Lezione 3 di 9 del percorso Sociometria a scuola. Chi arriva in fondo può ottenere una nota di lettura da condividere su LinkedIn, Facebook o dove preferisce.
Una collega di un istituto dell’hinterland milanese decide di provare. Prepara un foglio, lo distribuisce, e in cima scrive la domanda che le sembra più diretta: «Chi è il tuo migliore amico in classe?».
Succedono tre cose. Alcuni si guardano intorno prima di scrivere. Due chiedono se possono metterne più di uno perché «se ne scrivo uno l’altra si offende». Uno consegna il foglio bianco.
Il risultato non è inutilizzabile: è proprio un’altra cosa rispetto a quello che serviva. Quella domanda ha misurato l’imbarazzo di dover dichiarare una gerarchia affettiva davanti a un adulto, e ha misurato bene.
Che cosa distingue una domanda buona da una che fa danno
La differenza non sta nella delicatezza della formulazione. Sta in tre proprietà tecniche.
Chiede un’azione, non un sentimento. «Chi ti è simpatico» chiede di dichiarare un affetto. «A chi chiederesti di spiegarti una cosa che non hai capito» chiede di ricordare un comportamento. La seconda è più facile da rispondere onestamente, perché non impegna nessuno a dichiarare niente su di sé.
Ha una posta in gioco reale. Una domanda su un’attività che si farà davvero raccoglie risposte diverse da una domanda ipotetica. Se dopo la rilevazione i gruppi si formeranno tenendo conto delle risposte, le risposte saranno pensate.
Non costringe a una graduatoria. Chiedere «il migliore» obbliga a escludere. Chiedere «due o tre persone, in qualunque ordine» toglie il peso della classifica e produce dati più stabili.
Le tre famiglie di domande
Domande di scelta. Sono il cuore della rilevazione: chiedono a ciascuno di indicare qualcuno rispetto a un’attività. Con chi lavoreresti, a chi chiedi aiuto, con chi stai nei momenti liberi. Producono la rete vera e propria.
Domande di percezione. Non chiedono una scelta ma uno sguardo sul gruppo: chi secondo te tiene insieme la classe, chi avrebbe qualcosa da dire se venisse ascoltato di più. Producono un’informazione diversa e più fragile, che va letta in forma aggregata.
Domande di rifiuto. Chiedono con chi non si vorrebbe stare. Nella scuola non si usano più. Il motivo non è di sensibilità ma di rapporto costi-benefici: fanno circolare in aula l’idea che esista una lista di persone da evitare, e l’informazione che restituiscono si ottiene comunque dall’assenza di indicazioni.
- 1Il verboDeve descrivere un’azione ricorrente e verificabile: chiedere, rivolgersi, lavorare, stare. Mai un verbo di sentimento.
- 2L’ancoraggio temporale«Nelle ultime settimane» invece che «in generale». Riporta chi risponde a episodi concreti e riduce le risposte ideali.
- 3Il numero di indicazioniDa due a tre, senza ordine di preferenza. Una sola forza una graduatoria, più di tre rende le indicazioni poco informative.
- 4La via d’uscitaLa possibilità di non indicare nessuno. Chi si sente costretto scrive un nome a caso, e un nome a caso sporca la rete di tutti.
Quante domande, e perché non una sola
Una domanda sola produce una rete sola, ed è una rete fragile: basta che qualcuno abbia interpretato male e il quadro si deforma.
Otto domande sono una misura ragionevole per la scuola secondaria. Bastano a coprire ambiti diversi — lo studio, il lavoro di gruppo, il tempo libero, l’aiuto reale — e stanno dentro i venti minuti. Sopra le dieci l’attenzione cala e le ultime risposte diventano rumore.
La ragione per coprire ambiti diversi è che le reti non coincidono. Nella stessa classe la persona a cui tutti chiedono spiegazioni può non essere quella con cui tutti passano l’intervallo. Sono due informazioni diverse e servono a due decisioni diverse.
Cinque domande che sembrano buone e non lo sono
«Chi è il più bravo della classe» — misura la reputazione scolastica, che il docente conosce già.
«Chi vorresti come rappresentante» — misura una preferenza politica interna al gruppo, non una relazione.
«Con chi ti trovi meglio» — troppo vaga: ciascuno la interpreta a modo suo e le risposte non sono confrontabili.
«Chi è il leader della classe» — presuppone che ne esista uno e che sia riconoscibile. Se c’è, emerge dalle altre domande senza bisogno di chiederlo.
«Chi secondo te viene escluso» — è l’unica delle cinque che ha senso porre, ma solo con due cautele: che il risultato non venga mai mostrato in forma nominale, e che si riporti solo quando più persone convergono. Una segnalazione isolata è un’opinione, non un dato.
La formulazione conta davvero?
Sì, e in un punto specifico: le istruzioni iniziali. La stessa domanda produce risposte diverse a seconda di come è introdotta la rilevazione.
Va detto in modo esplicito che non ci sono risposte giuste, che nessuno leggerà le risposte individuali, che i nomi non compariranno in nessun documento, e che si può lasciare in bianco. Ogni pezzo di questa premessa toglie una ragione per rispondere in modo strategico.
Va anche detto a che cosa servirà. Un gruppo a cui si spiega che i risultati serviranno a formare i gruppi di lavoro risponde in modo più serio di un gruppo a cui non si spiega niente. Il tema del patto con la classe torna nella lezione sul consenso, dove diventa anche un obbligo e non solo una buona pratica; e ha a che vedere con la postura d’ascolto con cui si entra in aula.
Perché «a chi chiederesti di spiegarti una cosa che non hai capito» funziona meglio di «chi ti è simpatico»?
Perché chiede di ricordare un comportamento invece di dichiarare un sentimento. Rispondere alla prima non impegna chi risponde a nessuna presa di posizione affettiva davanti a un adulto, e produce un dato ancorato a episodi verificabili. La seconda misura soprattutto quanto ci si sente liberi di dichiarare le proprie preferenze in quel contesto, che è un’informazione diversa da quella cercata.
Perché è importante lasciare la possibilità di non indicare nessuno?
Perché chi si sente obbligato a rispondere e non ha una risposta scrive un nome a caso, e quel nome entra nella rete come se fosse una scelta reale. Una manciata di indicazioni casuali basta a creare legami che non esistono e a spostare l’ordine di chi riceve più indicazioni. La via d’uscita non riduce i dati: riduce il rumore.
Il nodo aperto
C’è una tensione che non si risolve. Più le domande sono ancorate ad attività reali e con conseguenze, più le risposte sono informative — e più chi risponde ha ragione di rispondere strategicamente, perché sa che quello che scrive avrà effetti.
Non esiste una formulazione che elimini il problema. Si può solo scegliere da che parte sbagliare: domande neutre e risposte sincere ma poco utili, oppure domande impegnative e risposte utili ma in parte calcolate. Nella scuola conviene di solito la seconda, a patto di sapere che il calcolo c’è ed è parte del dato.
Domande frequenti
Quante domande deve avere un test sociometrico per la scuola?
Fra sei e otto per la secondaria. Sotto le cinque la rete è troppo fragile, sopra le dieci l’attenzione cala e le ultime risposte diventano rumore.
Quante persone si possono indicare per ogni domanda?
Da due a tre, senza ordine di preferenza. Va sempre prevista l’opzione di non indicare nessuno.
Si può chiedere chi viene escluso dal gruppo?
Sì, ma il risultato va trattato in forma aggregata e riportato solo quando più persone convergono sulla stessa indicazione. Una segnalazione singola è un’opinione e non va mai restituita in forma nominale.
Le domande vanno cambiate fra una rilevazione e l’altra?
No. Se si vuole confrontare due momenti, le domande devono restare identiche: cambiandole si confrontano due reti diverse e la variazione osservata non significa niente.
- 1.Sociogramma in classe: che cosa mostra che il registro non vede
- 2.Test sociometrico di Moreno: che cos’è, come funziona e perché non è un test psicologico
- 3.Domande del test sociometrico: come scriverle senza fare danni in classe — sei qui
- 4.Test sociometrico e privacy: consenso, minori e cosa fare prima di somministrare
- 5.Come si legge un sociogramma: indicazioni ricevute, reciprocità, densità e isolati
- 6.Sottogruppi e ponti in classe: come riconoscere i gruppi e chi li tiene collegati
- 7.Rappresentante di classe e leader reale: lo scarto fra ruoli dichiarati e rete effettiva
- 8.Dopo il sociogramma: comporre i gruppi e intervenire senza etichettare nessuno
- 9.Fare una rilevazione sociometrica in classe: guida pratica in una settimana
Sociometria a scuola · 9 lezioni
Caricamento...
La nota di lettura non è un attestato, non è formazione accreditata e non rilascia crediti. Dichiara che una persona ha letto le lezioni di questo percorso e ha risposto a una verifica di comprensione.
Hai già sostenuto una prova su questi temi?
Raccontaci cosa ti hanno chiesto davvero. Serve a chi la sosterrà dopo di te — e a te dà accesso a tutte le domande già raccolte, al momento 6.
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
Dì la tua: la tua esperienza può confermare o smentire questa analisi.