Qualche giorno fa, in una città del Nord Italia, un uomo di circa quarant’anni ha visto la sua vita sconvolta nel giro di tre ore. Un commento maldestro, certo, ma niente che vent’anni fa avrebbe scatenato più di una discussione al bar. Oggi, invece, è diventato un mostro pubblico. Il suo volto, il suo indirizzo, il suo datore di lavoro sono stati diffusi a macchia d’olio. Ha perso il lavoro. Amici e colleghi lo hanno cancellato. È diventato, in una parola, un outsider. E mentre osservavo la dinamica, mi sono tornate in mente le pagine di Howard Saul Becker, l’ultimo erede diretto della Scuola di Chicago, scomparso nel 2023. Perché fu proprio lui, nel lontano 1963, a svelare il congegno sociale che trasforma una persona comune in un reietto. E ancora oggi, nel 2026, i suoi Trucchi del mestiere rappresentano un antidoto metodologico contro le cacce alle streghe che infiammano le nostre piazze digitali.
La devianza non è un atto, ma un’applicazione riuscita di un’etichetta
Partiamo da Outsiders. Becker, ottenuto il dottorato a Chicago nel 1951, inizia a studiare il mondo dei musicisti jazz e dei fumatori di marijuana. Nota una cosa semplice ma dirompente: ciò che chiamiamo “devianza” non è una qualità dell’azione commessa, bensì la conseguenza dell’applicazione, da parte di altri, di norme e sanzioni a un “trasgressore”. Il deviante è una persona alla quale quell’etichetta è stata applicata con successo. La frase, divenuta celebre, suona così: «i gruppi sociali creano la devianza stabilendo le regole la cui infrazione costituisce la devianza stessa». Non esiste un atto intrinsecamente deviante. Esistono atti che, in un dato contesto e in un dato momento, vengono definiti tali da “imprenditori morali” – individui o gruppi che si fanno crociati di una causa, spesso per affermare il proprio status o la propria visione del mondo.
Un’azione viene compiuta (es. fumare marijuana, criticare pubblicamente una scelta urbanistica).
Qualcuno ritiene che l’azione violi una regola e reagisce (sdegno, denuncia, mobilitazione).
L’autore viene definito deviante, outsider, mostro. L’etichetta diventa il suo status.
La persona interiorizza l’etichetta e modifica il proprio comportamento di conseguenza (isolamento, recidiva, carriera deviante).
Il ciclo dell’etichettamento nella sociologia di Howard S. Becker (rielaborazione da Outsiders, 1963)
Questa prospettiva, detta teoria dell’etichettamento o reazione sociale, sposta il fuoco dal criminale al sistema di controllo. Non nega la materialità dei gesti, ma illumina il processo attraverso cui certi gesti diventano capri espiatori. Oggi, nel 2026, gli imprenditori morali non sono più solo politici o capi religiosi: sono utenti di social network, influencer, giornalisti, comitati di quartiere. La dinamica è identica a quella descritta da Becker: un gruppo definisce una regola, individua un trasgressore, e organizza la sua pubblica esecuzione simbolica. La differenza è la velocità e la capillarità della punizione, che rendono il fenomeno più visibile ma non più nuovo.
Il mestiere del ricercatore: trucchi per non farsi abbagliare dall’etichetta
Accanto alla teoria della devianza, Becker ha lasciato un’eredità altrettanto preziosa: la sua riflessione su come si fa ricerca sociale. Nel 1998, dopo una vita trascorsa sul campo, pubblica Trucchi del mestiere, un libro che ogni sociologo dovrebbe tenere sul comodino. Non un trattato di metodologia, ma un prontuario di accorgimenti pratici per fare ricerca viva. Il trucco più importante? «Segui il caso». Non fissarti sulle statistiche aggregate, sulle teorie preconfezionate. Prendi un esempio concreto – un’interazione, un evento – e analizzalo in profondità, fino a vederne tutte le connessioni, tutti gli imprevisti. È l’antidoto al «pensiero per etichette» che imperversa sui social: invece di gridare al mostro, chiediti cosa è successo davvero, chi ha parlato con chi, quali significati gli attori attribuivano alla situazione.

Becker insegnava anche a diffidare delle «parole della tribù»: quei termini (devianza, criminalità, patologia) che diamo per scontati e che portano con sé un giudizio morale. Il suo consiglio era di sospendere la definizione a priori e osservare come il concetto viene costruito nell’interazione. Per farlo, occorre un addestramento dell’occhio che non si improvvisa. E qui entra in scena il secondo trucco: utilizzare i «concetti sensibilizzanti». Non definizioni rigide e operative, ma lenti che orientano lo sguardo: «carriera deviante», «imprenditore morale», «mondo sociale». Servono a dare profondità all’analisi senza ingabbiare la realtà in uno schema.
Il ricercatore, per Becker, deve anche essere capace di mettere in discussione le proprie certezze. È un atteggiamento che oggi manca a molti commentatori. Di fronte a un caso di cronaca che solleva un’ondata di indignazione, il buon sociologo dovrebbe chiedersi: chi sta parlando? A nome di chi? Quale regola è stata invocata? E, soprattutto, chi trae vantaggio da questa etichettatura? Sono domande che Becker avrebbe posto anche di fronte all’ultimo scandalo mediatico. E che ci aiutano a mantenere la lucidità.
Un dialogo (e un dissenso) tra studiosi
La prospettiva beckeriana non è rimasta immune da critiche. Altri studiosi, pur riconoscendone la genialità, hanno sottolineato i limiti di un approccio che può sembrare deresponsabilizzare l’individuo. Travis Hirschi, ad esempio, con la sua teoria del controllo sociale (1969), ha insistito sul fatto che la devianza nasce quando i legami con la società sono deboli, indipendentemente dalle etichette. Il delinquente non è solo una vittima di definizioni altrui, ma un soggetto che sceglie – magari in assenza di vincoli familiari, scolastici, comunitari. Erving Goffman, amico e collega di Becker, in Stigma (1963) ha integrato la teoria mostrando come l’etichetta, una volta applicata, diventi un’identità deteriorata che l’individuo gestisce quotidianamente. E Stanley Cohen, con il suo lavoro sulle «paniche morali» (Folk Devils and Moral Panics, 1972), ha dimostrato come i media amplifichino i cicli di etichettamento, creando ondate di paura che colpiscono gruppi già marginalizzati.
Una prospettiva conservatrice e realista – che qui ci guida senza bandiere ideologiche – non può accogliere in pieno l’idea che ogni devianza sia meramente costruita. Vi sono atti che arrecano un danno oggettivo e che meritano una sanzione proporzionata. Tuttavia, il contributo di Becker resta indispensabile per smascherare le strumentalizzazioni e per riportare il dibattito pubblico a un esame sobrio dei fatti. La società ha bisogno di regole e di confini morali: è fisiologico. Ma ha anche bisogno di un metodo per distinguere la trasgressione pericolosa dalla bravata, il criminale dal capro espiatorio.
Obiezioni e limiti
Non si può negare che un’applicazione estrema della teoria dell’etichettamento rischi di diluire il concetto di responsabilità personale. Se ogni deviante è solo una vittima di etichette, che ne è della libertà di scegliere il bene e il male? Inoltre, la ricerca empirica mostra che non tutte le etichette hanno lo stesso peso: un rimprovero informale di un genitore non produce gli stessi effetti di una condanna penale. Su questo, gli studi di John Braithwaite sul «vergogna reintegrativa» (1989) offrono una via d’uscita interessante: la comunità può stigmatizzare l’atto senza distruggere la persona, favorendo il reinserimento. Forse è proprio questo l’equilibrio che ci manca oggi: abbiamo perso la capacità di distinguere tra il gesto e l’autore, e la condanna diventa una gogna senza appello.
Che fare, dunque? Una cassetta degli attrezzi per il cittadino e il ricercatore
Da Becker possiamo trarre alcune lezioni concrete. Primo: ogni volta che sentiamo parlare di un nuovo «mostro», chiediamoci chi ha stabilito che lo sia, e con quale potere. Secondo: prima di condividere un post di condanna, «seguiamo il caso»: leggiamo le fonti, cerchiamo il contesto, ascoltiamo più voci. Terzo: accettiamo l’idea che la realtà sociale sia sfaccettata, e che le etichette semplificano ma non spiegano. Quarto: per chi fa ricerca – dal giornalista al sociologo fino all’educatore – i trucchi del mestiere di Becker sono uno scrigno: usare concetti sensibili, non aver paura dei casi limite, raccogliere storie di prima mano, e diffidare di ogni dato che non sia stato «sporcato» dalle contraddizioni dell’esperienza. Infine, come comunità, dobbiamo recuperare la capacità di distinguere tra responsabilità e stigmatizzazione, tra giustizia e vendetta. Non è buonismo, è igiene sociale. Perché un giorno, come ci ha ricordato Becker, l’etichetta potrebbe toccare proprio noi.
| Concezione tradizionale | Concezione interazionista (Becker) |
|---|---|
| La devianza è una qualità oggettiva dell’atto. | La devianza è il prodotto di un processo di etichettamento da parte di gruppi sociali. |
| Le cause vanno cercate nell’individuo (patologia, scelta razionale). | Le cause vanno cercate nell’interazione e nella reazione sociale. |
| La punizione serve a correggere il deviante. | La punizione spesso consolida l’etichetta e innesca la carriera deviante. |
| Il ricercatore deve misurare e classificare i devianti. | Il ricercatore deve comprendere i significati di chi è etichettato e di chi etichetta. |
Nota: Howard S. Becker (1928-2023), sociologo statunitense, dottore di ricerca a Chicago nel 1951, noto per Outsiders (1963) e Trucchi del mestiere (1998).
Domande frequenti
È una prospettiva sociologica secondo cui la devianza non è una qualità intrinseca di un atto, ma il risultato di un processo attraverso il quale certi comportamenti vengono definiti devianti da gruppi sociali potenti. Becker la illustra in <em>Outsiders</em> (1963).
I suggerimenti di Becker, come 'seguire il caso' e diffidare delle etichette precostituite, possono essere utili per analizzare in modo più critico le notizie e le polemiche pubbliche, evitando di cadere in giudizi affrettati.
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