Il drammatico episodio avvenuto a Milano — culminato nella morte di un uomo sospettato di aver commesso un omicidio durante un’attività di reinserimento lavorativo — ha scosso profondamente l’opinione pubblica. L’uomo, precedentemente condannato per l’omicidio di una giovane donna, era stato inserito in un programma di lavoro esterno nell’ambito di un progetto di rieducazione penitenziaria. Durante questa esperienza, avrebbe aggredito un collega in modo gravissimo e sarebbe coinvolto nella scomparsa — e successivo ritrovamento del cadavere — di una donna di cinquant’anni. Oggi si apprende che si è tolto la vita lanciandosi dalle terrazze del Duomo, sotto gli occhi increduli di cittadini e turisti.
Quella donna poteva essere nostra madre, nostra figlia, nostra zia. Una persona innocente che ha perso la vita per gravi mancanze istituzionali: da parte della magistratura, che non ha agito con la dovuta cautela; da parte della politica, che ha abbandonato ogni dovere di responsabilità. La società è la prima cosa da preservare, perché è solo all’interno di essa che l’individuo trova garanzia e protezione. Come ricordava Thomas Hobbes, “la libertà dell’individuo finisce dove inizia il contratto sociale”: quando lo Stato non garantisce più la sicurezza collettiva, il contratto si rompe e con esso crolla ogni fiducia civile.
A margine della cronaca si apre una questione profonda e lacerante: può una società permettersi di sperimentare il reinserimento sociale di condannati per reati gravissimi al di fuori delle mura carcerarie, con modalità che espongono a rischio la collettività? La risposta, alla luce dei fatti, appare tragicamente negativa. Allo stato attuale, esiste una contrapposizione politica significativa: da un lato, chi promuove percorsi di reinserimento come segno di civiltà e umanizzazione della pena; dall’altro, chi invoca una linea più dura, fondata sul principio di responsabilità e deterrenza. L’impressione è che questa dialettica politica, lontana dalla realtà quotidiana dei cittadini, stia generando gravi danni alla sicurezza collettiva.
La Costituzione italiana, all’articolo 27, afferma che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Tuttavia, la realtà operativa del sistema penitenziario e giudiziario sembra, in certi casi, tradire l’equilibrio tra tutela dei diritti individuali e salvaguardia del bene collettivo.
La sociologia della devianza ha da tempo affrontato la questione del reinserimento, sottolineando come ogni forma di rieducazione debba tener conto del rischio sociale e dell’effettiva trasformazione del reo. Studiosi come Émile Durkheim ci ricordano che il crimine, per quanto patologico, è un fatto sociale, riflesso di disfunzioni e squilibri che coinvolgono l’intero tessuto normativo e istituzionale. Il sociologo statunitense Gresham Sykes ha mostrato, con il concetto delle “pene della prigione”, come la detenzione possa ridurre l’autonomia dell’individuo al punto da compromettere il suo reinserimento. Ma proprio per questo, ogni percorso di rieducazione dovrebbe svilupparsi in contesti controllati e protetti, non in ambienti pubblici dove un cedimento può trasformarsi in tragedia.
La fiducia nelle istituzioni
Il legame tra percezione di giustizia e fiducia nelle istituzioni è oggi sempre più fragile. Quando un individuo responsabile di un omicidio riesce, dopo pochi anni, a ottenere un lavoro esterno a tempo indeterminato, mentre molti ragazzi giovani faticano a inserirsi nel mondo del lavoro e le famiglie fanno fatica ad arrivare a fine mese, e commette un altro omicidi e un tentato omicidio, si verifica una frattura nel patto fiduciario tra cittadino e Stato. La magistratura, se non è in grado di garantire la sicurezza collettiva, si espone a una delegittimazione pericolosa. Il cittadino non si riconosce più nell’autorità e inizia a percepire la legge come inadeguata, le sentenze come ideologiche, il sistema come distante. Questa frattura non è solo emotiva, ma culturale e politica. Se la sicurezza non è più garantita, anche il concetto stesso di reinserimento perde di valore e credibilità.
Nel frattempo, la politica continua a occupare spazio mediatico con dibattiti ideologici e anacronistici, ignorando le emergenze concrete. Mentre si discute ancora di fascismo e antifascismo, la società reale è lasciata sola davanti a insicurezze tangibili.
Responsabilità e alternative
È giunto il tempo di ripensare il concetto di reinserimento: questo deve avvenire prima all’interno del carcere, in contesti chiusi e protetti, dove le capacità relazionali, emotive e lavorative del detenuto possano essere ricostruite e verificate. Solo dopo un percorso lungo e documentato, si potrà parlare di forme graduali di semi-libertà. Tutto il resto è rischio, ed è corresponsabilità.
Chi sbaglia, soprattutto con crimini gravissimi, deve assumersi la responsabilità piena delle proprie azioni. Esistono sistemi alternativi alla detenzione, come il braccialetto elettronico, ma la loro efficacia richiede investimenti e monitoraggi reali. Un’alternativa può essere l’inserimento in comunità isolate, lontane dai centri cittadini, dove il reinserimento sia autentico ma non pericoloso per gli altri.
La scuola: il primo fronte
Non è un caso che i segnali di crisi emergano già tra i banchi di scuola. L’erosione dell’autorità educativa, l’assenza di regole e la crescente mancanza di rispetto verso docenti e istituzioni scolastiche sono il primo sintomo di una società che ha smarrito la misura. Se si cresce senza il senso del limite, sarà difficile, da adulti, riconoscerlo nel momento della pena.
Chi oggi chiede più sicurezza non è un estremista, né un reazionario. È un cittadino che teme per la propria vita, per quella dei propri figli, per la tenuta stessa del patto democratico. E una società che smette di garantire la sicurezza, smette anche di essere una società giusta. Questo è il punto di partenza per una nuova riflessione sulla giustizia, la pena e il diritto a vivere senza paura.
[Fonte: Corriere della Sera – https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/25_maggio_11/il-killer-in-fuga-a-milano-si-e-gettato-dal-duomo-in-tasca-a-un-uomo-che-si-e-buttato-dalle-terrazze-la-fotocopia-del-documento-e139e847-1893-4815-8e9b-2d7e05515xlk.shtml]
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
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