Ci sono numeri che, letti da soli, raccontano una storia rassicurante, e numeri che, letti insieme, ne raccontano una completamente diversa. Nel Lazio, negli ultimi mesi, i disoccupati sono diminuiti di circa ventimila unità, un calo intorno al dodici per cento, portando il tasso di disoccupazione al cinque virgola cinque per cento, sotto la media nazionale e in flessione di quasi un punto. Chi si fermasse a questa prima cifra potrebbe legittimamente pensare che la regione stia attraversando una fase di risanamento del proprio mercato del lavoro. Ma accanto a questo dato ne cammina un altro, meno appariscente e più ostinato: un’analisi sindacale che ha ricostruito diciassette anni di attivazioni contrattuali nell’area romana e laziale mostra che le nuove assunzioni sono sempre più dominate da contratti a termine, mentre il lavoro stabile, quello a tempo indeterminato, si è progressivamente ridotto a una minoranza sempre più esigua. La disoccupazione cala, insomma, ma cala perché sempre più persone, soprattutto giovani, entrano ed escono da un mercato del lavoro fatto di contratti brevi, rinnovi incerti, mesi di lavoro alternati a mesi di attesa. Non è la fine della disoccupazione: è la sua trasformazione in qualcos’altro, meno visibile nelle statistiche ufficiali ma non meno logorante per chi lo vive.
Max Weber, agli inizi del secolo scorso, aveva individuato nell’etica protestante del lavoro un dispositivo culturale potente: il lavoro come vocazione, come “Beruf”, come luogo in cui l’individuo costruisce non solo un reddito ma un senso, una disciplina interiore, persino una forma di salvezza secolarizzata. Quel modello presupponeva una continuità: si sceglieva una professione, la si esercitava, la si perfezionava nel tempo, e in quella continuità si radicava l’identità stessa della persona. Che cosa resta di questa promessa quando la continuità scompare, quando il contratto dura sei mesi, poi altri quattro con un altro datore di lavoro, poi un periodo di inattività, poi ancora un contratto a progetto? Il giovane laziale che oggi entra nel mercato del lavoro non rifiuta l’etica weberiana della vocazione: semplicemente non ha gli strumenti materiali per esercitarla, perché la vocazione ha bisogno di tempo per sedimentarsi, e il tempo è esattamente ciò che la precarietà contrattuale gli nega.
Pierre Bourdieu offre qui una chiave complementare, forse ancora più tagliente. Per Bourdieu, la posizione sociale di un individuo non dipende soltanto dal capitale economico che possiede, ma anche dal capitale culturale e da quello sociale: la rete di conoscenze, le credenziali, le disposizioni acquisite in famiglia che permettono di muoversi con maggiore o minore agio in un campo, in questo caso il campo del lavoro. La precarietà cronica produce un effetto che Bourdieu avrebbe riconosciuto immediatamente: impedisce l’accumulo. Un lavoratore che cambia impiego ogni pochi mesi non riesce a costruire quella rete di relazioni professionali dense, quella reputazione settoriale, quelle competenze specialistiche che si formano solo con la permanenza. Il capitale sociale, in altre parole, ha bisogno di tempo per capitalizzarsi, esattamente come quello economico, e chi è costretto a una mobilità continua e involontaria si trova strutturalmente svantaggiato rispetto a chi può permettersi la stabilità, spesso perché parte già da una posizione familiare più solida. La precarietà giovanile, letta in questi termini, non è soltanto una condizione contrattuale: è un meccanismo che rischia di riprodurre, generazione dopo generazione, le diseguaglianze di partenza.
Il dato sulla percentuale di giovani che nella regione non studiano e non lavorano, poco sopra il sedici per cento, appena al di sotto della media dei ventisette paesi dell’Unione, va letto in controluce rispetto a questo scenario di instabilità diffusa. Non tutti quei giovani sono inattivi per scelta o per mancanza di impegno: una parte consistente ha semplicemente smesso di cercare in un mercato che alterna promesse di inserimento a rinnovi mai garantiti, in un ciclo che Bourdieu avrebbe descritto come una forma di violenza simbolica particolarmente subdola, perché si presenta con il linguaggio dell’opportunità, stage, tirocini, contratti di apprendistato, bandi per l’occupazione giovanile, pur riproducendo nella sostanza la stessa instabilità di fondo.
C’è poi una dimensione più sottile, quasi impalpabile, che riguarda il modo in cui il denaro stesso, nell’esperienza del lavoratore precario, cambia natura. Georg Simmel, nella sua Filosofia del denaro, osservava come il denaro sia il grande livellatore, l’equivalente universale che rende tutto commensurabile e intercambiabile, ma anche uno strumento che tende ad astrarre il valore del lavoro dal lavoro stesso. Nel lavoro discontinuo questa astrazione si radicalizza: lo stipendio non è più il segno tangibile di una carriera che avanza, ma un flusso irregolare, un accredito che arriva a scadenze imprevedibili, che rende difficile persino pianificare un affitto, un mutuo, la nascita di un figlio. Il denaro, per il giovane precario, smette di essere la misura di un percorso e diventa la misura di una sopravvivenza mese per mese.
È qui che l’analisi di Byung-Chul Han sulla società della prestazione trova, ancora una volta, un’applicazione quasi dolorosamente precisa. Han descrive un soggetto contemporaneo che non è più oppresso da un padrone esterno, come nella disciplina industriale classica, ma che si autosfrutta credendo di realizzarsi: manda infiniti curriculum, accetta stage sottopagati “per fare esperienza”, si tiene sempre disponibile per la prossima chiamata, la prossima opportunità, il prossimo contratto breve, interpretando ogni pausa come un fallimento personale piuttosto che come l’esito strutturale di un mercato del lavoro organizzato in questo modo. La stanchezza che ne deriva, quella che Han chiama stanchezza da prestazione, non nasce dal troppo lavoro in senso stretto, ma dalla tensione permanente verso un lavoro che non arriva mai a stabilizzarsi, dalla vigilanza costante richiesta per restare “occupabili” in un mercato che non promette nulla oltre la singola scadenza contrattuale.
Le politiche regionali che negli ultimi mesi hanno stanziato risorse per incentivare le assunzioni giovanili, con programmi che mettono a disposizione delle imprese contributi per l’inserimento di profili qualificati e per il rientro di competenze che avevano lasciato il territorio, vanno nella direzione giusta e meritano di essere riconosciute come un tentativo serio di intervenire su un problema reale. Ma la storia recente insegna che gli incentivi all’assunzione, se non sono accompagnati da una trasformazione della qualità contrattuale offerta, rischiano di finanziare l’ingresso senza garantire la permanenza: si assume con l’incentivo, si tiene il lavoratore per la durata dell’agevolazione, poi si ricomincia con un altro giovane e un altro incentivo. È un rischio che meriterebbe una valutazione onesta, priva di trionfalismi, nei prossimi mesi.
Resta, alla fine di questo percorso tra Weber, Bourdieu, Simmel e Han, un’osservazione che forse è la più semplice e la più difficile da accettare: la precarietà non è soltanto un problema economico, è un problema di tempo. È la possibilità, negata a troppi giovani del Lazio, di costruire una biografia lavorativa che abbia una direzione riconoscibile, non solo una somma di episodi. Restituire quella possibilità non significa necessariamente promettere un posto fisso a vita, modello che la stessa economia contemporanea rende difficile da generalizzare, ma costruire le condizioni perché la discontinuità non sia sempre e solo subita, e perché il tempo del lavoro torni a essere, almeno in parte, un tempo che si può progettare invece di limitarsi ad attraversare.
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
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