Il Manager come Docente di Trincea: leadership, generazioni e il futuro del lavoro


Un’analisi sociologica del mismatch tra stili di leadership e aspettative generazionali


Nel 2024, nelle organizzazioni di tutto il mondo si consuma ogni giorno una tensione silenziosa ma profonda: quella tra chi dirige e chi viene diretto. Non si tratta semplicemente di un conflitto tra “vecchi” e “giovani”, come spesso si liquida superficialmente la questione. Si tratta, piuttosto, di un mismatch strutturale — una vera e propria incompatibilità tra modelli culturali del lavoro formatisi in epoche diverse, che oggi si trovano a coesistere nello stesso ufficio, nella stessa riunione, nello stesso team.

Per comprenderlo, è necessario fare un passo indietro e chiedersi: chi sono i protagonisti di questo confronto?


Le generazioni al lavoro: un breve ritratto

I Baby Boomer (nati tra il 1946 e il 1964) hanno costruito la loro identità professionale in un’epoca di crescita economica stabile, in cui il lavoro era sinonimo di sicurezza, gerarchia e fedeltà all’azienda. Per loro, fare carriera significava rispettare le regole, dimostrare dedizione nel tempo e accettare che l’autorità fosse, per definizione, legittima.

La Generazione X (nati tra il 1965 e il 1980) ha vissuto le prime grandi crisi del capitalismo moderno — la stagflazione, la ristrutturazione industriale, l’avvento della globalizzazione — sviluppando un forte pragmatismo e una certa diffidenza verso le istituzioni. Sono diventati manager efficaci, spesso con uno stile direttivo ma anche orientato ai risultati concreti.

Poi arrivano le generazioni che hanno cambiato tutto.

La Generazione Z (nati tra il 1997 e il 2012) è la prima generazione cresciuta interamente nell’era digitale. Non ha conosciuto un mondo senza internet. Ha vissuto la crisi finanziaria del 2008 nell’infanzia, la pandemia nell’adolescenza. Per loro, il lavoro non è un fine in sé: è uno strumento che deve avere senso, deve rispettare i confini della vita privata, deve offrire crescita, flessibilità e autenticità. Se non lo fa, si cambia. Senza troppe esitazioni.

La Generazione Alpha (nati dal 2013 in poi) è ancora in gran parte fuori dal mercato del lavoro, ma la sua cultura — mediata da YouTube, TikTok, intelligenza artificiale — sta già ridefinendo le aspettative di ciò che un’istituzione, scolastica o lavorativa, dovrebbe essere.


Il mismatch: quando i codici non si parlano

Il problema centrale non è che le generazioni più giovani siano “pigre” o “viziante” — accusa che, curiosamente, ogni generazione adulta ha rivolto a quella successiva almeno dagli anni Sessanta. Il problema è che i codici culturali del lavoro si sono evoluti più rapidamente delle strutture organizzative che dovrebbero contenerli.

Un manager Boomer o Gen X tende a guidare secondo tre assi fondamentali: autorità formale, controllo dei processi e lealtà istituzionale. La performance si misura sulla presenza, sulla continuità, sulla capacità di adattarsi alle norme esistenti.

Un lavoratore Gen Z, invece, si orienta su assi completamente diversi: trasparenza, senso dello scopo (purpose), feedback immediato e riconoscimento individuale. Non rifiuta l’autorità in quanto tale, ma ne richiede la legittimazione continua — un’autorità che si guadagna, non che si eredita dalla posizione gerarchica.

Il risultato? Incomprensione reciproca. Il manager vede il giovane collaboratore come instabile, poco affidabile, troppo esigente. Il collaboratore Gen Z vede il manager come rigido, opaco, disconnesso dalla realtà.


Il Manager come Docente di Trincea

È qui che entra in scena una figura nuova, o meglio, una reinterpretazione radicale di una figura antica: il manager come docente di trincea.

L’immagine è potente. Il “docente di trincea” — mutuata dal linguaggio militare e poi pedagogico — è colui che non insegna dal podio, ma affianca. Non trasmette sapere dall’alto verso il basso, ma costruisce competenza insieme agli altri, adattando il messaggio al contesto, alle persone, al momento.

Nella trincea del lavoro contemporaneo, il manager efficace non può più permettersi di essere solo un supervisore. Deve diventare, contemporaneamente:

  • un mentore capace di trasmettere esperienza senza imporre schemi rigidi;
  • un facilitatore che crea le condizioni perché il team esprima il proprio potenziale;
  • un traduttore culturale che sa muoversi tra codici generazionali diversi senza perdere la bussola organizzativa;
  • un coach che fornisce feedback rapidi, specifici e costruttivi — non la valutazione annuale, ma il ritorno quotidiano sull’azione.

Questa trasformazione non è semplice, e non riguarda solo le competenze tecniche. Richiede un cambiamento profondo nella concezione del potere: da potere come controllo a potere come abilitazione (empowerment).


La Sociometria di Moreno: misurare le relazioni invisibili

Per capire davvero come funziona (o non funziona) un team, non basta guardare gli organigrammi. Le gerarchie formali dicono chi dovrebbe comunicare con chi. Le relazioni reali raccontano tutt’altra storia.

È qui che la Sociometria di Jacob Levi Moreno — psichiatra rumeno-americano attivo nella prima metà del Novecento — offre strumenti straordinariamente attuali.

Moreno era convinto che la salute sociale di un gruppo dipendesse dalla qualità delle relazioni affettive e funzionali tra i suoi membri. Negli anni Trenta, lavorando in istituzioni scolastiche e penitenziarie, sviluppò tecniche per rendere visibili le strutture relazionali invisibili di un gruppo: chi sceglie chi, chi viene escluso, dove si concentrano le tensioni.

Lo strumento principale della sociometria è il sociogramma: una mappa grafica delle relazioni all’interno di un gruppo, costruita a partire da semplici domande — “Con chi lavoreresti più volentieri su questo progetto?” “Chi vorresti al tuo fianco in una situazione difficile?” — che rivelano le stelle (i nodi centrali, molto scelti), le isole (i soggetti isolati) e i ponti (coloro che connettono sottogruppi diversi).

Applicata al team-building contemporaneo, la sociometria permette di:

  • identificare chi detiene davvero l’influenza informale nel gruppo, indipendentemente dal ruolo formale;
  • scoprire tensioni latenti prima che esplodano in conflitti aperti;
  • costruire team complementari, non solo competenti sul piano tecnico, ma coesi sul piano relazionale;
  • riconoscere i soggetti a rischio di isolamento, che spesso coincidono con le voci più innovative o con le personalità più introverse.

Sociometria e generazioni: un incontro necessario

L’intuizione più potente che emerge dall’incrocio tra analisi generazionale e sociometria è questa: il mismatch tra leadership e Gen Z non è solo culturale — è relazionale.

Non si risolve con corsi di formazione sulla “gestione delle aspettative” o con politiche aziendali sul lavoro ibrido (per quanto utili). Si risolve riconfigurando le strutture relazionali del gruppo di lavoro, rendendo visibili le dinamiche invisibili e intervenendo su di esse con consapevolezza.

Un manager che sappia leggere il sociogramma del proprio team — anche solo intuitivamente, senza strumenti formali — sa già chi sta portando un carico relazionale sproporzionato, chi si sente escluso, chi potrebbe diventare un moltiplicatore di fiducia se adeguatamente valorizzato.

Ed è esattamente ciò che fa il docente di trincea: non gestisce astrattamente “le risorse umane”, ma conosce le persone, le loro reti, le loro aspettative. Sa che il giovane collaboratore Gen Z che sembra disimpegnato forse è semplicemente isolato dal gruppo, o non ha ancora trovato un ancoraggio di senso nel proprio ruolo.


Verso un nuovo paradigma: leadership come cura delle relazioni

Quello che emerge da questa analisi è un invito a ripensare la leadership come pratica di cura — cura delle relazioni, dei significati, delle traiettorie individuali all’interno di un progetto collettivo.

Non è un’idea romantica. È, anzi, profondamente pragmatica: le organizzazioni che investono in clima relazionale, senso di appartenenza e riconoscimento individuale mostrano, sistematicamente, migliori performance, minor turnover e maggiore capacità di innovazione.

La sociometria di Moreno ci ha insegnato che le relazioni non sono ornamentali — sono strutturali. Il mismatch generazionale ci ricorda che le strutture devono essere continuamente rinegoziare. Il manager come docente di trincea è la figura che può tenere insieme questi due insegnamenti: radicato nell’esperienza, aperto al cambiamento, capace di stare nel mezzo — tra generazioni, tra culture, tra visioni del lavoro — senza perdere la direzione.


Curiosità

Jacob Levi Moreno, prima di sviluppare la sociometria, fu anche l’inventore dello psicodramma, una tecnica terapeutica in cui i pazienti mettevano in scena i propri conflitti interiori attraverso il teatro. L’idea che le relazioni si capiscano meglio vivendole che analizzandole a distanza è il filo rosso che unisce tutta la sua opera — e che rende il suo pensiero sorprendentemente vicino alle sfide del lavoro contemporaneo.


Domande di ragionamento per gli studenti

Domanda 1 Nel testo si descrive il manager come “docente di trincea”, una figura che affianca invece di guidare dall’alto. Secondo te, questa trasformazione del ruolo manageriale richiede solo nuove competenze tecniche, o implica anche un cambiamento nel modo in cui il manager concepisce se stesso e il proprio potere? Motiva la tua risposta con almeno un esempio concreto.

Risposta orientativa: Il cambiamento richiede soprattutto una trasformazione nell’identità professionale. Non basta imparare nuove tecniche di feedback o di comunicazione: occorre abbandonare l’idea che l’autorità sia un dato acquisito per posizione e accettare che vada guadagnata ogni giorno attraverso la relazione. Un esempio concreto: un manager che era abituato a valutare i collaboratori solo con la revisione annuale deve imparare a restituire osservazioni frequenti, specifiche e costruttive — il che implica non solo una nuova competenza, ma una nuova postura verso l’altro.

Domanda 2 Moreno sosteneva che le relazioni all’interno di un gruppo non sono secondarie rispetto ai compiti, ma ne sono la struttura portante. Come potresti applicare questa idea alla tua esperienza come studente? Hai mai vissuto una situazione in cui le relazioni tra compagni hanno influenzato — positivamente o negativamente — il lavoro di gruppo?

Risposta orientativa: Questa domanda ha una risposta aperta e personale, ma una buona risposta dovrebbe riconoscere che in ogni gruppo esistono dinamiche informali (chi guida davvero, chi viene escluso, chi fa da mediatore) che spesso determinano il risultato finale più delle competenze individuali. L’esperienza scolastica dei lavori di gruppo è un laboratorio sociometrico in miniatura: riflettere su di essa con gli strumenti di Moreno significa imparare a leggere le relazioni sociali con maggiore consapevolezza.


«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.

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