Di fronte all’orrore del Darfur, le piazze occidentali tacciono. Ma il vero nodo non è solo l’assenza di cortei, quanto la presenza massiccia nei gate degli aeroporti diretti verso chi finanzia quella guerra.
Tra le tante vittime della guerra civile in Sudan, c’è una verità collaterale che riguarda noi, spettatori occidentali: la nostra indignazione è a geometria variabile. Mentre le piazze delle capitali europee ribollono giustamente per Gaza o per l’Ucraina, il Sudan brucia nel silenzio quasi totale.
Non ci sono bandiere sventolate per le strade, non ci sono scioperi, non ci sono presidi universitari. Eppure, i report delle Nazioni Unite e delle ONG parlano chiaro: in Darfur è in atto una pulizia etnica, e lo stupro viene utilizzato come arma sistematica di guerra dalle Forze di Supporto Rapido (RSF).
Perché questo silenzio? E, soprattutto, quanto ci costa ammettere che il nostro stile di vita – e le nostre vacanze – potrebbero essere parte dell’ingranaggio?
La Geopolitica dello “Scintillio”
La domanda posta è provocatoria ma chirurgica: sarebbe così improprio boicottare i viaggi negli scintillanti Emirati Arabi Uniti?
Dal punto di vista sociologico, ci troviamo di fronte a un caso da manuale di dissonanza cognitiva. Da un lato, l’Occidente progressista condanna la violenza di genere e i crimini di guerra. Dall’altro, le sue élite e la sua classe media aspirazionale continuano a vedere in Dubai e Abu Dhabi il nuovo “centro del mondo”: un paradiso di architettura futuristica, sicurezza e lusso accessibile.
Tuttavia, numerose inchieste internazionali e rapporti di esperti ONU hanno evidenziato il ruolo degli Emirati Arabi Uniti nel sostenere logisticamente e militarmente le RSF del generale Dagalo (Hemeti). Quegli stessi veicoli che sfrecciano nel deserto sudanese portando miliziani accusati di atrocità, e le armi che sparano sui civili, sono spesso legati ai flussi di capitale e potere che partono dal Golfo.
Il Turismo come Atto Politico (o Apolitico)
Viviamo nell’era del consumo etico. Boicottiamo brand che usano olio di palma, controlliamo la filiera dei nostri vestiti, smettiamo di seguire influencer che sbagliano una frase. Eppure, quando si tratta di turismo, l’etica sembra fermarsi al controllo passaporti.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno compiuto un capolavoro di soft power: hanno scisso la loro immagine di destinazione turistica e hub finanziario dalla loro aggressiva politica estera. Andare a Dubai oggi non è percepito come un atto politico. È un atto di status. Le foto in cima al Burj Khalifa o nei resort nel deserto diventano simboli di successo personale, completamente decontestualizzati dalla realtà geopolitica che quei petrodollari finanziano.
Se applicassimo la stessa logica che usiamo per altri contesti (come le sanzioni morali verso la Russia o il boicottaggio di prodotti israeliani da parte di alcuni movimenti), i voli verso gli Emirati dovrebbero essere vuoti. Invece, sono pieni.
La Gerarchia del Dolore
Perché non scendiamo in piazza per il Sudan? La sociologia dei media ci offre tre risposte impietose:
- Distanza Culturale e Razzializzazione: La guerra in Sudan viene spesso archiviata, nell’inconscio collettivo occidentale, come “tribale” o “endemica”. È il cinismo del “mal d’Africa”: ci si aspetta che lì si muoia, mentre ci sconvolge se accade a Kyiv o Tel Aviv.
- Mancanza di Narrazione Binaria: Il conflitto sudanese è complesso, con due generali che si contendono il potere sulle macerie di una rivoluzione tradita. Manca il “buono” facile in cui identificarsi rapidamente, o il nemico occidentale classico contro cui puntare il dito.
- L’Invisibilità del Mandante: Il nemico non è solo chi spara, ma chi arma. Ma se chi arma è anche il proprietario della squadra di calcio che tifiamo, o l’ospite dell’Expo che visitiamo, o lo sponsor della compagnia aerea con cui voliamo, puntare il dito diventa scomodo.
Conclusione: È (anche) la nostra guerra?
Il titolo “È anche la nostra?” suggerisce una responsabilità condivisa. Non siamo noi a premere il grilletto in Darfur, né a violentare le donne nei villaggi. Ma nel mondo globalizzato, il denaro non ha odore, ma ha una direzione.
Continuare a trattare gli Emirati Arabi Uniti come un parco giochi neutro, ignorando il loro ruolo attivo nella destabilizzazione del Corno d’Africa, è una scelta politica.
Forse non vedremo domani una manifestazione di massa per Khartoum. Ma iniziare a chiederci se il nostro prossimo viaggio a Dubai stia indirettamente finanziando i proiettili delle RSF è il minimo sindacale di coscienza che dovremmo pretendere da noi stessi. Se il turismo è il petrolio del nuovo millennio, allora anche il turista ha le mani sporche. O quantomeno, non può più dire di non sapere.
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
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