L’invasione silenziosa e la frontiera negata
Nelle prime ore di una mattina di fine luglio, le immagini dal confine di Ceuta hanno mostrato centinaia di corpi varcare la recinzione. Donne, uomini, alcuni bambini. Senza documenti. Senza controlli. La Spagna ha lasciato fare. O, peggio, ha favorito l’ingresso in territorio europeo di persone di cui non si conosce identità, provenienza, intenzioni. Un comportamento che, osservato con le lenti della sociologia, non è solo una violazione di norme: è un attacco alla tenuta istituzionale dell’Unione.
Questo articolo non fa cronaca. Ma usa quel fatto come porta d’ingresso per sviscerare i meccanismi sociali e culturali che rendono urgente, per l’Italia, la sospensione immediata del Trattato di Schengen nei confronti della Spagna. Non per punizione. Ma per difendere i pilastri che tengono insieme uno Stato di diritto: sicurezza, coesione sociale, responsabilità. E perché la leva sociologica – da Mary Douglas a Robert Putnam – suggerisce che i confini, quando sono permeabili senza criterio, logorano la fiducia collettiva più di quanto non faccia qualsiasi discorso politico.
Il confine come specchio dell’ordine sociale
Georg Simmel, nelle sue riflessioni sulla porta e sul ponte, aveva intuito che ogni confine è una realtà sociologica, non solo geografica. Separa e connette. Ma la sua funzione primaria è differenziare: chi appartiene, chi no; chi è protetto dalle norme, chi deve ancora guadagnarselo. Quando uno Stato rinuncia a questa differenziazione, come ha fatto la Spagna a Ceuta, non sta compiendo un gesto umanitario. Sta delegittimando il concetto stesso di comunità politica.

Mary Douglas, in Purezza e pericolo, ci ricorda che l’assenza di classificazione genera ansia e disordine simbolico. Il migrante senza identità accertata è, socialmente, materia fuori posto. Non perché pericolosa in sé, ma perché sfugge ai sistemi di categorizzazione che consentono a una società di prevedere, amministrare, fidarsi. La conseguenza è duplice: cresce la paura diffusa e si incrina la legittimità delle istituzioni che dovrebbero garantire l’ordine.
Non è un caso che proprio in Spagna, dopo anni di flussi non governati, i reati percepiti siano aumentati del 12% in un biennio (dati CIS), e i partiti anti-sistema abbiano guadagnato consenso. Il meccanismo è noto: quando lo Stato abdica alla sua funzione ordinatrice, i cittadini cercano scorciatoie identitarie. E la coesione si sfalda.
Il dilemma della solidarietà: la lezione di Bauman e Putnam
Zygmunt Bauman parlava di “modernità liquida” per descrivere un’epoca in cui le istituzioni solide – famiglia, nazione, Chiesa – si sciolgono sotto la spinta di flussi globali. Ma avvertiva: senza confini, la solidarietà diventa impossibile. Perché la solidarietà richiede un “noi” definito, un perimetro entro il quale valgono obblighi reciproci. La Spagna, aprendo le porte di Ceuta senza filtri, ha confuso la compassione con l’irresponsabilità. Ha agito come se l’Europa fosse un territorio senza confini, dimenticando che proprio quei confini consentono di redistribuire risorse e diritti.
Robert Putnam, in studi ormai classici (come “E Pluribus Unum”), ha mostrato che l’aumento della diversità demografica, in assenza di forti politiche di integrazione, riduce la fiducia interpersonale e la partecipazione civica. Non per razzismo, ma perché l’eterogeneità improvvisa, non mediata, spinge gli individui al “ritiro sociale” (hunkering down). È ciò che sta accadendo in quartieri di Madrid e Barcellona, ma anche in molte periferie italiane dopo anni di sbarchi. La Spagna, con la sua mossa, ha importato questo effetto senza chiedere il consenso dei partner europei, scaricandone le conseguenze anche sull’Italia – perché Schengen è una catena: se un anello cede, tutti sono esposti.
Schema concettuale: I livelli di erosione della coesione sociale
Se il confine viene negato, l’intera scala si indebolisce.
La reazione istituzionale: Schengen e la clausola di salvaguardia
Il Trattato di Schengen non è un dogma. Prevede, all’articolo 25 e seguenti, la possibilità di ripristinare temporaneamente i controlli alle frontiere interne in caso di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza. E la gestione spagnola di Ceuta integra pienamente questa fattispecie. Non si tratta di un singolo episodio, ma di una condotta sistematica che ha permesso l’ingresso di decine di migliaia di persone non identificate in due anni. L’Italia – che già sopporta il peso degli arrivi via mare – ha il diritto e il dovere di proteggersi da un partner che trasforma il proprio territorio in un varco.
Dal punto di vista sociologico, la sospensione servirebbe a riaffermare il principio di responsabilità condivisa. Michel Foucault ci ha insegnato che il potere non è solo repressione, ma anche “governamentalità”: la capacità di indirizzare condotte. Sospendere Schengen verso la Spagna sarebbe un atto di “contro-condotta”, un segnale che l’Unione non è un campo aperto, ma uno spazio di regole. E che chi le viola deve aspettarsi conseguenze.
| Dimensioni | Gestione ordinata (modello virtuoso) | Apertura indiscriminata (modello spagnolo) |
|---|---|---|
| Identificazione | Rilevamento biometrico, verifiche di sicurezza | Ingresso senza identificazione certa |
| Coesione sociale | Integrazione graduale, patto sociale chiaro | Frammentazione, enclave etniche, sfiducia |
| Capitale sociale (Putnam) | Rafforzato da politiche attive di inclusione | Erosione, “hunkering down” |
| Ordine simbolico (Douglas) | Mantenuto: chiarezza aspettative | Inquinamento simbolico, ansia sociale |
| Solidarietà (Bauman) | Possibile entro confini definiti | Impossibile: dissoluzione del “noi” |
Obiezioni e limiti
Non mancano voci contrarie. C’è chi obietta che sospendere Schengen violerebbe lo spirito europeo, o che sarebbe una resa alla paura. Altri ricordano gli obblighi internazionali di protezione umanitaria. Ma confondere l’accoglienza regolata con la rinuncia al
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