Non chiamatelo “raptus”. Non nascondetevi dietro la comoda etichetta dell’”imprevedibilità”. Quando un’insegnante viene accoltellata in un’aula da uno studente giovanissimo, armato di lama e di una volontà lucida di colpire, non siamo di fronte a una tragica fatalità. Siamo di fronte al fallimento programmato di un intero sistema.
Siamo tutti uomini maturi: sappiamo bene che un evento del genere non nasce nel vuoto. È il frutto marcio di anni di abbandono, di delegittimazione della figura del docente e di una gestione burocratica che ha trasformato le scuole in aziende dove il “cliente” (lo studente o la famiglia) ha sempre ragione, e il “lavoratore” (il docente) è un bersaglio mobile.
Il mito dell’imprevedibilità: una bugia per lavarsi la coscienza
Dire che “non si poteva prevedere” è l’alibi di chi non vuole assumersi la responsabilità di aver ignorato i segnali. Spesso, dietro questi episodi, ci sono mesi di tensioni irrisolte, segnalazioni cadute nel vuoto e un clima di impunità strisciante. Chi siede nelle stanze del potere preferisce parlare di “disagio giovanile” in astratto, piuttosto che ammettere che la scuola non ha più filtri, né protezioni, né autorità.
La catena delle responsabilità: i “mandanti” morali
Se è un tredicenne a impugnare materialmente l’arma, esiste una gerarchia che, per omissione o scelta politica, ha creato le condizioni affinché quel gesto potesse compiersi.
- Il Ministero e la Politica: Anni di tagli, riforme di facciata e una retorica che ha svuotato di senso il ruolo dell’insegnante. Si parla di “scuola sicura” nei talk show, ma nelle classi i docenti sono soli, senza tutele legali adeguate e con stipendi che gridano vendetta rispetto al rischio professionale che corrono.
- Il Provveditorato e le Istituzioni Regionali: Una macchina che spesso si muove solo per produrre circolari e scartoffie. La priorità sembra essere la “continuità didattica” o il successo formativo a tutti i costi, anche quando la realtà dice che mancano psicologi, assistenti sociali e strutture di contenimento per le situazioni limite.
- La Dirigenza Scolastica: Troppo spesso i presidi sono costretti (o scelgono) di agire come manager preoccupati solo della “reputation” del proprio istituto. Per evitare denunce dalle famiglie, per non perdere iscritti o per non finire sui giornali, si tende a minimizzare gli episodi di bullismo o di aggressione verbale, lasciando l’insegnante in prima linea a gestire una bomba a orologeria.
La solitudine del corpo docente
Oggi una docente è in ospedale perché un altro insegnante, con coraggio fisico, ha evitato il peggio. Ma non dovrebbe essere necessario l’eroismo per sopravvivere a un martedì mattina in classe.
La verità è che il “patto educativo” è rotto. Da una parte ci sono insegnanti schiacciati tra la violenza degli alunni e l’arroganza di certi genitori; dall’altra uno Stato che si presenta solo per fare le condoglianze o per avviare ispezioni post-fatto.
Non prendiamoci in giro: se chi ha il dovere di proteggere i propri dipendenti preferisce la burocrazia alla sicurezza, allora la responsabilità di quel sangue non cade solo su chi ha tenuto in mano il coltello, ma su chi ha permesso che quel coltello entrasse in aula nel silenzio assordante delle istituzioni.
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
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