Introduzione
Negli ultimi cinque anni il termine “fascista” è tornato di frequente al centro del dibattito pubblico italiano, spesso in modo polemico e controverso. Sui social media e nei discorsi quotidiani viene talora impiegato come insulto generico o iperbole politica, mentre nel dibattito politico istituzionale viene utilizzato per stigmatizzare avversari o denunciare derive autoritarie. In ambito accademico e specialistico, invece, la parola “fascista” è adoperata con maggiore cautela e precisione, riferendosi per lo più al fascismo storico o a fenomeni che presentano continuità ideologica diretta con esso. Questo saggio intende analizzare criticamente l’uso del termine “fascista” in Italia nell’ultimo lustro, evidenziando le differenze tra l’uso comune e quello specialistico. Verranno distinte le dinamiche sui social media, nel dibattito politico e nel linguaggio accademico, mettendo in luce le criticità sociologiche derivanti dall’uso improprio o inflazionato di tale etichetta. Infine, si esaminerà il motivo per cui è importante adottare un lessico più preciso per descrivere i fenomeni contemporanei, discutendo le alternative terminologiche proposte da studiosi – come ad esempio il concetto di “identitarismo autoritario” – e valutandone l’efficacia teorica e applicativa.
Uso del termine “fascista” nei social media e nella comunicazione quotidiana
Nel linguaggio quotidiano e sui social media, “fascista” è spesso impiegato come epiteto generico per indicare atteggiamenti autoritari, intolleranti o semplicemente sgraditi. Questo uso estensivo ha conferito alla parola una valenza semantica molto ampia: come notava lo storico Paolo Mieli, oggi può accadere che venga definito “fascista” persino un genitore che impone ai figli un orario di rientro anticipato la sera. L’iperbole evidenzia come nel parlato comune il termine sia divenuto quasi sinonimo di “autoritario”, perdendo il suo riferimento specifico al regime storico di Mussolini. Sui social network, l’etichetta viene spesso usata con leggerezza e funge da insulto passepartout: utenti di opposte fazioni politiche se ne accusano reciprocamente, contribuendo a un clima di polarizzazione. Episodi di cronaca o misure governative controverse generano regolarmente l’hashtag “#fascista” nei trend italiani, senza che vi sia necessariamente un legame storico concreto con il fascismo del Ventennio. Basti pensare che termini come “fascismo” e “fascista” sono riemersi prepotentemente nel discorso pubblico recente, tanto da diventare di attualità e oggetto di analisi dedicate. In molti casi, “fascista” online equivale a “nemico della libertà” o “soppressore dei diritti”, utilizzato come marchio d’infamia in discussioni accese.
Questa tendenza è riscontrabile non solo a livello nazionale ma anche nel contesto internazionale quando si parla d’Italia. Dopo le elezioni del 2022, ad esempio, molti media stranieri hanno definito la vittoria di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia come il “ritorno del fascismo”, usando il termine in modo allarmistico e spesso slegato da puntuali analisi storiche. Ciò riflette un uso giornalistico sensazionalistico: come ha osservato lo storico britannico Richard Griffiths, “fascism is the most misused, and overused word, of our times”. L’eco di tali titoli allarmanti rimbalza poi sui social network, amplificando ulteriormente l’impiego disinvolto della parola. In sintesi, nei media digitali e nel parlato comune odierno, “fascista” è divenuto un termine passepartout dal significato sfumato, spesso svuotato della sua specificità storica originale.
Il termine “fascista” nel dibattito politico contemporaneo
Anche nel dibattito politico italiano l’uso della parola “fascista” è frequente, ma assume connotazioni strategiche e retoriche peculiari. Da un lato, esponenti del centro-sinistra e movimenti antifascisti la impiegano per delegittimare le forze di estrema destra, avvertendo dei pericoli di derive autoritarie. Negli ultimi anni, ad esempio, leader progressisti hanno paventato il “ritorno del fascismo” di fronte all’avanzata di partiti nazional-populisti, presentando la contesa elettorale come uno scontro fra fascismo e antifascismo. D’altro canto, i politici di destra respingono con forza tale etichetta, sostenendo che il fascismo appartiene al passato. La stessa Giorgia Meloni, consapevole del peso storico del tema, ha più volte dichiarato che “la destra italiana ha consegnato il fascismo alla storia da decenni”, nel tentativo di smarcarsi da quella eredità e rassicurare l’opinione pubblica internazionale sulla natura democratica del suo partito.
Va notato come l’accusa di fascismo sia divenuta quasi routine nel linguaggio politico, al punto che la sua efficacia persuasiva risulta attenuata. Paolo Mieli ha sottolineato come l’Italia degli ultimi decenni non sia mai stata davvero “sull’orlo di precipitare in un regime autoritario di destra come quello fascista o nazista”, nonostante il termine “fascista” sia stato speso abbondantemente nel confronto pubblico. A suo avviso questo abuso genera un “equivoco semantico”: si finisce per confondere misure discutibili o derive illiberali con un ritorno integrale al fascismo storico, creando allarmi forse sproporzionati. Ciò non significa negare la presenza di gruppi neofascisti o di elementi di estrema destra violenta nell’Italia odierna, bensì evitare equiparazioni superficiali. Un caso esemplare è il dibattito in occasione dell’assalto neofascista alla sede CGIL nell’ottobre 2021: quell’episodio di violenza squadrista reale ha riacceso l’uso del termine “fascista” nel discorso politico, ma ha anche evidenziato la necessità di distinguere tra sparute frange e un imminente regime fascista generale. Nel complesso, nel linguaggio politico odierno “fascista” è una parola dai toni infiammatori, utilizzata spesso come arma dialettica più che come descrizione analitica – e proprio per questo rischia di polarizzare il confronto e di banalizzare sia le posizioni avversarie sia la memoria storica.
L’impiego del concetto di “fascismo” nel linguaggio accademico
Nel linguaggio accademico e specialistico l’uso del termine “fascista” è molto più sorvegliato. Storici e scienziati politici tendono a impiegarlo attenendosi a definizioni rigorose, consapevoli delle insidie di una sua applicazione estensiva. Il concetto di fascismo in storiografia è generalmente circoscritto al movimento e regime guidato da Benito Mussolini (1919-1945) e, per estensione, ai movimenti coevi affini (come il nazismo e altri fascismi europei). Quando si parla di fenomeni successivi, gli studiosi preferiscono spesso qualificare con termini specifici come “neofascismo” (per indicare movimenti post-1945 che si richiamano esplicitamente al fascismo storico) o “postfascismo” (per quelle forze politiche che derivano dal fascismo ma hanno in parte rielaborato la propria identità, ad esempio il passaggio dal Movimento Sociale Italiano alla destra democratica di Alleanza Nazionale). Nel dibattito storiografico italiano, infatti, il termine “fascismo” è stato a lungo oggetto di dispute sulla sua definizione e applicabilità a contesti diversi da quello originario. Da una parte vi sono studiosi – come Emilio Gentile, massimo storico del fascismo – che insistono sull’individualità storica del fascismo e sui rischi di una sua decontestualizzazione; dall’altra, intellettuali come Umberto Eco o lo storico Enzo Traverso hanno esplorato l’idea di un “fascismo eterno” o di un “postfascismo” per interpretare elementi di continuità nel presente.
Gentile ha evidenziato come, nei decenni successivi al 1945, si sia verificata una “continua inflazione semantica” del termine: «Nei 70 anni dopo che il fascismo era morto e sepolto, l’aggettivo “fascista” e il suo sostantivo […] sono stati usati indiscriminatamente nella lotta politica, nella storiografia e nelle scienze sociali». Questo processo inflattivo preoccupa gli studiosi perché rischia di compromettere la chiarezza concettuale. Lo stesso Gentile avverte che l’uso arbitrario del termine “fascismo” finisce per far «perdere di vista le differenze fondamentali tra i vari fenomeni politici, rendendo il termine privo di significato». In ambito scientifico, dunque, si tende a riservare l’etichetta “fascista” solo a quei soggetti che abbiano caratteristiche comprovatamente analoghe al fascismo storico. Nella sua opera Chi è fascista? (2020), Gentile argomenta che soltanto possono essere definiti fascisti coloro i quali si considerano eredi del fascismo storico, ne adottano idee e metodi, militano in organizzazioni che a esso esplicitamente si richiamano e mirano a realizzare una visione della nazione e dello Stato ispirata a quella fascista. Inoltre, aggiunge, «è fascista chiunque ostenta idee, linguaggi, simboli, gesti che erano tipici del fascismo italiano». Al di fuori di questi casi circoscritti, applicare la categoria di fascismo a fenomeni contemporanei rischia di essere, per lo storico, un esercizio di analogia indebita o quantomeno un’affermazione da dimostrare con grande cautela.
Un esempio illuminante di approccio critico nel mondo accademico è il richiamo a distinguere terminologicamente fra concetti adiacenti. Già negli anni ’20 l’uomo politico antifascista Palmiro Togliatti ammoniva i suoi compagni comunisti a non chiamare “fascismo” ogni forma di repressione o reazione autoritaria: «in occasione di ogni attacco […] si sente gridare “Ecco il fascismo! Siamo al fascismo!”», scriveva nel 1928, notando che questa abitudine impediva «una distinzione obiettiva e scientifica» dei fenomeni e non aiutava a costruire efficaci tattiche politiche. Togliatti esortava invece allo studio concreto caso per caso, applicando «il metodo dell’analisi differenziata» alle diverse forme di reazione autoritaria. Allo stesso modo, il dirigente antifascista Giorgio Amendola invitava a distinguere accuratamente tra «conservatore, reazionario, autoritario, fascista», termini che a suo dire corrispondono a realtà politiche diverse, criticando le «equiparazioni generiche e superficiali» e auspicando di «abituare le giovani generazioni all’arte della distinzione». Questo principio di distinzione lessicale, sostenuto paradossalmente sia da un liberale come Benedetto Croce sia da un comunista come Togliatti, è oggi fatto proprio dalla gran parte degli studiosi: esso sottolinea la necessità, sul piano scientifico, di chiamare ogni fenomeno con il suo nome, senza cedere alla tentazione di etichettare come “fascista” qualunque manifestazione di intolleranza o qualsiasi regime autoritario. In ambito accademico, dunque, l’uso del termine è più restrittivo e consapevole: persino concetti affini come populismo autoritario, nazionalismo illiberale o democrazie illiberali vengono preferiti per descrivere alcuni governi contemporanei di estrema destra, proprio per non connotarli automaticamente come “fascisti” se mancano di elementi essenziali del fascismo storico (ad esempio il partito milizia, il totalitarismo esplicito, il mito rivoluzionario palingenetico, ecc.). Questa prudenza terminologica mira a mantenere il rigore dell’analisi ed evitare confusioni storico-concettuali.
Differenze tra l’uso comune e l’uso specialistico del termine
Dall’analisi sopra condotta emergono chiare le differenze tra l’uso comune e quello specialistico del termine “fascista”. In ambito colloquiale e mediatico, il termine ha subito un’evidente dilatazione semantica, venendo spesso impiegato come invettiva generica o iperbolica. L’uso comune privilegia l’efficacia retorica immediata rispetto alla precisione: si parla di “fascismo” per denunciare qualsiasi atteggiamento percepito come oppressivo, dall’eccesso di zelo in un controllo di polizia fino alla censura sui social, passando per le intemperanze verbali di qualche politico. Questa accezione onnicomprensiva, pur animata spesso da sincere preoccupazioni democratiche, tende a semplificare la realtà complessa dei fenomeni politici odierni. In rete, ad esempio, il clima emotivo e polarizzato alimenta l’uso di etichette totalizzanti: l’avversario non è più semplicemente “conservatore” o “reazionario”, ma direttamente “fascista” – un termine dal forte impatto evocativo e morale. Come notato, oggi “fascista” è diventato nell’uso popolare quasi sinonimo di “prevaricatore” o “nemico della libertà”, sganciandosi dal suo contesto storico preciso.
Al contrario, l’uso specialistico del termine è caratterizzato da rigore definitorio e contestualizzazione. Gli studiosi usano “fascista” attenendosi a criteri storicamente fondati e teoricamente motivati. Ciò comporta, anzitutto, riconoscere che non tutti i regimi autoritari o i movimenti nazionalisti contemporanei sono fascisti in senso proprio. Vengono quindi adottate diverse categorie analitiche per descrivere fenomeni affini ma distinti. Ad esempio, Enzo Traverso distingue esplicitamente fascismo e populismo: «il primo porta alla distruzione della democrazia; il secondo è uno stile politico che di solito rimane interno alla cornice democratica». In questa prospettiva, etichettare un leader populista come “fascista” può essere fuorviante se quel leader opera (per quanto illiberalmente) entro i meccanismi della democrazia rappresentativa, senza instaurare una dittatura totalitaria. L’uso specialistico, inoltre, contestualizza storicamente: termini come “neofascismo” o “estrema destra radicale” vengono preferiti per movimenti odierni che richiamano alcuni simboli fascisti, distinguendoli però dal fascismo originale in virtù del diverso contesto odierno. In definitiva, mentre l’uso comune tende alla semplificazione e all’iperbole, l’uso accademico insiste sulla distinzione e sulla precisione semantica, preservando così il significato del termine “fascista” per i casi davvero appropriati e contribuendo a una comprensione più sfumata dei fenomeni politici.
Conseguenze sociologiche dell’abuso del termine “fascista”
L’uso improprio o inflazionato della parola “fascista” comporta una serie di criticità dal punto di vista sociologico e comunicativo. Una prima conseguenza è la diluzione semantica: se tutto può essere definito “fascista”, allora nulla lo è davvero. La categoria perde progressivamente di spessore e risulta meno efficace nel descrivere la realtà. Come rileva Emilio Gentile, l’uso indiscriminato ha prodotto un’“inflazione” che svuota il termine di significato preciso. In questo modo, paradossalmente, si rischia di disarmare proprio il concetto che dovrebbe servire ad allertare contro minacce autoritarie concrete. Un termine abusato finisce per non allarmare più: la società sviluppa una sorta di assuefazione. Diversi commentatori hanno avvertito che gridare continuamente al fascismo – anche quando non ve ne siano le condizioni reali – equivale al celebre “alarme al lupo” lanciato troppo spesso: quando eventualmente il pericolo dovesse presentarsi davvero, il pubblico potrebbe non reagire, avendo sentito quell’allarme infinite volte senza conseguenze tangibili.
Un’altra criticità è la polarizzazione e delegittimazione reciproca nel discorso pubblico. Dare del “fascista” a un avversario politico significa sostanzialmente equipararlo al male assoluto novecentesco, tagliando corto su qualsiasi analisi delle sue ragioni o del contesto. Questo azzera lo spazio del dialogo: il bersaglio dell’accusa, sentendosi demonizzato, tenderà a rinchiudersi sulla difensiva o a rilanciare accuse uguali e contrarie (ad esempio, tacciando gli avversari di “comunismo” o perfino di “fascismo rosso”). Si crea così un circolo vizioso di incomunicabilità, dove ciascuna parte si sente moralmente superiore all’altra. Dal punto di vista sociologico, ciò alimenta quello che alcuni definiscono tribalismo politico: le parole diventano armi per squalificare l’altro gruppo, piuttosto che strumenti per descrivere la realtà o trovare soluzioni condivise. Inoltre, l’abuso dell’etichetta fascista può generare reazioni di rigetto in parte dell’opinione pubblica: quando settori moderati o di destra percepiscono che la sinistra bolla tutto e tutti come fascisti, possono sviluppare risentimento verso l’antifascismo stesso, considerandolo una “farsa” strumentale. Ciò è pericoloso perché può banalizzare anche la necessaria vigilanza contro i veri estremismi.
Vi è poi un aspetto di banalizzazione storica. Equiparare con leggerezza personaggi o eventi attuali al fascismo storico può involontariamente sminuire l’unicità della tragedia vissuta dall’Italia e dall’Europa sotto i totalitarismi del Novecento. Sopravvissuti e storici hanno più volte messo in guardia contro l’uso spensierato di analogie storiche estreme. Se ogni leader autoritario odierno viene subito paragonato a Mussolini o Hitler, si rischia di perdere di vista sia la gravità specifica di quanto accadde allora, sia le differenze con il presente. In altri termini, si crea confusione tra memoria e cronaca. Uno dei doveri del dibattito pubblico sarebbe invece mantenere la memoria storica accurata e al contempo analizzare freddamente il presente con le sue peculiarità. Quando invece “fascismo” diventa un meme o uno slogan da social, la profondità storica del termine evapora, e con essa parte della coscienza critica collettiva legata a quella parola.
Infine, l’uso inflazionato di “fascista” può avere l’effetto perverso di normalizzare alcuni elementi fascistoidi reali. Se tutto è fascismo, nulla è fascismo: i veri neofascisti o razzisti possono confondersi nello sfondo generale delle polemiche verbali. Figure o gruppi che ostentano simbologie o idee fasciste possono respingere l’etichetta sostenendo – a ragione – che viene appiccicata a chiunque; così facendo, si nascondono dietro l’ombra lunga creata dagli abusi linguistici. In sostanza, chiamare “fascista” anche ciò che non lo è finisce per offrire ai fascisti autentici un comodo alibi per minimizzare la propria pericolosità. Tutto ciò evidenzia quanto sia fondamentale, per la salute del dibattito democratico, un uso misurato e appropriato del lessico politico.
L’importanza di un lessico più preciso per i fenomeni contemporanei
Alla luce delle criticità evidenziate, appare chiaro perché sia importante adottare un lessico più preciso nel descrivere i fenomeni politici contemporanei. Utilizzare le parole giuste non è un esercizio di pedanteria, bensì una condizione per capire e affrontare efficacemente la realtà. Ogni fenomeno politico ha tratti specifici e cause proprie: disporre di concetti ben delineati consente di coglierne le sfumature e di elaborare risposte adeguate. Al contrario, l’abuso di un termine ombrello come “fascismo” tende a appiattire distinzioni cruciali. Ad esempio, confondere un regime illiberale eletto democraticamente con un regime totalitario rivoluzionario può portare a sottovalutare le differenze di contesto, di consenso popolare, di strategie oppositive da adottare. Un conto è opporsi a politiche xenofobe o autoritarie dentro una democrazia (il che richiede strumenti politici e istituzionali, alleanze parlamentari, mobilitazione civile mirata); altro conto fu opporsi a un regime fascista totalitario (che richiese purtroppo la resistenza clandestina armata e la guerra). Mantenere distinto il vocabolario aiuta a mantenere distinta l’analisi e quindi l’azione.
Inoltre, un lessico più preciso favorisce un dibattito intellettualmente onesto. Se invece di gridare al fascismo si definisce un leader come “populista di destra radicale”, si sta già delineando in modo più articolato il problema: si riconosce magari la sua deriva autoritaria o nazionalista, ma senza automaticamente attribuirgli l’intero portato ideologico e criminale del fascismo storico. Ciò permette anche all’interlocutore e all’opinione pubblica di comprendere meglio la natura della minaccia (o presunta tale). Adoperare concetti come “sessismo”, “razzismo”, “autoritarismo” in luogo di un generico “fascismo” consente di puntare il dito esattamente sul tratto contestato di un certo discorso o politica. Ad esempio, è più chiaro e fondato criticare un provvedimento come razzista (se discrimina minoranze) oppure liberticida (se limita libertà civili) piuttosto che bollarlo tout court come “fascista” – termine che, a forza di metafore, rischia di dire tutto e nulla. Adottare un linguaggio preciso significa chiamare le cose con il loro nome, restituendo serietà e concretezza al dibattito pubblico.
Da un punto di vista etico e civico, poi, impiegare un lessico accurato è segno di rispetto sia verso la verità storica sia verso gli interlocutori. Significa evitare di manipolare la memoria collettiva del fascismo per scopi polemici di breve periodo, e al tempo stesso non svilire il peso di quell’esperienza storica utilizzandola come insulto spicciolo. In altre parole, la precisione terminologica è collegata alla qualità della democrazia discorsiva: un confronto politico maturo dovrebbe basarsi su concetti chiari e definiti, che permettano ai cittadini di orientarsi fra fenomeni differenti – dall’estremismo violento minoritario, al populismo identitario di governo, fino alle varie forme di conservatorismo radicale. Solo così si può diagnosticare con esattezza la malattia (sia essa fascismo risorgente o altro) e prescrivere la cura adeguata. Come sintetizzava Amendola già decenni fa, bisogna educare le nuove generazioni «all’arte della distinzione»: un monito quanto mai valido nell’era della comunicazione istantanea, dove il rischio di scorciatoie linguistiche e semplificazioni è elevato.
Alternative terminologiche: dal “postfascismo” all’“identitarismo autoritario”
Di fronte alla complessità dei fenomeni odierni, diversi studiosi hanno proposto terminologie alternative per evitare sia l’abuso del termine “fascismo” sia le lacune descrittive che derivano dall’applicarlo a contesti nuovi. Una di queste proposte è il concetto di “postfascismo”. Lo storico Enzo Traverso, nel suo saggio I nuovi volti del fascismo (2017), utilizza proprio la formula postfascismo per descrivere la nuova destra radicale contemporanea: un tentativo di «formulare una risposta che spieghi le continuità e le discontinuità storiche tra il fascismo classico e una destra radicale che in qualche modo al fascismo assomiglia». Il termine postfascista è stato usato anche nel discorso pubblico italiano a proposito di partiti come Fratelli d’Italia, intendendo con ciò che essi discendono storicamente dal Movimento Sociale Italiano (fondato da reduci fascisti nel dopoguerra) ma si muovono in un contesto repubblicano e democratico, rinnegando alcuni aspetti del totalitarismo originario. Postfascismo, quindi, sottolinea la genealogia fascista di certi soggetti politici senza però implicare che essi siano identici al fascismo anni Trenta. È un concetto intermedio che invita a vigilare per eventuali persistenze (simboliche, ideologiche) del passato, ma anche a riconoscere le trasformazioni intervenute.
Un’altra famiglia di termini alternativi ruota attorno all’idea di identità e autoritarismo. Si parla ad esempio di “destra identitaria”, di “nazionalismo identitario” o appunto di “identitarismo autoritario” per descrivere quei movimenti e governi che fondano la propria legittimazione su un’idea esclusiva di identità nazionale o etnica e al tempo stesso manifestano tendenze illiberali e autoritarie. Questo lessico è stato impiegato per analizzare fenomeni come il nazionalismo xenofobo in Europa orientale (ad esempio il regime di Viktor Orbán in Ungheria) o alcuni partiti dell’Europa occidentale che combinano politiche anti-immigrazione, difesa dei valori tradizionali e concentrazione del potere esecutivo. Nel contesto italiano, potremmo ricondurre alla categoria di “identitarismo autoritario” quella miscela di sovranismo, nostalgia nazionalista e pulsioni anti-pluraliste che a tratti affiora nella retorica di taluni esponenti dell’estrema destra. Ad esempio, un’analisi qualitativa suggerisce che ciò che viene percepito come “neo-fascismo” oggi è spesso una matrioska ideologica: «Dentro l’identitarismo c’è il sovranismo, dentro il sovranismo c’è il populismo…», il tutto condito da una quota di razzismo. In questa prospettiva, invece di etichettare globalmente questi movimenti come “fascisti”, si scompongono i loro elementi: populismo (appello al popolo contro le élite), identitarismo (esaltazione di un’identità chiusa contro l’Altro), razzismo e sovranismo (rivendicazione di sovranità nazionale assoluta) vengono riconosciuti come ingredienti che, combinati, possono dare esiti simili al fascismo senza però coincidere del tutto con esso. Termini come “identitarismo autoritario” mettono l’accento proprio su questi ingredienti, chiarendo fin dal nome che si tratta di autoritarismi basati sull’identità più che su ideologie totalitarie di stampo novecentesco.
Altre espressioni in voga nella politologia contemporanea sono “populismo autoritario” o “populismo di destra radicale”. Il politologo olandese Cas Mudde, ad esempio, definisce molti partiti europei odierni (Lega, Rassemblement National, FPÖ, Vox, ecc.) come populist radical right, evidenziando tre caratteristiche: populismo (l’idea di una pura volontà popolare tradita dalle élite), nativismo (la preferenza per i nativi rispetto agli stranieri, quindi un identitarismo etno-nazionale) e autoritarismo (enfasi su legge e ordine). In questa definizione non compare la parola “fascismo”, perché tali movimenti operano entro la democrazia (pur se illiberale), non mirano necessariamente a instaurare una dittatura partito-unica né esibiscono sempre l’estetica paramilitare propria dei fascismi storici. Parlare di “estrema destra populista” o di “autoritarismo elettivo” (come alcuni hanno definito governi come quello polacco o ungherese) permette di collocare queste realtà nel panorama politico odierno senza ricorrere automaticamente alla categoria storica del fascismo.
L’efficacia teorica di queste alternative terminologiche risiede nella loro capacità di descrivere con maggiore accuratezza i fenomeni contemporanei. Ad esempio, il concetto di illiberal democracy (democrazia illiberale) coniato per certi regimi attuali spiega bene l’ibridazione tra elezioni e compressione dello stato di diritto – dinamica diversa da quella di un regime totalitario a partito unico. Sul piano pratico, inoltre, l’uso di termini meno evocativamente carichi di emozione, rispetto a “fascismo”, può facilitare il dialogo pubblico: è più semplice discutere criticamente di “derive autoritarie” o di “nazionalismo xenofobo” fornendo dati e argomenti, che non lanciare accuse di fascismo che subito infiammano gli animi. Certo, vi è anche chi sostiene che minimizzare i paragoni col fascismo rischi di far sottovalutare segnali d’allarme importanti. Ad esempio, la storica Ruth Ben-Ghiat o il filosofo Jason Stanley hanno avvertito che alcuni leader contemporanei usano tattiche che ricordano da vicino il repertorio fascista (propaganda nazionalista, attacco ai media indipendenti, culto del capo carismatico, ecc.), e che dunque non bisognerebbe esitare a usare la parola fascismo quando appropriato. Questo indica che il dibattito è aperto e che le scelte terminologiche hanno implicazioni sia analitiche che morali.
In Italia, comunque, sembra emergere un consenso tra molti intellettuali sulla necessità di “alzare l’asticella” dell’uso del termine fascista, riservandolo ai casi davvero pertinenti. Lo stesso Gentile conclude che nelle società contemporanee i sostenitori del fascismo esistono, ma la risposta alla domanda “chi è fascista oggi?” può venire «dallo studio della storia» più che dall’invettiva politica. In altre parole, se si ritiene che un movimento odierno sia fascista, lo si dimostri tramite un’analisi storicamente informata e non per sola analogia superficiale. Intanto, concetti come “postfascismo”, “sovranismo identitario”, “populismo autoritario” arricchiscono il vocabolario disponibile, offrendo sfumature importanti. Il loro successo applicativo dipenderà dalla capacità di questi termini di penetrare nel dibattito pubblico più ampio: per ora essi circolano soprattutto in ambito accademico o giornalistico qualificato, ma potrebbero contribuire, con il tempo, a un discorso politico più maturo e meno manicheo.
Conclusione
L’analisi condotta sull’uso del termine “fascista” nell’Italia degli ultimi cinque anni evidenzia un contrasto netto tra il registro comune – in particolare quello dei social media e del dibattito politico polarizzato – e l’approccio degli studiosi e osservatori più attenti. Da un lato, “fascista” è divenuto nel linguaggio quotidiano un’etichetta polemica di largo spettro, usata talvolta in modo improprio e inflazionato, con conseguenze deleterie sul piano del dialogo civile e della comprensione dei fenomeni. Dall’altro lato, il linguaggio accademico invita alla prudenza e alla precisione: distingue tra fenomeni diversi e ci ricorda, con le parole di Togliatti e Amendola, «l’arte della distinzione» quale antidoto alle semplificazioni grossolane. Le criticità sociologiche di un uso disinvolto – dalla perdita di significato alla polarizzazione del dibattito – mostrano quanto sia importante recuperare un lessico accurato e onesto. Ciò non significa abbassare la guardia di fronte a nuove minacce autoritarie, bensì identificarle con il loro nome specifico, che si tratti di razzismo, nazionalismo estremo, sessismo o altri -ismi, senza rifugiarsi subito in analogie storiche totalizzanti.
In definitiva, adottare un linguaggio più preciso è un atto di responsabilità culturale. Significa onorare la complessità della storia – riconoscendo che il fascismo fu un fenomeno con caratteristiche uniche – e al tempo stesso affrontare la complessità del presente con gli strumenti concettuali adeguati. Un termine non vale l’altro: chiamare “fascista” ciò che fascista non è rischia di oscurare sia il passato sia il presente. Viceversa, trovare definizioni nuove come “postfascismo” o “identitarismo autoritario” per le realtà odierne consente di illuminare quelle zone grigie in cui si annidano intolleranze e derive illiberali, senza però confonderle con il nero assoluto del totalitarismo fascista storico. Come insegna la lezione di molti intellettuali del Novecento e contemporanei, la parola giusta al momento giusto può fare la differenza: nel comprendere il mondo e nel cambiarlo. E nel caso del termine “fascista”, usarlo con cognizione di causa è fondamentale per preservarne il significato e il monito che esso porta, evitando che diventi un guscio vuoto o un semplice slogan. In un’epoca di comunicazione frenetica e polarizzata, tornare a un uso meditato delle parole – soprattutto di quelle dalla forte carica storica ed emotiva – è condizione essenziale per un dibattito democratico sano e per una coscienza civile vigile.
Fonti: si vedano i riferimenti bibliografici citati nel testo per un approfondimento dettagliato delle argomentazioni e dei dati presentati.
«Ciò che oggi si sa fare insieme, domani si sa fare da soli» — per Vygotskij si impara davvero solo nello scambio con gli altri.
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