Perché ciò che proviamo non è solo istinto, ma un discorso sociale.
Siamo abituati a pensare alle emozioni come a qualcosa di intimo, incontrollabile e universale. Se proviamo rabbia o paura, crediamo sia un semplice riflesso biologico, uguale per un manager di New York e per un cacciatore della foresta amazzonica. Ma l’antropologia delle emozioni ci racconta una storia diversa: ciò che sentiamo è, in gran parte, ciò che la nostra cultura ci ha insegnato a sentire.
In questo approfondimento esploriamo come le teorie di Catherine Lutz e Lila Abu-Lughod cambino la nostra prospettiva sulla vita emotiva, e vedremo un esempio pratico e affascinante: il caso dei Bijagó della Guinea Bissau.
1. Oltre l’istinto: Le Emozioni come “Forme di Discorso”
Per secoli, il pensiero occidentale (influenzato dal dualismo di Cartesio) ha separato la mente dal corpo, considerando le emozioni come pulsioni irrazionali appartenenti alla natura animale dell’uomo1.
L’antropologia delle emozioni, sviluppatasi dagli anni ’80, ribalta questa visione. Le antropologhe Catherine Lutz e Lila Abu-Lughod hanno proposto una definizione rivoluzionaria: le emozioni non sono semplici reazioni fisiologiche, ma “forme di discorso”2.
Cosa significa?
Significa che le nostre emozioni “parlano”. Esse ci dicono pubblicamente ciò che una persona valuta come:
- Giusto o sbagliato;
- Buono o cattivo;
- Opportuno o inopportuno3.
Queste valutazioni non nascono dal nulla, ma dipendono dai modelli culturali che abbiamo incorporato. La gelosia, ad esempio, non è un istinto universale, ma riflette spesso una concezione culturale specifica della coppia e del possesso4. Le emozioni, quindi, sono un linguaggio sociale: confermano la legittimità dei valori condivisi dalla comunità5.
2. Il Caso Etnografico: I Bijagó e il pericolo dell’Individualismo
Per capire come un’emozione possa essere un “discorso sociale”, osserviamo lo studio condotto dall’antropologa italiana Chiara Pussetti tra i Bijagó, una popolazione dell’isola di Bubaque, in Guinea Bissau6.
Presso i Bijagó, l’espressione delle emozioni è strettamente vigilata perché riguarda l’equilibrio della collettività. Esiste un termine specifico, edík, che raggruppa una serie di manifestazioni emotive che noi potremmo considerare distinte o addirittura positive in certi contesti, come:
- La collera;
- La cupidigia e l’avidità;
- Il coraggio7.
Quando l’emozione diventa “Stregoneria”
Nella nostra società, il coraggio o l’ambizione possono essere visti come doti di leadership. Tra i Bijagó, invece, il sentimento di edík (che include l’eccesso di queste passioni) viene letto socialmente come un segno di stregoneria (omadók)8.
Perché?
Perché queste emozioni infrangono il codice etico dominante. La cultura Bijagó stabilisce che l’individualità deve essere sempre subordinata al benessere collettivo e sottomessa all’autorità degli anziani9.
Un individuo che mostra troppa rabbia, o troppo “coraggio” (inteso come audacia individuale), sta comunicando, attraverso il suo corpo e le sue emozioni, una minaccia all’ordine sociale. La sua emozione non è un fatto privato: è un atto politico pericoloso.
3. Il Corpo come crocevia
L’analisi dei Bijagó e le teorie di Lutz e Abu-Lughod ci portano a una conclusione fondamentale, supportata anche dagli studi di Margaret Lock e Nancy Scheper-Hughes: il corpo e le emozioni sono il punto di incontro di tre dimensioni10.
- Il Corpo Individuale: L’esperienza vissuta in prima persona (il “sentire” la rabbia)11.
- Il Corpo Sociale: Il modo in cui la cultura ci insegna a usare il corpo per esprimere valori (la rabbia è lecita o è stregoneria?)12.
- Il Corpo Politico: Il controllo che la società esercita sui nostri sentimenti, definendo cosa è “normale” e cosa è “deviante” o “malato”13.
Conclusione: Siamo ciò che sentiamo?
Studiando i Bijagó, scopriamo che non esiste un modo universale di “essere arrabbiati” o “essere coraggiosi”. Le emozioni sono pensieri incorporati14: sono il modo in cui il nostro corpo fisico mette in scena le regole della nostra società. Capire questo ci aiuta a smettere di vedere gli altri popoli come “irrazionali” o “diversi”, e a iniziare a leggere le loro emozioni come un discorso complesso e affascinante sul loro modo di stare al mondo.
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
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