La notizia è di quelle che restano incastrate tra i denti. Un uomo di origine marocchina, poco più di trent’anni, muore durante un arresto. Aveva precedenti per spaccio di stupefacenti. Il caso, di per sé, rientra in una statistica dolorosa ma non eccezionale: ogni anno in Italia si contano alcuni decessi durante operazioni di polizia, spesso legati a fattori come malori o resistenza. Eppure questa volta la reazione pubblica ha preso una piega inaspettata. Un gruppo di attivisti, sulla scia emotiva della tragedia, ha avanzato una proposta: cambiare il nome di via Italo Svevo, nella città in cui è accaduto il fatto, e intitolarla al defunto.
L’oltraggio alla memoria letteraria
Chiunque abbia sfogliato La coscienza di Zeno sa che Italo Svevo non è soltanto un nome su una targa. È uno dei pilastri della letteratura europea del Novecento, l’uomo che ha scrutato l’anima moderna con un’ironia e una profondità paragonabili a quelle di Joyce e Proust. Svevo ci ha insegnato a diffidare delle sicurezze granitiche, a scoprire la malattia della volontà, a convivere con le nostre contraddizioni. Intitolargli una via è stato un atto di riconoscimento collettivo, il sigillo di un canone condiviso. Proporre di cancellarlo per fare spazio alla memoria di uno spacciatore – perché questo era, agli occhi della legge, il giovane scomparso – non è soltanto insensato: è il sintomo di una deriva culturale che merita di essere analizzata con gli strumenti della sociologia.
Non si tratta di negare la pietà per una vita spezzata. Ogni morte è una sconfitta per la comunità, e le circostanze di questa richiedono il massimo rigore nell’accertamento delle responsabilità. Ma altra cosa è elevare quella vicenda a simbolo da contrapporre ai fondamenti della nostra identità culturale. La toponomastica non è mai neutra: i nomi delle strade raccontano chi siamo stati e chi vogliamo essere. Sostituire Svevo con un nome legato alla criminalità – sia pure nel quadro di un’esistenza complessa e forse segnata dall’emarginazione – significa lanciare un messaggio: il valore letterario, la profondità psicologica, l’ironia sono meno importanti della trasgressione e del vittimismo.
La sociologia della devianza: da Merton a Becker
Per comprendere il meccanismo, partiamo da Robert K. Merton. Nel suo celebre saggio Social Structure and Anomie (1938), Merton distingue tra mete culturali (il successo, il denaro) e mezzi istituzionalizzati (lavoro, istruzione). Quando le mete sono uniformemente proposte ma i mezzi legittimi per raggiungerle sono distribuiti in modo disuguale, si genera una tensione che può sfociare nella devianza. Lo spaccio di stupefacenti è una forma di innovazione: si persegue la meta del benessere economico attraverso canali illegittimi. Ma Merton ci avverte anche del pericolo delle profezie che si autoavverano: se la società inizia a considerare il criminale come un eroe, si rischia di moltiplicare i comportamenti devianti, perché il riconoscimento simbolico diventa un incentivo più forte della sanzione penale.
Questa intuizione viene arricchita da Howard Becker e dalla sua teoria dell’etichettamento. In Outsiders (1963), Becker mostra che la devianza non è una qualità dell’atto, ma la conseguenza dell’applicazione di norme e sanzioni da parte di un gruppo sociale. Il deviante è colui al quale l’etichetta è stata applicata con successo. Nel nostro caso, il giovane scomparso era stato etichettato come spacciatore. Ma ora un movimento di opinione tenta di ribaltare quell’etichetta, trasformandolo in un martire. Il processo è duplice: da un lato, si delegittimano le norme che definiscono lo spaccio come reato; dall’altro, si attacca il simbolo culturale (Svevo) per sostituirlo con uno alternativo. È una battaglia per il significato, e la posta in gioco è la definizione stessa di ciò che è degno di onore.

La lotta simbolica per le strade: Bourdieu e Durkheim
Pierre Bourdieu ha dedicato una vita a spiegare come lo spazio sociale sia un campo di forze in cui gli agenti lottano per accumulare diverse forme di capitale. Il capitale simbolico è la capacità di far riconoscere come legittima la propria visione del mondo. La toponomastica è un’arena cruciale: decidere il nome di una via significa imporre una certa gerarchia di valori. Chi propone di cancellare Svevo sta conducendo una lotta simbolica contro il capitale culturale tradizionale, accusato implicitamente di essere elitario, astratto e lontano dalla realtà dei margini. Al suo posto, si cerca di innalzare un simbolo che parla il linguaggio del risentimento, della strada, del conflitto con le istituzioni. La strategia è chiara: se il nome di un letterato può essere rimosso con tanta facilità, allora tutto il sistema di riconoscimenti che esso rappresenta perde credibilità.
Émile Durkheim, dal canto suo, ci ricorda che le rappresentazioni collettive sono sacre perché esprimono l’unità morale della società. Una via intitolata a Italo Svevo non è solo un omaggio a un individuo: è un segno che la comunità si riconosce nei valori dell’intelligenza critica, della complessità psicologica, del dubbio fecondo. Rimuovendo quel segno, si lede la coscienza collettiva. E quando i simboli condivisi vengono profanati, la coesione sociale si indebolisce, lasciando spazio all’anomia, quella condizione di spaesamento normativo che proprio Durkheim ha descritto come terreno fertile per il suicidio – anche culturale – di una società.
L’ombra di Dostoevskij
Non è un caso che la vicenda evochi pagine di letteratura. Fëdor Dostoevskij, nei Demoni, ha ritratto con spietata lucidità gli effetti del nichilismo sulla coscienza individuale e collettiva. Il desiderio di abbattere le statue, di bruciare i libri, di azzerare il passato nasce da una miscela di risentimento e arroganza. “Tutto è permesso” diventa la parola d’ordine di chi, smarrito il senso del limite, si crede autorizzato a riscrivere la storia con la violenza simbolica. Oggi non si incendiano biblioteche, ma si propone di cambiare un nome con la stessa leggerezza. E il risultato è il medesimo: la distruzione di un patrimonio che appartiene a tutti, per soddisfare l’impulso distruttivo di pochi.
Obiezioni e limiti
Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta solo di una strada, e che l’allarme è sproporzionato. In fondo, Svevo resterà nei libri, anche senza una targa. Tuttavia, la semiotica ci insegna che i segni materiali contano: la scomparsa di un nome dal paesaggio urbano è una perdita reale, perché gli spazi in cui viviamo educano i nostri sguardi. Inoltre, la proposta non è isolata: negli ultimi anni abbiamo assistito a tentativi di ribattezzare vie e piazze per figure controverse, spesso in chiave ideologica. Il rischio è un progressivo slittamento del canone, dove la trasgressione viene premiata a scapito del merito artistico e intellettuale.
Un’altra obiezione potrebbe venire da chi sottolinea la condizione di svantaggio sociale del giovane scomparso. Se la sua vita è stata segnata dalla marginalità, la società ha una responsabilità. Ma la risposta non può essere l’azzeramento dei propri riferimenti culturali. Al contrario, proprio le storie di chi ha violato la legge potrebbero essere raccontate – con onestà – per mostrare la complessità delle scelte individuali, senza per questo dover sostituire l’eroe tragico della letteratura con l’antieroe della cronaca.
I numeri del degrado culturale
Dietro l’episodio c’è un contesto più ampio: la perdita di familiarità degli italiani con la lettura e con la cultura umanistica. Secondo i dati ISTAT, la percentuale di lettori di libri nel nostro Paese è in costante calo: dal 42% del 2015 si è scesi al 36,5% del 2023. Parallelamente, i consumi culturali di tipo trasgressivo e l’attrazione per i fatti di cronaca nera aumentano. Questo scivolamento non produce solo ignoranza, ma anche una gerarchia di valori rovesciata, in cui il nome di uno scrittore conta meno di quello di un personaggio mediatico, o peggio.
Una tabella per orientarsi
| Autore | Concetto chiave | Lettura del fenomeno |
|---|---|---|
| Robert K. Merton | Anomia e mete culturali | Lo spaccio come innovazione deviante; il rischio della profezia autoavverante se si erge il criminale a simbolo positivo. |
| Howard S. Becker | Etichettamento | La devianza è un’etichetta applicata da un gruppo; la proposta tenta di ribaltare l’etichetta e di crearne una nuova per il canone culturale. |
| Pierre Bourdieu | Lotta simbolica e capitale culturale | La toponomastica è un campo di battaglia; cancellare Svevo significa delegittimare il capitale culturale tradizionale e imporre valori alternativi. |
| Émile Durkheim | Rappresentazioni collettive e sacralità | Via Svevo è un simbolo sacro della coscienza collettiva; rimuoverlo indebolisce la coesione sociale e favorisce l’anomia. |
| Erving Goffman | Stigma e identità morale | Chi muore durante un arresto per droga porta uno stigma; la riabilitazione simbolica passa per un rovesciamento dello stigma, ma al prezzo di stigmatizzare la cultura alta. |
Custodire i simboli, non i simulacri
Che fare, allora? La prima risposta è la vigilanza culturale. Le vie delle nostre città non sono semplici indicazioni stradali: sono racconti. Riscriviamole con cura, perché ogni nome cancellato è una frase che perdiamo. Occorre difendere il patrimonio simbolico senza rigidità, ma con la consapevolezza che la cultura alta è un argine contro la barbarie dell’ignoranza e del sentimentalismo giustizialista. Allo stesso tempo, la società deve farsi carico delle condizioni che producono devianza, con politiche inclusive che non scadano nel pietismo o nella legittimazione dell’illegalità.
Italo Svevo, con la sua penna, ha esplorato gli abissi dell’anima e ci ha regalato strumenti per capire noi stessi. Lasciamo che il suo nome continui a risuonare tra i palazzi, come un faro. E impariamo a distinguere tra la compassione per una vita difficile e la necessità di custodire le nostre bussole culturali. Perché, come scriveva lo stesso Svevo, “la vita non è né brutta né bella, ma è originale!” – e proprio per questo merita di essere raccontata con gli strumenti più affilati che abbiamo. Non rinunciamoci.
Spaccio di droga
Morte durante l’arresto
Via Svevo diventa via del defunto
Domande frequenti
Non perché manchi di rispetto a una persona deceduta, ma perché mina il patrimonio simbolico condiviso, sostituendo un riferimento culturale alto con uno legato alla devianza, legittimando così una pericolosa inversione di valori.
La teoria dell'etichettamento di Becker mostra come la devianza sia una costruzione sociale; Bourdieu evidenzia la lotta per il capitale simbolico. La proposta agisce in entrambe le direzioni: rietichetta il deviante come vittima e attacca il simbolo culturale per ridefinire la gerarchia dei valori.
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