Possiamo dirlo altrimenti: esiste uno strumento potentissimo che vive nel più completo disinteresse generale — uno strumento già attivo, funzionante, quotidianamente utilizzato — che con gli opportuni accorgimenti potrebbe aiutare la società a identificare i casi di anomia sociale dei singoli. Sto parlando del registro elettronico.
Per quanto, va detto onestamente, l’anomia non sia soltanto una piaga da estirpare. Lo stesso Durkheim, nelle Regole del metodo sociologico, ammetteva che una certa dose di devianza è normale — persino utile — perché ridisegna i confini morali di una collettività e ne prepara, talvolta, la morale futura: Socrate, ricordava, fu condannato come un criminale prima di essere riconosciuto maestro. Molto prima di lui, nel Settecento, Bernard Mandeville aveva già intuito qualcosa di simile nella sua Favola delle api: un alveare di api viziose, litigiose, brontolone, che proprio nel proprio disordine, nella propria corruzione, trovava prosperità — finché le api, pentitesi, non si convertirono in virtuose, e l’alveare, spogliato dei suoi vizi, si spense in povertà e mediocrità. Lascio parlare lui: «Così ogni parte era colma di vizio, eppure l’insieme intero era un paradiso; lusingato in pace, temuto in guerra, godeva la stima degli stranieri, prodigo di ricchezze e di vite, era l’ago della bilancia tra tutti gli altri alveari. Tali erano le fortune di quello Stato; i suoi stessi crimini cospiravano a farlo grande; e la Virtù, che dalla Politica aveva imparato mille astuzie sottili, per la loro felice influenza si fece amica del Vizio: e da allora il peggiore, fra tutta quella moltitudine, faceva comunque qualcosa per il bene comune. […] Frode, lusso e orgoglio devono vivere, mentre noi ne raccogliamo i benefici. La fame è certo una piaga terribile, eppure chi digerisce, chi prospera senza? Non dobbiamo forse la crescita del vino alla vite secca, storta, misera, che, lasciata incolta, soffocava le altre piante e si perdeva in legno, ma ci benedisse col suo nobile frutto non appena fu legata e potata? Così il vizio si rivela benefico, quando la giustizia lo pota e lo lega; anzi, dove un popolo vuole essere grande, esso è necessario allo Stato quanto la fame è necessaria per farlo mangiare. La sola virtù non può far vivere le nazioni nello splendore; e chi vuole far rivivere un’età dell’oro, dev’essere libero tanto per le ghiande quanto per l’onestà.» — Bernard Mandeville, The Fable of the Bees: or, Private Vices, Publick Benefits (Londra, 1714; prima edizione col titolo The Grumbling Hive: or, Knaves Turn’d Honest, Londra, 1705); traduzione mia.
Vizio privato, beneficio pubblico — o forse il suo esatto rovescio: è comunque la stessa intuizione che, due secoli più tardi, ritroveremo in Durkheim, solo travestita da satira in versi. Mandeville non giustifica il vizio: lo osserva, lo misura, lo mette a bilancio. E il punto vero della favola non è che il vizio sia un bene, ma che l’alveare, quando smette di essere vizioso, non si salva: collassa. Le api pentite, diventate tutte oneste, non trovano un mondo migliore: trovano la povertà, l’immobilità, la fine del commercio, degli avvocati, dei medici, degli eserciti — la fine, semplicemente, di ogni cosa che si muove. Lo dico perché nel ragionare sul registro elettronico rischiamo di ripetere lo stesso errore delle sue api convertite: pensare che basti eliminare ogni traccia di irregolarità, ogni caso limite, ogni comportamento fuori norma, per ottenere una scuola più sana. Non è così. Una classe, una scuola, una società prive di ogni frizione, di ogni caso anomalo da osservare e da correggere, non sono una comunità virtuosa: sono una comunità che ha smesso di produrre — nemmeno più correzione.
L’anomia, insomma, ha anche una sua fecondità. Ma tutto ciò che accade tra le mura della scuola, oggi, vi resta comunque sepolto — e questo lo trovo uno spreco d’energia, un’inutilità, un errore pianificato a tavolino, una mancanza gravissima.
Gli insegnanti hanno modo di conoscere, meglio di chiunque altro, i cittadini di oggi e di domani: spesso individuano le problematiche di un alunno soltanto da come sta seduto al banco, da come si relaziona con i compagni, da come i genitori entrano in rapporto tra loro e con noi docenti.
Non è un’impressione soggettiva, un capriccio letterario: lo certificano i numeri. Sette insegnanti su dieci segnalano di aver notato, per primi, casi di disturbi alimentari tra i propri studenti — prima di chiunque altro, spesso prima delle stesse famiglie (fonte: Fondazione The Bridge, progetto “Food For Fine” promosso da Terre des Hommes Italia, indagine su 415 studenti e 69 docenti delle superiori lombarde, 2025 — reperibile su Orizzonte Scuola e Respira.re).
E i dati sul disagio giovanile, in Italia, non lasciano molto spazio a interpretazioni ottimistiche. Il 49,4% dei giovani tra i diciotto e i venticinque anni ha dichiarato di soffrire di ansia o depressione (fonte: rapporto “Generazione Post Pandemia”, Censis con Consiglio Nazionale dei Giovani e Agenzia Nazionale dei Giovani, 2022). Più di recente, un’indagine sulla salute mentale dei giovani italiani ha certificato che tre giovani su quattro, negli ultimi cinque anni, hanno avvertito il bisogno di un sostegno psicologico — ma solo il 27,9% lo ha effettivamente ricevuto; il disagio pesa quasi il doppio sulle ragazze (87,3%) rispetto ai coetanei maschi (61,8%) (fonte: Consiglio Nazionale dei Giovani, con il supporto tecnico di Eures — Ricerche Economiche e Sociali, 2024).
Anche la scuola, dal canto suo, sanguina: nel solo 2024 sono state registrate 57 aggressioni ai danni di insegnanti, 11 contro dirigenti scolastici, 7 contro il personale ATA — per lo più a opera di familiari (33 casi) e studenti (31 casi) (fonte: dati ufficiali del Ministero dell’Istruzione e del Merito, MIM, dicembre 2024). Non sono numeri che si possano archiviare in un cassetto, o disperdere in un chiacchiericcio di sala professori.
Trovo sbagliato che il registro elettronico non diventi uno strumento ufficiale, capace di tracciare — abbozzare, disegnare — il comportamento di un individuo nel tempo.
Metodi e tecniche non credo possano essere materia di approfondimento qui, in questa proposta aperta a chi legge; per questo penso sia giusto lasciare il campo a enti strutturati, ad analisi di settore, a gruppi di studio — sociologi, psicologi dell’età evolutiva, istituti di ricerca educativa, osservatori sul disagio giovanile: sono loro, non un insegnante solitario alla sua scrivania, a dover elaborare metodo e tecnica. Ma registrare i casi più gravi, come una sorta di fascicolo, credo sia un bene per la società tutta.
E qui si aprono due correnti di pensiero: è meglio preservare il cittadino, l’individuo, la persona nella propria irriducibile singolarità, o la collettività? Fu Émile Durkheim, tra i padri della sociologia moderna, a insistere su questo punto: la società, per lui, non è la semplice somma dei singoli che la compongono, ma una realtà sui generis, una coscienza collettiva che precede e plasma l’individuo — e l’anomia, cioè la mancanza di regole condivise e di legami sociali solidi, genera nell’individuo smarrimento, patologia, persino la propensione al suicidio. Ecco: penso che la cosa importante sia la società.
C’è un nome preciso per questo genere di sguardo, e viene da lontano: panottico. Jeremy Bentham lo aveva progettato come architettura carceraria — una torre centrale da cui il sorvegliante può vedere ogni cella senza mai essere visto, cosicché il detenuto, non sapendo mai se in quel preciso istante è osservato, finisce per disciplinarsi da solo, per interiorizzare lo sguardo altrui come fosse coscienza propria. Michel Foucault, due secoli dopo, ne fece la metafora dell’intera società disciplinare: la scuola, la caserma, l’ospedale, la fabbrica — tutte istituzioni costruite sulla stessa architettura invisibile del vedere senza essere visti. Il registro elettronico non è che l’ultima incarnazione di quella torre, silenziosa e digitale: non serve più un sorvegliante in carne e ossa, basta la piattaforma che registra assenze, voti, note, orari di accesso — e il docente, lo studente, il genitore si comportano già come se fossero guardati, perché in fondo lo sono. Foucault chiamava biopolitica questo potere che non punisce più il corpo del singolo, ma si esercita sulla vita stessa delle popolazioni: non condanna, gestisce; non reprime, orienta; misura tassi, statistiche, medie di rendimento, di assenteismo, di rischio — e la scuola, in questo, è già biopolitica applicata, checché se ne dica nei collegi docenti. Oggi, poi, la sorveglianza non ha nemmeno più bisogno di un occhio: le basta il dato. Dataveglianza è la parola — dataveillance, per chi la preferisce nella lingua d’origine — una sorveglianza che non guarda ma raccoglie, che non giudica ma correla; e se un giorno gli algoritmi che già oggi suggeriscono, filtrano, classificano dovessero decidere anche chi convocare, chi segnalare, chi tenere d’occhio, allora non parleremmo più di burocrazia ma di algocrazia: un potere che non ha volto, non ha ufficio, non ha nemmeno più bisogno di un preside da odiare.
Ora, qualcuno potrebbe interpretare questa proposta come una sorta di grande fratello orwelliano — potrebbe anche essere. Ma in un periodo storico in cui l’instabilità dei rapporti, dovuta alla mancanza di percezione di sicurezza, ha raggiunto il culmine, credo che delle risposte concrete debbano essere trovate; negare questo significherebbe spalancare le porte a climi dittatoriali ben più forti.
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
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