19 luglio 2026, stazione Termini di Roma. Un uomo sulla cinquantina, valigia al seguito, si ferma davanti al tabellone degli arrivi. Lo osserva a lungo, poi si siede su una panchina metallica, tra due giovani che non smettono di scorrere lo smartphone. Uno parla a voce alta al telefono, l’altro ascolta musica in cuffia. L’uomo, in giacca e cravatta con qualche alone sui polsini, sembra fuori posto. Ogni tanto alza lo sguardo verso l’alto, come a cercare un punto fermo. Un viaggiatore senza treno? Un disoccupato che fa finta di aspettare? Forse un uomo che, dopo 30 anni di matrimonio, la sera prima ha scoperto che sua moglie lo tradisce. E ora non sa dove andare. Lo immaginiamo così: in bilico tra il dover ricominciare e il non sapere da dove, mentre attorno tutto scorre. Ecco: l’instabilità non è solo una condizione psicologica. È un fatto sociale totale.
La sociologia nasce come risposta a questo disorientamento. Auguste Comte, che nel 1839 conia il termine “sociologia”, scrive nel suo Corso di filosofia positiva che la società moderna è in preda a una “crisi di transizione”, perché l’ordine tradizionale è crollato e non emerge ancora un nuovo principio unificante. La sua diagnosi è netta: viviamo in un’epoca di “anarchia intellettuale”, dove le idee guida delle società premoderne (religione, monarchia, comunità) sono state spazzate via dalla Rivoluzione francese e dall’Illuminismo, ma non sono state sostituite da altrettanto saldi punti di riferimento. Per Comte, il compito della sociologia è proprio questo: rivelare le leggi della dinamica sociale, affinché si possa ricostruire l’ordine su basi scientifiche.
Che cosa ne è, oggi, di quel programma? La sociologia positivista di Comte è stata giustamente criticata per il suo dogmatismo, la sua fede ingenua nel progresso, la sua pretesa di ridurre la complessità umana a una fisica sociale. Eppure, c’è qualcosa di profondamente attuale nella sua domanda: come evitare che la libertà conquistata dalla modernità si trasformi in atomizzazione e smarrimento? Oggi i dati ci raccontano una storia che Comte avrebbe riconosciuto.
Secondo l’ultimo rapporto ISTAT sul benessere equo e sostenibile (BES) del 2025, la soddisfazione per le relazioni familiari è scesa dal 63% del 2015 al 54% nel 2025. Le separazioni e i divorzi sono in leggero calo, ma il dato forse più rivelatore è l’aumento delle “famiglie unipersonali”: dal 26% nel 2000 al 34% nel 2025. Sempre più persone vivono sole. Non solo: il numero di persone tra i 25 e i 34 anni che non hanno un partner stabile è cresciuto di 7 punti percentuali in un decennio. L’instabilità relazionale, insomma, non è un’impressione soggettiva: si misura.
È qui che il pensiero di Comte torna utile, ma con un’aggiusta di tiro che solo un secolo e mezzo di critiche può consentire. Comte immaginava la società come un organismo, dove ogni parte contribuisce all’equilibrio del tutto. Oggi sappiamo che l’organismo è una metafora imperfetta, ma resta il fatto che quando le relazioni primarie (famiglia, amicizia, comunità) si indeboliscono, l’intero tessuto sociale ne risente. Il sociologo francese Émile Durkheim, erede e critico di Comte, ha mostrato nel celebre studio sul Suicidio (1897) come la mancanza di integrazione sociale – che lui chiama “anomia” – sia correlata a tassi più alti di suicidi. Oggi i suicidi in Italia sono stabili, ma le forme di sofferenza sociale sono cambiate: depressione, isolamento, consumo di psicofarmaci (aumentato del 12% in cinque anni secondo l’AIFA). Forse l’anomia oggi non uccide subito, ma avvelena a poco a poco.
E qui incontriamo un’altra figura chiave: il filosofo e sociologo Zygmunt Bauman, che ha descritto la modernità come “liquida”. Per Bauman i legami sociali non scompaiono, ma diventano flessibili, temporanei, “fino a nuovo avviso”. Le relazioni, come i consumi, si provano e si gettano via. In un mondo dove tutto scorre, la fedeltà diventa un costo e l’attaccamento un’irrazionale rigidità. Bauman cita l’esempio del telefono cellulare: lo cambiamo ogni due anni, perché dovremmo restare con la stessa persona per tutta la vita? Il paragone è crudele, ma efficace. La fluidità permette libertà, ma a scapito della sicurezza. L’uomo della stazione Termini, forse, è il simbolo di questa condizione: libero di andare dove vuole, eppure immobilizzato dall’assenza di un porto.

Ma non è solo questione di relazioni affettive. L’instabilità riguarda anche il lavoro, le istituzioni, le prospettive di vita. L’economista e filosofo Friedrich von Hayek, da una prospettiva liberale, avrebbe visto in questo processo il prezzo della libertà: l’incertezza è inevitabile in una società dinamica, dove l’innovazione e la competizione rendono obsoleti i vecchi mestieri e le vecchie sicurezze. Hayek avrebbe criticato i tentativi di “pianificare” la stabilità sociale, perché la conoscenza necessaria è dispersa e nessun governo può avere il controllo di tutte le variabili. La stabilità, insomma, non si decreta: emerge dalla spontaneità di milioni di scelte individuali. Ma è una risposta che lascia un sapore amaro a chi, come l’uomo sulla panchina, non riesce a tenere il passo.
Hayek, tuttavia, non era un sociologo. La sua analisi economica non coglieva la dimensione simbolica e culturale del problema. Qui interviene l’antropologa Mary Douglas, che in Come pensano le istituzioni (1986) ha mostrato come le classificazioni e le categorie sociali diano senso al mondo. Quando queste categorie si incrinano – ad esempio, quando il matrimonio non è più un vincolo per tutta la vita, o quando un lavoro non è più stabile – le persone perdono i punti di riferimento con cui interpretare la loro esperienza. Douglas avrebbe detto che l’uomo della stazione non sa più quale “griglia” (insieme di regole) e quale “gruppo” (insieme di appartenenze) lo definiscono. È un estraneo a se stesso.
Per non cadere in un pessimismo sterile, proviamo a rovesciare la prospettiva. L’instabilità relazionale può essere anche l’altra faccia di una maggiore autonomia individuale. Il filosofo liberale John Stuart Mill, nel Saggio sulla libertà (1859), difendeva il diritto di ciascuno di vivere esperimenti di vita, purché non ledano gli altri. Forse l’aumento delle persone single o delle coppie di fatto non è solo un segno di crisi, ma anche di una società più pluralista, dove le forme di vita buona sono molteplici. Il problema, però, è che questa libertà è distribuita in modo diseguale: chi ha risorse economiche e culturali può permettersi di sperimentare; chi è più fragile resta esposto.
I dati confermano questa disparità. Sempre dall’ISTAT, le persone con basso titolo di studio sono più esposte all’instabilità: il tasso di separazioni è più alto, la soddisfazione relazionale più bassa. Il capitale culturale, insomma, funge da cuscinetto. Pierre Bourdieu, con la sua teoria della distinzione, avrebbe visto in questi numeri la prova che le disuguaglianze sociali si riproducono anche nelle sfere più intime della vita. Il gusto, le frequentazioni, le reti amicali sono segni di classe. E l’instabilità non è solo una ferita dell’anima, ma anche una cartina al tornasole delle disuguaglianze materiali.
Che fare, dunque? Comte avrebbe risposto con una religione dell’Umanità, un culto laico che celebri i legami sociali. Oggi nessuno più ci crederebbe, ma l’intuizione di fondo resta: abbiamo bisogno di rituali collettivi che rafforzino il senso di appartenenza. Non necessariamente religiosi: le feste di paese, le manifestazioni sportive, le attività di volontariato possono svolgere la stessa funzione. Il politologo Robert Putnam, in Bowling Alone (2000), ha documentato il declino del capitale sociale negli Stati Uniti: le persone giocano a bowling, ma sempre più da sole, non in squadra. La soluzione, secondo Putnam, è ricostruire reti di fiducia, dalle associazioni di quartiere ai gruppi di genitori. È un lavoro lento, che non si può decretare dall’alto. Ma si può incentivare: spazi pubblici, eventi, politiche che favoriscano l’incontro.
Da un punto di vista educativo, la scuola potrebbe giocare un ruolo cruciale, se non fosse ridotta a fabbrica di competenze. Il filosofo della comunicazione Jürgen Habermas ha insistito sull’importanza della “sfera pubblica” come spazio di discussione democratica. Insegnare ai giovani a dialogare, ad ascoltare, a mediare i conflitti, è forse più importante che insegnare nozioni. L’instabilità relazionale nasce anche dall’incapacità di stare nella differenza, di sopportare il conflitto senza rompere. La scuola potrebbe (dovrebbe) allenare a questo.
Ma torniamo all’uomo della stazione. Forse non è un disoccupato né un tradito. Forse è un architetto in pensione, che ha appena perso la moglie e non sa più come riempire le giornate. O forse è un imprenditore che ha chiuso la sua azienda e aspetta un treno per tornare al suo paese d’origine. Non lo sapremo mai. E forse è meglio così, perché la sua storia non è che la nostra: l’ombra di un dubbio, la precarietà del legame, la fatica di tenere insieme i pezzi di una vita che non sta mai ferma. Comte aveva ragione: la società è un fiume in piena. Ma sbagliava a pensare che un ingegnere sociale potesse contenerlo con dighe di scienza. Al contrario, come ci ricorda il filosofo giapponese Byung-Chul Han, la società della trasparenza e della prestazione produce individui isolati, che collassano su se stessi. La soluzione non è un ritorno al passato, ma la costruzione di nuove forme di comunità, più leggere, più flessibili, ma non per questo meno autentiche. L’instabilità può essere un’opportunità, se la affrontiamo insieme. Ma per farlo, dobbiamo prima riconoscere di aver bisogno degli altri. È un passo che l’uomo sulla panchina, forse, non ha ancora fatto. Eppure, in attesa del suo treno, chissà che non incontri qualcuno.
Comunità stabili, gerarchia, religione
Anomia, perdita di punti fermi
Relazioni fluide, individualizzazione
| Autore | Concetto chiave | Rimedio all’instabilità |
|---|---|---|
| Auguste Comte | Anarchia intellettuale | Religione dell’Umanità, scienza sociale |
| Émile Durkheim | Anomia | Corpi intermedi, solidarietà organica |
| Zygmunt Bauman | Modernità liquida | Comunità di interesse, reti di fiducia |
| Mary Douglas | Griglia/gruppo | Classificazioni condivise, riti collettivi |
La sociologia, insomma, non risolve il problema: lo illumina. E illuminarlo è il primo passo per non soccombergli. Il ritorno all’ordine non è possibile, né forse desiderabile. Ma una società che lasci gli individui a fronteggiare da soli la propria instabilità è una società che ha tradito la promessa di libertà che la fonda. Come scriveva Comte: “Sapere per prevedere, prevedere per agire”. Oggi, forse, dovremmo dire: “Sapere per comprendere, comprendere per non restare soli”.
Domande frequenti
Anomia è la mancanza di norme condivise. Durkheim la collegava all'indebolimento dei legami sociali. Oggi si manifesta in instabilità affettiva e solitudine, anche se le forme sono cambiate: non più suicidio, ma depressione e isolamento.
Comte vedeva la società come un organismo che attraversa una crisi di transizione. Secondo lui, la scienza doveva fornire nuove basi per l'ordine, sostituendo la religione con un culto dell'Umanità. Oggi la sua idea è criticata, ma resta il problema di fondo.
Sì, secondo l'ISTAT le famiglie unipersonali sono passate dal 26% (2000) al 34% (2025) e la soddisfazione per le relazioni familiari è calata dal 63% (2015) al 54% (2025). I consumi di psicofarmaci sono aumentati del 12% in 5 anni.
Analisi originale della redazione di Edizioni Karma, elaborata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e revisione editoriale. Le fonti giornalistiche e scientifiche sono citate nel testo. Come nascono i nostri articoli.
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