Quante volte, in sala professori, abbiamo sentito la frase: “È una classe difficile”? Spesso, questa espressione smette di essere una semplice descrizione e si trasforma in una condanna, un’etichetta che finisce per produrre la realtà che descrive. Il libro Quando la classe tace ci spinge a guardare oltre, proponendo un’analisi lucidissima sui ruoli che, quasi inconsciamente, gli insegnanti assumono in aula.
La trappola dei ruoli: poliziotto o terapeuta?
Spesso, nel tentativo di gestire classi complesse, il docente oscilla tra due estremi opposti, entrambi destinati al fallimento. Il libro di Mirko Massimo Bresciani analizza perfettamente questa deriva:
“Il poliziotto crede che l’ordine venga prima della relazione. Impone, controlla, sanziona. Ottiene, a volte, un silenzio disciplinato: che è esattamente il silenzio del capitolo precedente, una classe che si protegge tacendo. Non ha vinto, ha solo nascosto il problema sotto il tappeto. Il terapeuta improvvisato fa l’errore opposto. Mosso da buone intenzioni, si lascia risucchiare nei problemi personali dei ragazzi, offre interpretazioni psicologiche, prova a «curare». Ma non ne ha gli strumenti né il mandato, e rischia di fare danni”.
La posizione corretta, suggerisce il testo, sta nel mezzo: l’autorità non deve essere scelta al posto dell’ascolto, ma deve tenerli insieme.
La chiave sociologica: Eric Berne e l’analisi transazionale
Per uscire da questo dualismo tossico, il saggio ci offre una bussola psicologica di grande valore: l’analisi transazionale di Eric Berne. Questo approccio ci permette di capire da dove rispondiamo alle provocazioni degli studenti.
Bresciani spiega che, nel quotidiano, la nostra risposta è spesso dettata da uno stato automatico, ma che è possibile allenarsi a cambiare:
“L’analisi transazionale di Eric Berne descrive tre stati dell’Io che si alternano in ciascuno di noi: il Genitore, che giudica, ammonisce e prescrive; il Bambino, che reagisce d’impulso; e l’Adulto, che osserva i fatti con calma e risponde invece di reagire. Davanti a una provocazione o a una risposta goffa, lo scatto automatico è quello del Genitore («te l’avevo detto», «sempre la solita storia»): ed è proprio lo stato da cui escono le dodici barriere. Il passaggio decisivo è uno spostamento consapevole sullo Stato dell’Io Adulto: prima di rispondere, il docente si chiede non «chi ha sbagliato», ma «cosa sta succedendo qui»”.
La tecnica: il “silenzio di risonanza”
Come passare dal ruolo di “Genitore giudicante” a quello di “Adulto facilitatore”? L’autore suggerisce un esercizio apparentemente banale, ma dalle conseguenze profonde: il silenzio di risonanza.
“Un piccolo gesto aiuta a restare nell’Adulto: il silenzio di risonanza. Dopo l’intervento di un alunno, trattenere la risposta per circa tre secondi. Non è solo il tempo d’attesa che si concede allo studente […], ma un freno alla propria impulsività: quei tre secondi spengono la reazione automatica e lasciano emergere una risposta scelta”.
Questo non è un semplice trucco didattico, ma un’operazione di igiene mentale per l’insegnante: significa non farsi “scoperchiare” dalla provocazione, mantenendo il controllo razionale della situazione, fondamentale per gestire una classe che vive in uno stato di costante attivazione emotiva.
Conclusioni
Il messaggio che emerge da queste pagine è liberatorio: non è richiesto al docente di essere un salvatore o un onnipotente. Il mestiere dell’insegnante è più modesto e, al tempo stesso, più grande. Si tratta di creare le condizioni affinché la classe diventi un luogo in cui valga la pena sbagliare, impegnarsi e confrontarsi.
Come scrive Bresciani in conclusione:
“Cosa può davvero fare un docente, dunque? Non tutto — e questo è un sollievo prima ancora che un limite. Non può sostituirsi allo psicologo, non può supplire da solo a una famiglia assente, non può salvare ogni ragazzo. Ma può fare ciò che nessun altro, in quel preciso contesto, è nella posizione di fare: creare le condizioni perché una classe diventi un luogo in cui valga la pena parlare”.
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«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
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