Perché gli studenti “non hanno voglia”? La demotivazione come difesa, non come pigrizia

“Non hanno voglia di fare niente.” È forse la frase più pronunciata nelle sale professori di tutta Italia. Eppure, secondo il volume Quando la classe tace: La postura d’ascolto del docente, questa diagnosi è la più diffusa ma anche la più errata. Definire lo studente apatico come “pigro” significa scambiare un sintomo (il disimpegno) per una causa morale, perdendo di vista la realtà psicologica che si nasconde dietro quel banco.

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L’impotenza appresa: quando lo sforzo sembra inutile

Per capire la radice profonda del disimpegno, il libro ci invita a guardare alla ricerca di Martin Seligman sulla cosiddetta “impotenza appresa”.

Negli anni Sessanta, lo psicologo americano dimostrò che soggetti esposti ripetutamente a situazioni spiacevoli da cui non potevano sfuggire, finivano per smettere di tentare qualsiasi via d’uscita, anche quando questa diventava possibile. Trasposto in aula, questo fenomeno spiega molto del silenzio e dell’apatia che riscontriamo:

“Lo stesso accade a uno studente che colleziona insuccessi: dopo un certo numero di brutti voti vissuti come ineluttabili, smette di impegnarsi — non per pigrizia, ma perché ha imparato che lo sforzo non cambia l’esito. Quel ragazzo «che non ha voglia» è spesso un ragazzo che ha smesso di sperare. E il rimprovero, a quel punto, non fa che confermargli la sua impotenza”.

Il paradosso del premio (che a volte spegne)

Un altro punto cruciale affrontato nell’opera riguarda l’uso dei premi e dei voti. Spesso pensiamo che una ricompensa sia sempre motivante, ma la psicologia ci avverte che non è così. Citando gli studi di Deci e i test di Lepper, Greene e Nisbett, il testo evidenzia come premi tangibili e attesi possano addirittura abbassare la motivazione intrinseca.

“A scuola il premio si chiama voto. Trasformare ogni attività in qualcosa che «fa media» insegna ai ragazzi a chiedere, davanti a ogni proposta, «vale per il voto?», e a disertare tutto ciò che non vale. Questo non significa abolire la valutazione, ma essere consapevoli che un voto usato come unica leva spegne, alla lunga, proprio la motivazione che vorremmo accendere”.

Come riaccendere la motivazione: autonomia, competenza, relazione

Se la motivazione non si “crea” con le minacce, come si fa ad accenderla? La risposta risiede nel nutrire tre bisogni psicologici fondamentali, teorizzati da Deci e Ryan:

  1. Autonomia: Sentire di avere un margine di scelta.
  2. Competenza: Sperimentare il successo e il progresso.
  3. Relazione: Sentirsi parte di un gruppo e riconosciuti dall’insegnante.

Il libro fornisce una chiave pratica: non si tratta di trasformare la didattica in un gioco, ma di costruire compiti “a soglia bassa e soffitto alto”. Un esempio? Proporre un’attività dove tutti possano iniziare (soglia bassa), ma dove chi è più avanzato possa approfondire senza limiti (soffitto alto). In questo modo, si evita la noia per i più capaci e l’ansia per chi parte da lontano, restituendo a tutti il senso del proprio progresso.

Un invito al cambiamento

Il testo non offre bacchette magiche, ma strumenti per spostare l’attenzione dalla “pigrizia” dell’alunno alla “postura” del docente. La sfida è passare dal «lo faccio perché devo» al «lo faccio perché ci vedo un senso».

Se volete approfondire queste strategie e integrare nel vostro metodo didattico nuove lenti di lettura sociologiche e psicologiche, Quando la classe tace è un testo essenziale per chiunque creda che la scuola possa ancora essere un luogo di accensione del pensiero.

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