catastrofe
Il film, attraverso i suoi personaggi, mostra come la mediatizzazione e la spettacolarizzazione della crisi ne neutralizzino la portata reale: la cometa diventa un meme, un argomento da talk show, un pretesto per polemiche partitiche. Il sociologo francese Jean Baudrillard avrebbe parlato di simulacro: la rappresentazione della catastrofe sostituisce la catastrofe stessa, in un mondo dove i segni hanno perso contatto con il reale. La politica americana descritta nel film incarna perfettamente questa dinamica, ma l’Europa non ne è immune, anzi. La rimozione collettiva del climate change è forse ancora più sofisticata: l’Unione Europea ha prodotto documenti, direttive, obiettivi (come il Green Deal e il Fit for 55), ma la loro attuazione concreta si scontra con le resistenze degli stati membri, che interpretano le politiche ecologiche come minacce alla sovranità nazionale e agli interessi economici di breve periodo.
L’Europa e la sua «insensatezza politica»: il contributo di Max Weber e Zygmunt Bauman
Già Max Weber, nei suoi studi sulla burocrazia e il potere, evidenziava il rischio di un agire politico ridotto a routine amministrativa, privo di slancio carismatico e di responsabilità verso il futuro. L’Europa contemporanea sembra soffrire di quella che Weber chiamerebbe gabbia di acciaio della razionalità strumentale: le procedure prevalgono sulla visione, i negoziati intergovernativi si impantanano nei veti incrociati, e il bene comune globale viene sacrificato a logiche domestiche. A questo si aggiunge la diagnosi di Zygmunt Bauman sulla modernità liquida: la volatilità delle identità e delle fedeltà politiche rende difficile qualsiasi impegno a lungo termine. Gli stati membri dell’UE fluttuano tra alleanze temporanee e ripiegamenti sovranisti, incapaci di stabilizzare una risposta comune alla crisi climatica. La Gran Bretagna, con la Brexit, ha mostrato come il desiderio di riappropriarsi della sovranità possa prevalere su considerazioni di interdipendenza ecologica.
Individualismo politico degli stati europei: il caso di Francia, Italia e Germania
Se esaminiamo i tre grandi paesi dell’UE – Francia, Germania, Italia – emerge un quadro di egoismi nazionali che bloccano ogni progresso significativo. La Germania, per decenni motore dell’integrazione, ha recentemente dato priorità alla sicurezza energetica nazionale, riaprendo centrali a carbone dopo l’invasione dell’Ucraina e frenando sull’abbandono dei combustibili fossili. La Francia, dal canto suo, insiste sulla centralità del nucleare come soluzione, ma questa posizione è dettata più da un interesse nazionale (la potente industria nucleare francese) che da un disegno europeo condiviso. L’Italia, da parte sua, vive una contraddizione endemica: da un lato è esposta agli effetti del climate change (siccità, alluvioni), dall’altro le sue élite politiche e industriali rallentano la transizione ecologica per paura di perdere consenso e competitività. In questo scenario, le istituzioni europee (Commissione, Parlamento) appaiono come entità astratte, prive di una leva coercitiva reale per imporre scelte coraggiose. Come notano gli studiosi delle relazioni internazionali, in assenza di un’autorità sovranazionale legittimata a decidere, l’UE resta un «gigante economico, nano politico».
Analisi comparata: risposte nazionali alla transizione ecologica
| Stato | Strategia energetica prevalente | Atteggiamento verso l’UE | Priorità nazionali percepite |
|---|---|---|---|
| Germania | Rinnovabili + carbone di transizione | Usa l’UE come cassa di risonanza | Sicurezza energetica, export industriale |
| Francia | Nucleare dominante | Cerca egemonia tecnologica | Sovranità energetica, industria nucleare |
| Italia | Dip. da gas, rinnovabili in crescita | Segue con ritardo, spesso in affanno | Competitività, occupazione, consenso |
Fonte: elaborazione su dati IEA e rapporti Commissione UE (2021-2025).
Le radici dell’impasse: un’analisi strutturale con il contributo di Carl Schmitt e Jürgen Habermas
La paralisi europea può essere compresa anche attraverso due lenti opposte della teoria politica. Da un lato, Carl Schmitt, giurista e filosofo, insisteva sul fatto che la politica è sempre fondata sulla distinzione amico-nemico e sulla sovranità come decisione sullo stato d’eccezione. In questa prospettiva, l’UE non è un vero soggetto politico perché non ha un «nemico» chiaro né la capacità di decidere in modo sovrano: ogni stato membro conserva la prerogativa di decidere quando e come derogare alle regole comuni, come dimostrano i meccanismi di infrazione e le clausole di opt-out. Dall’altro lato, Jürgen Habermas vede nella UE un progetto di democrazia deliberativa e cosmopolita, capace di superare i confini nazionali attraverso la ragione comunicativa. Tuttavia, la realtà mostra che il dialogo europeo è distorto da asimmetrie di potere, interessi economici e pregiudizi culturali: non si è ancora formata una sfera pubblica europea autentica, e i cittadini continuano a identificarsi quasi esclusivamente con le loro comunità nazionali. In assenza di una base democratica comune, la transizione ecologica viene percepita come imposta da élite lontane, generando risentimento e ostacolando l’elaborazione di un consenso ampio.
Micro e macro: la schizofrenia delle élite e l’inerzia dei cittadini
Il paradosso si manifesta a due livelli. A livello micro, i singoli cittadini europei sono sempre più consapevoli dell’emergenza climatica: lo mostrano i sondaggi Eurobarometro, dove la maggioranza considera il cambiamento climatico il problema più grave. Tuttavia, questa consapevolezza non si traduce in comportamenti coerenti (consumi, mobilità, stili di vita) né in una pressione politica efficace sui governi. È quello che gli psicologi chiamano dissonanza cognitiva: sappiamo che l’aereo inquina, ma continuiamo a volare; sappiamo che la carne ha un alto impatto, ma non rinunciamo. A livello macro, le classi dirigenti nazionali e europee mostrano una schizofrenia analoga: proclamano obiettivi ambiziosi a Bruxelles, ma poi li svuotano in sede di implementazione, cedendo ai gruppi di pressione e alle logiche di breve termine. Questo sfasamento è ben descritto dalla teoria della struttura di opportunità discorsiva di John Dryzek: il sistema politico europeo offre spazi retorici per il discorso ecologista, ma non meccanismi istituzionali in grado di tradurli in vincoli cogenti per gli stati. Il risultato è un equilibrio di basso livello, dove tutti dichiarano di voler combattere il climate change, ma nessuno è disposto a pagare il prezzo politico o economico per farlo davvero.
Contro-argomenti: l’Unione ha comunque fatto passi avanti
Si potrebbe obiettare che l’UE ha già compiuto progressi significativi: il Green Deal europeo, l’obiettivo della neutralità climatica al 2050, il sistema di scambio di quote di emissione (ETS), il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM). Sono misure concrete che altri attori globali (come Stati Uniti o Cina) non hanno adottato con altrettanta sistematicità. Inoltre, l’UE ha dimostrato capacità di leadership nella diplomazia climatica, spingendo per accordi internazionali come l’Accordo di Parigi. Tuttavia, queste misure rischiano di rimanere sulla carta se non vengono affiancate da una reale volontà di applicazione e da un rafforzamento delle istituzioni comuni. L’ironia è che proprio la mancanza di un’autorità centrale forte, che imponga scelte impopolari a stati recalcitranti, condanna l’Europa a un ruolo di «fanalino di coda» nella transizione reale, nonostante le apparenze di avanguardia normativa. Un paragone utile è con la politica monetaria: la BCE può imporre vincoli stringenti agli stati membri in materia di debito, ma non esiste un equivalente per il clima. Finché l’UE non disporrà di poteri analoghi (una sorta di «BCE verde»), la sua azione resterà incompiuta.
Implicazioni pratiche: oltre l’ironia, verso una realpolitik ecologica
Alla luce di queste considerazioni, emerge una conclusione non ovvia: la soluzione non sta nel moltiplicare dichiarazioni d’intenti, ma nel riconoscere onestamente i limiti strutturali dell’attuale architettura europea. Occorre un dibattito franco sulle condizioni di possibilità di una governance climatica efficace, che potrebbe richiedere una riforma dei trattati per attribuire all’UE poteri vincolanti in materia ambientale, oppure – in alternativa – una strategia più realistica che parta dal basso, incentivando coalizioni di stati volenterosi (come i Paesi Bassi, la Danimarca, la Germania) a procedere per primi, creando un nucleo duro dell’Europa verde. Inoltre, la società civile e gli attori economici dovrebbero esercitare una pressione più mirata non solo sui governi, ma anche sulle rappresentanze permanenti a Bruxelles, che spesso sono i luoghi decisivi dove si bloccano le direttive. Senza una maturazione della cultura politica europea, che superi l’individualismo nazionale e accetti la logica del bene comune anche a costo di sacrifici, l’ironia tragica di Don’t Look Up potrebbe diventare la nostra realtà: guardare altrove mentre il pianeta brucia, con l’Europa che non riesce a essere all’altezza della sua storia e delle sue possibilità.
Domande frequenti
L'impasse deriva da un individualismo politico degli stati membri, che antepongono interessi nazionali di breve termine (sicurezza energetica, competitività) al bene comune europeo. Inoltre, la cultura politica europea è ancora legata a sovranità rigide e a una democrazia deliberativa debole, senza un'autorità centrale capace di imporre scelte coraggiose.
La Germania punta su rinnovabili ma ha riattivato il carbone per l'emergenza energetica. La Francia insiste sul nucleare come soluzione nazionale. L'Italia è in ritardo, dipende dal gas e fatica a coordinare politiche efficaci. Tutte e tre tendono a usare l'UE per legittimare le proprie scelte, senza cedere sovranità.
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